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Sta nascendo FoePo.com e le App: football-baby.com; football-junior.com; football-senior.com; football-girl.net !!

ciao a tutti…   non ho scritto niente quest'ultimo mese…  non mi sono disaffezionato a voi…

mi sono concentrato su un nuovo progetto …
dopo 4 mesi di duro lavoro….
il 16 sera nella sede dell'Empoli Calcio      presenterò ufficialmente il portale foepo.com  

 


sono 5 siti linkati reciprocamente con 5 DB e 5 strutture parallele:


foepo.com
football-senior.com
football-junior.com
football-baby.com
football-girl.net

 


ogni uno ha uno spazio social…   segue in parte la filosofia di FB…    (idea)      ma puntiamo sul fattore Linkedin > utile per i professionisti & "aspiranti tali" ed inoltre appetibile a tutti i narcisisti…   😉   nei fatti lo proponiamo come uno strumento di autopromozione professionale, ma contemporaneamente è un giocattolo per i più giovani/piccoli…  
un regalo che i genitori possono fare ai loro figli (e, chi non vorrebbe vedere il proprio figlio successore di Totti e/o Ronaldo)…
 se vuoi venire ti mando un invito  ci sarà un buffe offerto da noi….
dai un occhio, non è ancora perfetto, ma non possiamo perdere il natale: lo annunciamo perchè  siamo già in pre-vendita…
partiamo con l'abbonamento standard 29€/anno  (ovviamente alle società/club lo diamo a prezzo scontato per vendite a pachetti da 10 a 1000 abbonamenti…
abbiamo già qualche migliaio di prenotazioni…
se hai qualche consiglio…   volentieri…
ciao   a tutti

 

 Hello
After 4 months of hard work ….
16 evening at the headquarters of Footbal Club "Empoli Calcio" (A-team of the Italian National Championship) officially present the foepo.com portal
5 sites are linked to each other with 5 DB 5 and parallel structures …
foepo.com
football-senior.com
football-junior.com
football-baby.com
football-girl.net
every one has a space company … partly follows the philosophy FB … (idea) but we focus on Linkedin factor> helpful for professionals & "wannabes" and also appealing to all narcissists …;) in facts suggest it as a tool of professional self-promotion, but at the same time it is a toy for the younger / smaller …
a gift that parents can do to their children (and who would not want to see their child succeed Totti and / or Ronaldo) …
 if you want to send you an invitation to come there will be a funny offered by us ….
from an eye, it is not perfect yet, but we can not miss Christmas: we announce because we are already in pre-sales …
we start with the standard subscription $ 29 / year (of course the company / club we take it at a discounted price to sales in packages from 10 to 1000 subscriptions …
we have already a few thousand reservations …
if you have any advice / impressions … gladly we listen to you …
hello

 

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Franchising Vs Licensing

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Il franchising, o affiliazione commerciale, è una formula di collaborazione tra imprenditori per la produzione o distribuzione di servizi e/o beni, indicata per chi vuole avviare una nuova impresa, ma non vuole partire da zero, e preferisce affiliare la propria impresa ad un marchio già affermato. L'articolo 1 della Legge 129/2004 definisce l'affiliazione commerciale come “il contratto, comunque denominato, fra due soggetti giuridici, economicamente e giuridicamente indipendenti, in base al quale una parte concede la disponibilità all'altra, verso corrispettivo, di un insieme di diritti di proprietà industriale o intellettuale relativi a marchi, denominazioni commerciali, insegne, modelli di utilità, disegni, diritti d'autore, know how, brevetti, assistenza o consulenza tecnica e commerciale, inserendo l'affiliato in un sistema costituito da una pluralità di affiliati distribuiti sul territorio, allo scopo di commercializzare determinati beni o servizi”.

Caratteristiche del franchising

L'azienda madre, che può essere un produttore o un distributore di prodotti o servizi di una determinata marca od insegna, concede all'affiliato, in genere rivenditore indipendente, il diritto di commercializzare i propri prodotti e/o servizi utilizzando l'insegna dell'affiliante oltre ad assistenza tecnica e consulenza sui metodi di lavoro. In cambio l'affiliato si impegna a rispettare standard e modelli di gestione e produzione stabiliti dal franchisor.

In genere, tutto questo viene offerto dall'affiliante all'affiliato in cambio del pagamento di una percentuale sul fatturato (royalty) e/o di una commissione di ingresso (fee) insieme al rispetto delle norme contrattuali che regolano il rapporto.

In Italia il franchising è regolamentato dalla Legge 6 maggio 2004, n. 129.

Cenni storici sul franchising

Il moderno franchising si è diffuso a partire dagli anni trenta con l'affermazione di grandi catene di ristoranti, ed è letteralmente esploso negli anni cinquanta con lo sviluppo di catene di fast food. Attualmente si nota la tendenza alla formazione di grandi catene in franchising nel settore della rivendita al dettaglio e in parallelo la crescente diffusione del cosiddetto franchising solidale, in cui l'azienda affiliante si impegna a destinare l'intero ammontare delle royalty versate dagli affiliati al finanziamento di progetti di solidarietà, spesso in collaborazione con associazioni umanitarie.

Vantaggi del franchising

Il franchising consente all'azienda madre l'indiscutibile vantaggio di avere una crescita più veloce rispetto a uno sviluppo tradizionale.

Infatti parte degli investimenti, l'eventuale scelta delle località, la gestione del personale e soprattutto parte del rischio di impresa si ripartiscono fra le due strutture (azienda madre e azienda figlia).

Il franchising è anche una soluzione che consente di derogare a normative antitrust che impongono limiti alla quota di mercato detenibile da una singola società, una distanza e un bacino di utenza minimo fra due punti vendita dello stesso comparto merceologico (della medesima società oppure di marchi differenti). Infatti, il negozio in franchising è proprietà di un soggetto differente dal marchio distributore, il quale in questo modo ottiene un maggiore numero di sbocchi sul mercato. I costi di struttura della filiale sono poi a carico dell'affiliato, con relativo vantaggio di risparmio per l'affiliante.

Il franchising nel diritto italiano

Il contratto di franchising o affiliazione commerciale è definito dall'art. 1 della legge n. 129/04, come quel contratto tra due soggetti giuridici economicamente indipendenti in base al quale una parte concede la disponibilità all'altra, verso corrispettivo, di un insieme di diritti di proprietà industriale o intellettuale relativi a marchi, denominazioni commerciali, insegne, modelli di utilità, disegni, diritti d'autore, Know-how, brevetti, assistenza o consulenza tecnica e commerciale, inserendo l'affiliato in un sistema costituito da una pluralità di affiliati distribuiti sul territorio, allo scopo di commercializzare determinati beni o servizi.

Definizioni

L'art. 1 della legge n. 129/2004 contiene le definizioni degli elementi essenziali del contratto di franchising. Viene, così, definito:

  • il know-how come patrimonio segreto, sostanziale ed individuato di conoscenze pratiche non brevettate dell'affiliante;
  • il diritto d'ingresso (entrance fee) quale cifra fissa che l'affiliato versa al momento della stipula del contratto di franchising;
  • le royalties come una percentuale commisurata al giro d'affari o in quota fissa, periodicamente dovuta all'affiliante;
  • beni dell'affiliante: i beni prodotti dall'affiliante o secondo le sue istruzioni sono contrassegnati dal nome dell'affiliante.

Forma e contenuto del contratto

L'art. 3 della legge n. 129/2004 prevede che il contratto di franchising debba essere stipulato per iscritto sotto pena di nullità.

Il contratto di franchising, ai sensi del richiamato art. 3 deve espressamente indicare:

  1. l'ammontare degli investimenti iniziali e delle eventuali spese di ingresso;
  2. le modalità di calcolo e di pagamento delle royalties e l'eventuale indicazione di un incasso minimo da realizzare da parte dell'affiliato;
  3. l'ambito dell'eventuale esclusiva territoriale;
  4. la specifica descrizione del know-how;
  5. l'indicazione dei servizi d'assistenza tecnica e commerciale, di progettazione e allestimento e formazione offerti dall'affiliante;
  6. le condizioni di rinnovo, risoluzione o eventuale cessione del contratto;
  7. la durata che, qualora sia convenuta a tempo determinato, non dovrà essere inferiore a tre anni.

Con riferimento al contenuto del contratto di franchising siccome tipizzato dal legislatore, resta da comprendere quale sorte spetti a contratti di franchising stipulati in forma scritta che difettino di alcuno degli elementi indicati dall'art. 3 della legge n. 129/2004 (ad esempio che difetti dell'indicazione dell'ammontare dell'investimento iniziale – peraltro, sovente, dipendente da scelte imprenditoriali direttamente rimesse all'affiliato o dell'indicazione delle condizioni di rinnovo). Resta, cioè, da comprendere se le parti, nella loro autonomia negoziale, possano dar vita a schemi contrattuali atipici che si discostino dalla tipizzazione del contratto di franchising proposta dal legislatore.

Obblighi d'informazione a carico dell'affiliante

Il legislatore ha anche posto, a carico dell'affiliante, specifici obblighi informativi precontrattuali, imponendogli di fornire al potenziale affiliato, almeno trenta giorni prima della stipula, una copia del contratto corredata da una serie di documenti:

  1. i principali dati relativi all'affiliante e, previa richiesta, copia dei suoi bilanci degli ultimi tre anni;
  2. l'indicazione dei marchi utilizzati con il relativo titolo giustificativo (registrazione, deposito, licenza concessa da terzi o documenti comprovanti il concreto utilizzo);
  3. una sintetica descrizione degli elementi caratterizzanti l'attività oggetto del contratto di franchising;
  4. la lista degli affiliati attuali e della variazione degli stessi negli ultimi tre anni;
  5. la descrizione sintetica degli eventuali procedimenti giudiziari a carico dell'affiliante.

Ulteriori obblighi a carico delle parti

Gli artt. 5 e 6 della legge n. 129/2004 pongono a carico di affiliante e affiliato ulteriori obblighi che possono ritenersi espressione del generale principio di rispetto della correttezza e della buona fede nell'ambito delle trattative e nello svolgimento del rapporto. In particolare:

  • è previsto un obbligo di riservatezza a carico dell'affiliato e
  • un obbligo di informazione a carico dell'affiliante;
  • l'affiliato non può trasferire la sede, se essa risulta dal contratto, senza il preventivo consenso dell'affiliante, salvo cause di forza maggiore.

Informazioni false e annullamento del contratto

Il comportamento dell'affiliante che fornisca informazioni false all'affiliato è qualificabile come comportamento doloso e, ai sensi dell'art. 1439 c.c., può determinare l'annullamento del contratto su domanda dell'affiliato.

Tale specifica sanzione prevista per il caso delle false informazioni lascia, peraltro, aperta la questione relativa alle conseguenze, non già di false informazioni ma, ed è il caso certamente più frequente, di omesse informazioni o di reticenza. Si potrebbe, in tal caso, ipotizzare un inadempimento contrattuale e la possibilità di risolvere il contratto qualora l'inadempimento si configuri come di non scarsa importanza, avuto conto dell'interesse dell'affiliato (art. 1455 c.c.).

Alcuni suggerimenti nella stipula del contratto

Nella stipula di contratti di franchising, soprattutto nella materia dei servizi, occorre prestare la dovuta attenzione ad alcuni elementi che si possono rivelare decisivi per il successo dell' "affare".

In primo luogo è bene definire ambiti ed estensioni della clausola di esclusiva eventualmente prevista nel contratto di franchising. Di norma essa è reciproca e, cioè, vincola il franchisee a non vendere beni (o prestare servizi) in concorrenza con quelli del franchisor e lo obbliga a non venderli (o prestarli) al di fuori del territorio assegnato e, dall'altra, vincola il franchisor a non vendere beni (o prestare servizi) nel territorio assegnato al franchisee personalmente o attraverso altri franchisees. Si tratta di una condizione importante in quanto l'esclusiva "non è un effetto naturale del contratto di franchising ma deve, di volta in volta essere prevista dalle parti"(così Tribunale di Lecce, 09/02/1990).

In secondo luogo, è bene regolamentare la durata del contratto. A tale riguardo può essere stipulato un contratto a tempo indeterminato – ed occorrerà allora disciplinare il diritto di recesso – o un contratto a tempo determinato – ed occorrerà allora disciplinare la facoltà di rinnovo. La durata del contratto dovrebbe, in ogni caso, essere tale da consentire al franchisee l'ammortamento degli investimenti effettuati (art. 3, comma 3, legge n. 129/2004).

Nella definizione dell'oggetto del contratto di franchising occorrerà avere particolare cura nella descrizione dell'insieme di formule, conoscenze, segni distintivi che individuano i prodotti e servizi del franchisor (il cosiddetto know-how). Tale minuta descrizione agevolerà il rispetto dell'indirizzo commerciale e dell'obbligo di esclusiva da parte del franchisee.

Sempre nella definizione dell'oggetto del contratto di franchising sarà bene definire analiticamente il tipo di consulenza commerciale, promozionale e di marketing che il franchisor si impegna ad offrire (ad es. prevedendo sessioni formative del personale dei franchisees).

È bene prevedere, nel contratti di franchising, l'obbligo, per il franchisee, di rispettare le direttive del franchisor anche in corso di rapporto, con l'impegno di adeguare l'aspetto del proprio esercizio, i segni distintivi utilizzati e la qualità delle prestazioni offerte al pubblico, alle eventuali variazioni che il franchisor imponesse all'intera rete. È inoltre essenziale definire, nell'ambito del contratto di franchising, con precisione (nell'interesse di entrambe le parti) l'ambito dell'obbligo di riservatezza sul know-how trasferito. È bene concordare l'obbligo del rispetto di determinati standard di qualità e definire le modalità di verifica dei suddetti standard.

Media franchise

Il termine inglese media franchise  si riferisce alla costruzione di un marchio che viene sfruttato per diversi prodotti dell'industria dello spettacolo e dell'intrattenimento. Il franchise è la modalità produttiva più usata dalle grandi aziende hollywoodiane e dalle corporazioni statunitensi.

Caratteristiche del media franchise

Il "media franchise" crea una marca, un marchio collegato ad un prodotto principale o ad un evento, come può essere un film o un fumetto, ed esso viene sfruttato per aumentare gli incassi con lo sviluppo di mercati aggiuntivi e merchandising di ogni tipo: DVD, videogiochi, gadget e prodotto di cartoleria, spin-off televisivi, tie-in, ecc… Nel caso il prodotto iniziale preveda lo svilupparsi di una storia (come nel caso di romanzi, film e fumetti), i prodotti derivati non necessariamente apparterranno allo stesso universo narrativo. Lo sfruttamento del "marchio", una volta affermato, va a volte anche ad intersecarsi con altri prodotti (nel senso più ampio del termine) già affermati, come nel caso delle attrazioni realizzate in parchi a tema già esistenti.

Nel cinema

I franchise film attingono spesso a diverse aree della cultura popolare: generalmente alla narrativa, soprattutto ai best-seller (come nel caso di Harry Potter), ai fumetti (ad esempio Batman e Spider-Man), ai videogiochi (Resident Evil) o a popolari serie televisive (come è accaduto per Star Trek o Scooby Doo) e si rivolgono al più ampio pubblico possibile. Altri esempi di franchise nel cinema sono Harry Potter, Il Signore degli anelli, Pirati dei Caraibi, X-Men, Shrek, Guerre stellari, Jurassic Park, Hunger Games e Mad Max.

Le due formule principali adottate dal franchise film sono i serial e i sequel che mantengono alta l'attenzione degli spettatori fino all'uscita nelle sale dell'episodio successivo.

Sistema distributivo del media franchise

Questa tipologia di film punta alla penetrazione nel mercato globale, usando un sistema di distribuzione su scala mondiale e programmando le uscite nelle sale dei diversi paesi in modo sempre più ravvicinato, poggiando su campagne di marketing planetarie che sfruttano la convergenza mediatica per ampliare i canali di promozione del film e del merchandising ad esso correlato. Il processo di vendita del prodotto film diventa così più importante del processo produttivo che, nonostante i budget milionari, ha costi inferiori rispetto a quelli della fase di distribuzione e marketing, con la conseguenza di una maggiore attenzione agli aspetti legati alla vendita del prodotto che ai contenuti.

Risultati immagini per franchising vs licensing

 

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Licensing (Licenza economia)

Con il termine licenza (in inglese licensing), in economia si intende la cessione da parte dell'autore o del detentore di un diritto ad altro soggetto perché la possa utilizzare traendone dei benefici economici come ad esempio la produzione su licenza.

Il licenziante, ovvero colui che cede la licenza, ed il licenziatario, colui che gestisce la licenza, si accordano perché i benefici vengano remunerati attraverso un compenso (fee) che può essere fisso o variabile sulle vendite. Quando la parola licensing è usata nel linguaggio di marketing si parla del diritto di cui sopra legato ad una delle seguenti categorie: arte, spettacolo/personaggi, moda, musica, sport, marchi aziendali, editoria/autori, siti web.

La licenza è quindi quell'attività di marketing attraverso la quale chi detiene un diritto con riferimento alla licenza lo cede ad un altro soggetto dietro pagamento di un compenso unico o percentuale (royalty) nel rispetto di alcune regole definite nel contratto di licensing.

In questo modo il licenziatario (licensee) ha diritto di utilizzare e sfruttare economicamente il marchio o il logo, le tecnologie di processo o prodotto e le stesse conoscenze che il soggetto licenziante (licensor) mette a disposizione con questo contratto.

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Regno Unito – L’impatto fiscale della Brexit sulle Holding Inglesi

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Il risultato del referendum inglese ha costatato la volontà del popolo inglese di uscire dall’Unione Europea (UE), dando luogo al c.d. Brexit.

Vien da chiedersi a questo punto, se tale decisione sia, o meno, in grado di influenzare le strutture societarie internazionali che includono una holding inglese. Attualmente, si può affermare con certezza che per molti gruppi i vantaggi fiscali apportati da una holding inglese sopravvivranno alla Brexit.

È un dato di fatto che molti gruppi, in virtù della legislazione corrente, hanno scelto di istituire una holding, in qualità di capogruppo o di società intermedia, nel Regno Unito. Infatti, l’attrattività di tale operazione è segnata in principal luogo dalle prospettive fiscali, particolarmente favorevoli, tipiche dell’ordinamento tributario UK, che non è direttamente influenzato dall’adesione all’Unione Europea.

Si ricordano, a tal proposito, i principali vantaggi offerti per l’istituzione di una holding in territorio anglofono:

             Vantaggi fiscali sui flussi dei dividendi: il Regno Unito non applica una ritenuta d’acconto sui dividendi in uscita;

             inoltre, vige il regime di partecipation exemption (c.d. pex) per i dividendi in entrata, purché gli stessi rientrino in una

             delle cinque classi esenti;

  • Il regime delle Controlled Foreign Companies (c.d. CFC): per quanto riguarda gli utili non distribuiti delle controllate, il regime delle CFC del Regno Unito si rivolge al trasferimento fittizio di utili al di fuori dello stesso Regno Unito e non ricomprende le controllate, anche con regimi fiscali meno gravosi, che possiedono una effettiva attività commerciale locale;
  • Nessuna imposta sulla vendita delle controllate operative: è presente, inoltre, una totale esenzione sulle plusvalenze realizzate dalla vendita di una filiale operativa, a condizione che le partecipazioni siano state detenute per un periodo di 12 mesi e che le trading conditions siano state rispettate;
  • Nessuna imposta sulla cessione di quote di società inglesi da parte di soci esteri: Solitamente sono esenti da imposta le plusvalenze realizzate da azionisti non residenti in caso di cessione di quote relative ad una società situata nel Regno Unito;
  • Deducibilità del costo degli interessi: esistono delle norme relativamente generose in materia di deducibilità degli interessi, soggetta a capitalizzazione sottile, alle regole del transfer pricing, e, a partire dal mese di Aprile 2017, entrerà in vigore il limite del “Rapporto fisso”, realizzato sulla base delle raccomandazioni contenute nell’ultimo report dell’OCSE sul “Base Erosion and Profit Shifting”, altrimenti noto come “BEPS”.

In aggiunta a quanto descritto sopra esistono, ovviamente, altri fattori che giocano un ruolo fondamentale nella scelta della sede della holding.

Molto presumibilmente, quindi, i vantaggi fiscali sopra riportati sono destinati a rimanere. Sarebbe totalmente inaspettata la scelta, per un futuro governo inglese, di apportare delle modifiche che, di fatto, potrebbero ledere piuttosto che danneggiare significativamente l’attrattività del Regno Unito per investimenti internazionali in entrata ovvero in uscita.

Al contrario, il governo inglese sta prendendo in esame la possibilità di addurre ulteriori miglioramenti al regime della pex sulle plusvalenze, al fine di semplificarla e renderla maggiormente competitiva in campo internazionale. In particolare, si stanno prendendo in considerazione i cambiamenti da adottare per incoraggiare il ricorso a compagnie inglesi, come la Holding platform per il settore dei fondi (includendo i fondi sovrani, i fondi pensione e i fondi d’investimento privato fiscalmente trasparenti).

Un ulteriore aspetto fiscale che può necessitare di analisi aggiuntive, sulla scia del risultato del referendum, è, come anticipato, il tema della ritenuta d’acconto sui flussi di cassa in entrata.

Infatti, se la tassazione sui redditi provenienti dalle controllate extra Ue resterà invariata, dei cambiamenti potrebbero occorrere in ambito UE: la Brexit potrebbe causare delle incongruenze in relazione ai pagamenti ricevuti da società controllate di alcuni paesi dell’UE. Secondo le direttive del Consiglio dell’Unione Europea, dividendi, interessi e royalties possono essere traferiti tra società infragruppo liberamente da uno Stato membro all’altro senza applicazione delle ritenute d’acconto. Dunque, con la Brexit tale operazione non sarà più protetta dalla direttiva comunitaria.

Tuttavia, per quanto riguarda i dividendi, in molti casi, le direttive europee – sui rapporti tra la capogruppo e le c.d. società figlie, si rivelano superflue in quanto gli ordinamenti dello Stato di appartenenza delle società già prevedono l’esenzione dalla ritenuta d’acconto sui dividendi medesimi (come nel caso dell’Ungheria) ovvero delle generose forme di esenzione (come nel caso dell’Irlanda). Inoltre, sebbene, in linea di principio la ritenuta si applichi in base alla normativa tributaria locale, il tasso può esser ridotto, piuttosto che azzerato, in virtù dei trattati inglesi contro la c.d. doppia imposizione. Infatti, è opportuno ricordare che l’Inghilterra ha sottoscritto i trattati contro la doppia imposizione fiscale con tutti gli Stati membri dell’UE.

Pertanto alla luce di quanto affermato, l’impatto della Brexit sui dividendi in entrata risulta esser ridotto alle sole controllate situate in pochi Stati membri. Le controllanti inglesi possono subire una ritenuta d’acconto pari al 5% sui dividendi di controllate situate in Austria, Croazia, Repubblica Ceca, Germania, Italia e Romania e del 10 % in Grecia.

Nel caso in cui una holding inglese effettui dei prestiti o fornisca dei diritti di proprietà intellettuale alle sue controllate, si adotterà, in linea di principio, la medesima procedura sopra descritta. La direttiva Europea sugli interessi e sulle royalties, che solitamente esime dalla ritenuta d’acconto i pagamenti infra-gruppo, in ambito europeo, per interessi e royalties, a tempo debito non potrà più esser adottata. In conseguenza di ciò, la Brexit potrà potenzialmente influenzare i flussi di redditi in entrata generati dagli interessi e dalle royalties provenienti da controllate UE (ma non dagli Stati Extra UE). Anche in questo caso, l’impatto pratico dipende dalla possibilità che la giurisdizione di provenienza imponga la ritenuta d’acconto, o meno, e in tal caso andranno considerati i termini del Trattato in questione con il Regno Unito. Molti Stati offriranno una totale esenzione dalla ritenuta d’acconto per gli interessi e le royalties.

SEDI ALTERNATIVE PER LE HOLDING EUROPEE
Se una società inglese possiede una controllata in uno o più di uno dei sette Paesi UE “rilevanti” ed è una holding intermedia in un gruppo internazionale più ampio, dovranno esser svolte delle indagini più accurate per determinare se l’applicazione di una ritenuta d’acconto sui dividendi della controllata europea rappresenti un costo fiscale incrementale che influenza il gruppo nel suo complesso.
Ad esempio, se la capogruppo ha la sede negli Stati Uniti e può ricorrere al credito d’imposta estero addizionale, sviluppatosi con la ritenuta d’acconto aggiuntiva, per ridurre l’imposta che dovrà fronteggiare per il rimpatrio dei profitti realizzati in Europa verso gli Stati Uniti, l’applicazione della ritenuta d’acconto potrebbe non generare alcun effetto negativo sul gruppo nel suo complesso. Diversamente, se la holding inglese è anche la capogruppo di un gruppo a partecipazione largamente diffusa, la ritenuta d’acconto sui dividendi rappresenterà molto probabilmente un costo fiscale incrementale non indifferente.

Pertanto, lo spostamento della holding in altri Stati varia a seconda del regime fiscale di sua appartenenza e, quindi:
– i Paesi Bassi non possono offrire alcun miglioramento, considerato che una società olandese potrebbe rappresentare una soluzione come un’ulteriore holding intermedia sottostante ad una compagnia inglese, a condizione che i requisiti di “sostanza” siano soddisfatti;
– una holding irlandese potrebbe essere adatta, a seconda dell’identità dell’azionista o degli azionisti finali, data l’ampia esenzione dalla ritenuta d’acconto sui dividendi irlandesi a favore dei destinatari residenti in giurisdizioni con cui vige un accordo (a prescindere dai termini precisi dell’accordo stesso).
Se il costo del post Brexit riguarda unicamente gli interessi e le royalties, vale la pena notare che i prestiti e i diritti sulle proprietà intellettuali non devono seguire necessariamente in parallelo le partecipazioni: in questo contesto, si dovrebbe/potrebbe mantenere le holding inglesi, ma separando la struttura patrimoniale da quella delle proprietà intellettuali.

CONCLUSIONI
A seconda dei casi, un’attenta analisi dei fatti sarà, pertanto, necessaria. Se la Brexit si tradurrà, a tempo debito, in un effetto negativo e se un trasferimento della holding in un’altra giurisdizione UE sarà in grado di fornirle un generale miglioramento, sarà opportuno pianificare delle misure per attuare una riorganizzazione societaria nell’arco dei prossimi anni, prima che la Brexit divenga effettiva, affinché il gruppo possa usufruire delle speciali regole aziendali e fiscali previste per le riorganizzazioni infra UE.

Fonte: http://www.piselliandpartners.com/2016/07/11/3381/

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La Semplice ragione per cui Metalli Preziosi e Criptovalute sono destinate a Salire di Prezzo

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By FunnyKing

Al secolo Paolo Rebuffo (FunnyKing), sono laureato in Economia e Commercio all’Università degli Studi di Genova, ho lavorato come promotore finanziario presso l’agente di cambio Del Carratore-Gambarotta , Gestnord Intermediazione Sim e Bregliano Sim poi come responsabile dell’area trading mobiliare del gruppo Istituto Ligure Mobiliare una merchant bank genovese.  Ho svolto l’incarico di Investor Relator di Le Buone Società Spa (oggi LVenture Group.), azienda quotata in borsa.

Attualmente vivo e risiedo in Svizzera e lavoro come advisor per la società di gestione CamponovoAM.

Incidentalmente dal 2009 ho creato e animo il blog di informazione finanziaria indipendente più letto in Italia (e presto nella Svizzera Italiana) ###############

 

Recentemente una banca tedesca ha cominciato a imporre tassi negativi sui depositi dei correntisti, dal Fatto Quotidiano:

La Raiffeisenbank di Gmund applicherà una commissione di deposito dello 0,4% ai correntisti più abbienti a partire dal prossimo settembre. E’ la prima volta per un istituto privato…

In svizzera le banche che applicano tassi negativi sono oltre le dita di una mano, e entro un anno al massimo tutte le banche svizzere lo faranno oppure chiederanno ai clienti di usufruire di servizi a valore aggiunto e dunque costosi.

Ed è normale, anzi è doveroso per le banche se vogliono rimanere in equilibrio economico.

I vari articoli e post che gridano allo “scandalo” al “furto” sono frutto di una profonda ignoranza e spesso di malafede (perchè sarebbe colpa dell’Euro o dei tedeschi immagino).

In una situazione di deflazione e di tassi negativi indotti dalle politiche delle banche centrali gli istituti di credito devono adeguarsi sia azzerando o quasi i tassi con cui concedono prestiti (in Danimarca ci sono mutui negativi, in Svizzera ci stanno arrivando) sia applicando tassi negativi ai depositi.

In effetti c’è un equivoco: normalmente le persone pensano di fare un favore alle banche lasciando in deposito i propri risparmi, mentre non è affatto così. Le banche NON hanno bisogno di liquidità, di quella ne hanno fin troppa.

Le banche hanno bisogno di vendere prodotti a valore aggiunto, ovvero servizi da prezzare al correntista. Se il correntista si “limita” a lasciare i soldi in banca allora dovrà pagare LUI per avere il privilegio di poterlo fare. In alcuni casi è anche possibile che alcune banche optino per bittare fuori alcuni clienti che sono solo un costo. Mi spiego, siccome applicare tassi negativi è una scelta di marketing con ricadute negative, alcune banche potrebbero optare di mandare una lettera ad alcuni correntisti intimandoli di chiudere il conto e cercarsi un’altra banca. Si lo possono fare, non è un diritto ottenere un conto corrente ne è un dovere per una banca offrirlo a tutti.

Quindi ricapitolando, i tassi negativi sui depositi, esattamente come i tassi negativi sulle obbligazioni sono il nuovo normale, e duqnue bisogna trarne alcune conseguenze:

  1. Che detenere valuta cartacea torna ad avere un senso
  2. Che detenere oro fisico (o altri preziosi)  torna ad avere un senso anche per investitori meno sofisticati
  3. Che esiste una prateria di triliardi di euro/dollari/yen che entreranno nel mondo delle criptovalute.

Non ci credete?

E vabbeh, me ne farò una ragione.

Siate consapevoli, siate preparati… e magari mettevi in portafoglio qualche miliardo di Satoshi

(N.d.R.)  Ringrazio Paolo Rebuffo (FunnyKing)   http://www.rischiocalcolato.it

 

 

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Alla base di un paese civile c’è anche il suo servizio postale.

Risultati immagini per furti della  posta

dal nostro amico Luigi Boschin

Come è possibile che quando spedisco una busta con dei contenuti di “spessore” tipo biglietti augurali con musica elettronica per mia suocera a Natale o le mie carte di credito appena rinnovate negli Stai Uniti, non arrivano in Italia?????

Alla base di un paese civile c’è anche il suo servizio postale.

E’ successo troppe volte, e questo è un chiaro indice di inciviltà!

NON succede se spedisco sempre dagli USA qualcosa a mio figlio in Irlanda o a mia figlia a Londra.

Succede solo in un paese di  ladri e corrotti.

Si dia da fare la magistratura a indagare e quando i responsabili saranno identificati, siano licenziati e puniti, oppure poverini reintegrati nel posto di lavoro come sempre succede.

Negli Stati Uniti un furto nel sistema postale è un crimine federale che comporta le seguenti sanzioni:

Under United States Code 18 Section 1708, federal mail theft is a felony. If you are charged with mail theft, you could face up to five years in federal prison and fines of up to $250,000.

Si 5 anni di carcere e li fai TUTTI!

luglio 30, 2016

Poste Italiane

 

 

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questa volta non me ne voglia Roberto D’Agostino ma non resisto ad un plagio sfacciato

18 ago 2016 18:40

LA GUIDA ALL'ELUSIONE FISCALE DI TIM COOK – IL CAPO DELLA APPLE, ICONA BUONISTA, È L'ARCHITETTO DI UNA DELLE PIÙ GRANDI SOTTRAZIONI DI RICCHEZZA DELLA STORIA: ''TENIAMO CENTINAIA DI MILIARDI ALL'ESTERO PERCHÉ CI PAGHIAMO ZERO TASSE. SE TORNASSERO IN AMERICA, PAGHEREMMO IL 40%, UNA ALIQUOTA INGIUSTA. NON È CHE PIÙ PAGHI PIÙ SEI PATRIOTTICO''

Jena McGregor per ''The Washington Post'' Traduzione Fabio Galimberti per ''la Repubblica''

Sopra un elegante tavolino da caffè bianco, nell’ufficio al quarto piano di Tim Cook, sotto i poster incorniciati di Robert Kennedy, Martin Luther King e Jackie Robinson, è poggiato un iPhone 6s ancora imballato. L’amministratore delegato della Apple, 55 anni, sceglie le parole con cura, prendendosi lunghe pause e parlando con un lieve accento dell’Alabama. Nel suo primo giorno da amministratore delegato ha inviato un messaggio ai dipendenti che diceva: «Voglio che abbiate fiducia che la Apple non cambierà». Cinque anni dopo, dev’essere cambiata per forza.

tim cook

Quali caratteristiche della Apple sono immutabili, dal suo punto di vista?

«Il Dna dell’azienda è rimasto quello di cui parlavo in quel messaggio. La stella polare è sempre la stessa, cioè fabbricare prodotti di qualità straordinaria, che per certi aspetti cambiano realmente il mondo, arricchiscono la vita delle persone. Insomma, la nostra ragion d’essere non è cambiata. Altre cose cambiano. Ma questo è il filo che tiene tutti insieme».

tim cook 3

E che cosa è cambiato?

«Le cose più ovvie sono che abbiamo un numero di dipendenti maggiore. Che l’azienda è quattro volte più grande [per ricavi rispetto al 2010]. Abbiamo ampliato la gamma degli iPhone: questa è stata una decisione chiave, e secondo me azzeccata. Abbiamo lanciato l’Apple Watch, che ci ha permesso di entrare nel settore benessere e salute». tim cook e steve jobs tim cook e steve jobs Qui sul tavolo c’è il miliardesimo iPhone venduto. Una cosa che è cambiata è che nel 2011 circa il 44 per cento del fatturato dell’azienda veniva dall’iPhone: ora la percentuale si avvicina ai due terzi. Che futuro ha la Apple se una parte così grande dei suoi affari è legata all’IPhone e a un settore che sta rallentando? «Questo è un privilegio, non un problema. Quali altri prodotti conoscete in cui il rapporto con le persone, per un oggetto di elettronica di consumo, sarà di uno a uno nel lungo periodo? Non credo che ne esistano altri».

tim cook e steve jobs

Che significa?

«Le vendite di personal computer a livello mondiale in questo momento sono intorno ai 275 milioni di unità. È un dato in calo. Il mercato mondiale degli smartphone è di 1,4 miliardi di esemplari. Col tempo, sono convinto che ogni abitante del pianeta avrà uno smartphone. Potrà volerci un po’, e non tutti avranno degli iPhone. Ma è il più grande mercato del pianeta nel settore dell’elettronica di consumo. tim cook tim cook Pensiamo ai televisori: le famiglie hanno un televisore e alcune famiglie sono abbastanza fortunate da averne più di uno. Ma se andiamo a guardare tutti i tivù che ci sono al mondo il rapporto non è di uno a uno, e non sarà mai di uno a uno. Guardiamo le tecnologie chiave alla base degli smartphone oggi e quelle che saranno predominanti negli smartphone del futuro, come l’intelligenza artificiale. L’intelligenza artificiale renderà questo prodotto ancora più essenziale per le persone, diventerà un assistente ancora migliore di quello che è oggi. Oggi non esci di casa senza lo smartphone, domani probabilmente sarai connesso allo smartphone. Il livello di performance è destinato a crescere enormemente. E non c’è nulla che lo sostituirà, né a breve né a medio termine».

tim cook

Dunque a quelli che chiedono quale sarà la prossima grande categoria rivoluzionaria della Apple (che ha da parte qualcosa come 231,5 miliardi di dollari di liquidità), lei sta dicendo che non c’è niente come lo smartphone?

 «La tecnologia è uno di quei settori in cui ogni settimana esce un nuovo oggetto luccicante che la gente corre a comprare. I netbook, per esempio: da quello che scrivevano tutti sembrava che i fossero una cosa incredibile, tutti ci chiedevano “Perché non ne fate uno anche voi?”. Stesso discorso per i palmari. Ricordate cosa è successo con i palmari? Hanno avuto un boom e poi sono precipitati. Sono stati come l’hula hoop. Il settore della tecnologia è pieno di esempi del genere. Non voglio che qualcuno creda a questa storia de “i tempi d’oro sono passati”».

jim cramer tim cook mad money

È quello che dicono alcuni analisti: come sosterrebbe la tesi che la Apple è ancora un’azienda con prospettive di crescita a lungo termine?

«Nella gamma di prodotti che offriamo oggi abbiamo i servizi [iCloud, App Store, Apple Pay e simili] che negli ultimi dodici mesi sono cresciuti di circa 4 miliardi di dollari, superando i 23 miliardi di fatturato. Il prossimo anno ci hanno detto che questo comparto raggiungerà le dimensioni di un’azienda del Fortune 100. Che altro? L’iPad. L’iPad Pro. Nell’ultimo trimestre abbiamo visto che circa la metà delle persone che comprano un iPad lo usano per lavoro. Abbiamo un’opportunità enorme nel mercato delle imprese. tim cook apple watch tim cook apple watch L’anno scorso abbiamo fatto 25 miliardi di dollari o giù di lì in questo mercato a livello mondiale. Stiamo lavorando con Cisco perché loro sono eccezionali con l’infrastruttura di Rete. Stiamo lavorando con Ibm, che ha scritto tutta una serie di applicazioni. E poi, naturalmente, i mercati. In Cina siamo andati piuttosto bene. L’India cresce in fretta. Per i prodotti, beh, di quello non parliamo di proposito, però potete immaginare. Fate un passo indietro e pensate: che cos’è che Apple è bravissima a fare? La Apple è l’unica azienda in grado di prendere hardware, software e servizi e integrarli in un’esperienza che lascia il cliente a bocca aperta. Prendete questo e applicatelo ai mercati in cui oggi non siamo presenti. Non c’è una limitazione per cui possiamo farlo solo nel campo degli smartphone, o in quello dei tablet, o in quello dei Mac, o in quello degli orologi».

tim cook apple watch

Lei ha preso il posto di una delle icone dell’imprenditoria.

Che sensazione si prova a venire dopo Steve Jobs? «Per me Steve non è sostituibile. Da nessuno. [Abbassa la voce] Era un esemplare unico. Non ho mai pensato che fosse questo il mio ruolo. Se avessi provato a fare una cosa del genere sarebbe stato un percorso minato. Quando ho cominciato a fare l’amministratore delegato pensavo che Steve sarebbe rimasto con noi ancora a lungo. Doveva fare il presidente, lavorare un po’ meno una volta che la sua salute fosse migliorata. Insomma, ho iniziato il mio incarico contemplando solo questa possibilità, e poi, qualche settimana dopo, sei settimane dopo…».

TIM COOK APPLE GAY PRIDE

È successo in fretta.

«Molto in fretta. Il giorno in cui è morto è stato il peggiore di sempre. Io… mi ero davvero convinto, lo so che può sembra strano a questo punto, ma mi ero convinto che ce l’avrebbe fatta a rimettersi in salute, perché ce l’aveva sempre fatta».

A chi ha pensato quando ha deciso di scrivere quell’editoriale in cui ha dichiarato pubblicamente la sua omosessualità?

«Pensavo ai ragazzi. Ricevevo messaggi da ragazzi che sapevano che ero gay, o davano per scontato che lo fossi per via di qualcosa che avevano letto sul web. Ed erano ragazzi che soffrivano molto. Alcuni erano stati cacciati dalla famiglia, pensavano che non sarebbero mai riusciti a fare nulla nella vita, non riuscivano a fare nulla. Guardavano il dibattito nazionale su questo argomento e si sentivano isolati e depressi. E ho pensato che dovevo fare qualcosa. Ho pensato che se fossi riuscito ad aiutare anche una sola persona ne sarebbe valsa la pena. Non è una cosa che ho deciso così, all’improvviso. Probabilmente era da un anno che ragionavo su cosa dire, come dirlo. Volevo farlo su una pubblicazione economica. È il mondo che conosco, è quello che sono. C’è stato un mucchio di lavoro dietro a quell’articolo. Sono andato a trovare delle persone. Ho parlato a lungo – molte volte – con Anderson Cooper, perché mi sembrava che avesse gestito il suo annuncio con grande classe».

TIM COOK APPLE GAY PRIDE

Lei ha detto che la privacy fa parte dei valori della Apple. Quanto parte di vissuto personale c’è in questo? Lei è noto per essere una persona molto riservata. È cresciuto come omosessuale in uno Stato di destra. Quella prima fase della sua vita ha avuto un impatto sul modo in cui guida la Apple e sulle posizioni pubbliche che ha assunto riguardo alla riservatezza?

ginni rometty capo di ibm e tim cook capo di apple ginni rometty capo di ibm e tim cook capo di apple «L’infanzia, il modo in cui sei stato educato, sicuramente influenzano sempre, per tutta la vita, le cose che impari e il tuo punto di vista. Ma per quanto riguarda la privacy non penso che le due cose siano collegate. Qui c’è in ballo qualcosa di più generale. La riservatezza, dal mio punto di vista, è una libertà civile su cui i Padri Fondatori hanno ragionato tanto tempo fa, giungendo alla conclusione che era un elemento essenziale di quello che significa essere un americano. Più o meno al livello della libertà di espressione e della libertà di stampa, se vogliamo. L’altra cosa riguarda l’enorme quantità di dati che girano là fuori, nei posti più vari. Temo che la gente non si renda veramente conto di che genere di cose ci sono in giro su di loro. Sono queste due cose che hanno pesato, non il fatto di essere cresciuto nel Sud».

ginni rometty capo di ibm e tim cook capo di apple

Guardando indietro, ci sono errori che ha commesso e da cui ha tratto insegnamento?

«Maps è stato un errore. Oggi abbiamo un prodotto di cui siamo orgogliosi. Ma abbiamo avuto l’onestà di ammettere con noi stessi che non era il nostro lavoro più riuscito, e il coraggio di scegliere un altro modo per farlo. Questo è importante. È il solo modo attraverso cui un’organizzazione può imparare».

TIM COOK ALLA D11 CONFERENCE

La sua prima audizione di fronte al Congresso degli Stati Uniti era incentrata sulle tasse pagate dalla Apple. E state attendendo una decisione dell’Unione europea che stabilirà se dovete pagare miliardi di dollari in tasse arretrate; inoltre siamo in un anno elettorale e la riforma dell’imposizione sulle imprese è un importante tema di discussione. La campagna dei due candidati vi dà qualche speranza che possa esserci prossimamente una riforma della tassazione aziendale?

«Credo che sia nell’interesse degli Stati Uniti fare una riforma della tassazione aziendale, a prescindere da quale partito conquisterà la Casa Bianca. Perché le regole vigenti dicono che aziende internazionali come noi e molte altre possono tenersi gli utili che realizzano all’estero finché restano all’estero, e poi, quando li riportano qui, diventano imponibili. Secondo me ogni dollaro dovrebbe essere tassato immediatamente, senza rinvii. Ma come conseguenza di ciò dovrebbe esserci libertà di movimento dei capitali. tim cook di apple testimonia davanti alla commissione del senato USA tim cook di apple testimonia davanti alla commissione del senato USA Se un sistema del genere venisse applicato, ci sarebbero più investimenti verso gli Stati Uniti. Siamo l’unico Paese importante al mondo ad avere un sistema del genere. Non è un bene per gli Stati Uniti, non è un bene per l’economia, non è un bene per l’occupazione, non è un bene per gli investimenti. Penso peraltro che ci sia un consenso ampio all’interno di entrambi i partiti in questo senso. C’è diversità di vedute sul modo migliore per correggere il problema, ma credo che tutti siano d’accordo che il sistema attuale non funziona. Perciò sono ottimista, penso che nel 2017 una riforma della tassazione aziendale ci sarà. Gli Stati Uniti hanno bisogno di investire di più in infrastrutture, quindi starebbe stupendo se si prendessero gli introiti fiscali di una riforma della tassazione aziendale e si investissero in infrastrutture, strade, ponti, aeroporti».

tim cook di apple testimonia davanti alla commissione del senato USA

Che cosa dice in risposta ai commenti del premio Nobel Joseph Stiglitz sul canale televisivo Bloomberg che ha definito una «frode» il fatto che la Apple dichiari i propri utili in Irlanda?

«Non li avevo sentiti. Ma se qualcuno ha detto una cosa del genere non sa di cosa parla. Ora le spiego che cosa succede con le nostre tasse internazionali. Il denaro in Irlanda a cui si riferisce è probabilmente denaro che è soggetto alla tassazione americana. La legislazione fiscale al momento dice che possiamo tenerlo in Irlanda o riportarlo indietro. E nel momento in cui lo riportassimo indietro, ci pagheremmo sopra il 35 per cento di tasse federali e una media ponderata delle tasse degli Stati in cui siamo presenti, che è circa il 5 per cento, quindi diciamo il 40 per cento. Abbiamo detto che al 40 per cento di aliquota non intendiamo riportarlo indietro, perché è un’aliquota iniqua. Su questo non c’è discussione. È legale o non è legale farlo? È legale farlo. È la legislazione fiscale vigente. Non è questione di essere o non essere patriottici. Non è che più paghi più sei patriottico. Noi diciamo che ci sta bene di pagare di più su quel denaro, perché al momento non ci stiamo pagando sopra nulla e lo lasciamo laggiù. Ma come tante, tante altre aziende aspettiamo che quei soldi possano tornare indietro.

TIM COOK FA VISITA ALLA FABBRICA FOXCONN IN CINA

Contestualmente, è il caso di andare a guardare quello che paghiamo. La nostra aliquota marginale, la percentuale effettiva di tasse che paghiamo sui nostri introiti, è di oltre il 30 per cento. Siamo il maggiore contribuente di tutti gli Stati Uniti. Non siamo gente che elude le tasse: paghiamo quello che ci spetta e anche di più. Quelle grandi scappatoie legali di cui altri parlano noi non le abbiamo. L’unico genere di credito di imposta di cui usufruiamo è quello per la ricerca e sviluppo, che è accessibile a tutte le aziende degli Stati Uniti. Questa è una cosa importante da sapere. La seconda cosa che voglio sottolineare è che abbiamo soldi in altri Paesi perché i due terzi del nostro business sono in altri Paesi».

TIM COOK CON LI KEQIANG IN CINA

Vi sentite presi di mira dall’Unione europea?

 «Non hanno ancora preso la decisione, e non so che cosa decideranno. Spero che sarà una decisione equa, altrimenti, naturalmente, faremo appello. È importante che tutti capiscano che la tesi dell’Unione europea è che l’Irlanda ci ha offerto un accordo speciale. L’Irlanda lo nega. La struttura che abbiamo era applicabile a tutti, non era una cosa fatta appositamente per la Apple. Era la loro legge. E la controversia di fondo alla base di tutto questo è che in realtà non stanno dicendo che la Apple dovrebbe pagare più tasse. Stanno discutendo sul soggetto a cui andrebbero pagate queste tasse, e c’è un tira e molla fra Paesi per stabilire come distribuire i profitti. La normativa fiscale dice che il posto in cui crei valore è il posto in cui vieni tassato. E dal momento che sviluppiamo prodotti principalmente negli Stati Uniti, le tasse spettano agli Stati Uniti».

TIM COOK

Passiamo a parlare del futuro della Apple. Nell’ultima teleconferenza lei ha fatto alcune affermazioni sull’intelligenza artificiale che hanno suscitato molta attenzione. La Apple punta a rimettersi in pari con gli sforzi di aziende come Facebook, Google e Amazon su questo versante?

«Mi permetta di obiettare: la sua domanda sembra sottintendere che siamo indietro. Guardiamo bene come stanno le cose. È dal 2011 che abbiamo lanciato Siri, e Siri vi accompagna tutto il tempo. E a molte persone piace avere un assistente che le segue costantemente, al lavoro, a casa, nel tempo libero, al campo di calcio. Non dovete pensare alle cose da fare solo quando siete in cucina. E le capacità Siri sono incredibili. Diventa sempre più bravo a capire le cose senza dover memorizzare modi specifici per dirle. La capacità di predizione di Siri sta crescendo notevolmente. Con l’intelligenza artificiale ci siamo concentrati su cose che possono essere utili al consumatore. E a giugno abbiamo annunciato che apriremo Siri a terzi, quindi ora anche gli sviluppatori esterni potranno usarlo. Per fare un esempio semplice, qualunque applicazione per servizio taxi usiate, Uber o Lyft negli Stati Uniti, potreste semplicemente ordinare l’auto a voce. Gli sviluppatori esterni adesso stanno scrivendo montagne di queste applicazioni, che saranno messe a disposizione del pubblico in autunno. Insomma, stiamo allargando enormemente Siri. Ma ci sono altre cose: per esempio, se state scrivendo una mail, Siri è diventato molto più abile a indovinare la prossima parola o frase che userete. Io è già un po’ che uso questa funzione, e vi consiglio caldamente di farlo. Poi la capacità di riconoscere le facce nelle foto e metterle nell’equivalente moderno di un album fotografico… questo è un prodotto che abbiamo chiamato Memories. È incredibile, è una cosa che ti tocca al cuore, con le foto di famiglia e degli amici.  Le cose semplici, per esempio quando vai in macchina all’aeroporto: io è un po’ che non lo faccio più, ma quando lo facevo mi dimenticavo sempre dove avevo messo la macchina. Io mi limito a fare una foto del cartello sul muro. Ma non avrà bisogno di fare neanche più quello, perché Siri si ricorda dove ha parcheggiato. Cose del genere cambiano davvero la vita alle persone, e noi facciamo tutto questo proteggendo la vostra riservatezza. Invece di trasmettere tutte le informazioni al cloud, dove manteniamo tutto, ne facciamo moltissime sul dispositivo stesso. Così avete il controllo dei vostri dati».

Tim Cook, la foto di Jobs alle spalle

Questa corsa all’intelligenza artificiale non le suscita timori, per quanto riguarda la privacy?

«No. Penso che persone di talento riusciranno a inventare modi eccezionali per usare l’intelligenza artificiale senza violare la privacy. C’è una nuova tecnologia chiamata privacy differenziale, che va a guardare le grandi banche dati per prevedere i comportamenti e le richieste degli utenti, ma senza andare a guardare l’individuo esatto, cosa che potrebbe violare la privacy. Ci sono alcune cose che stiamo studiando: per esempio, se compri delle canzoni è ragionevole aspettarsi che noi sappiamo quali canzoni compri, perché le compri da noi. E usiamo queste informazioni, con i sistemi di apprendimento artificiale, per consigliarti altre canzoni che ti potrebbero piacere».

tim cook alla presentazione dell'apple watch e3bee14

E che cosa mi dice della realtà aumentata o virtuale?

«Penso che la realtà aumentata sia molto interessante, che sia una sorta di tecnologia chiave. Sì, è una cosa su cui stiamo lavorando molto dietro le quinte [ Ride]».

Prima ha detto che è diventato molto più difficile tenere le cose segrete. Sono uscite molte notizie sul progetto di un’automobile Apple, se ne parla talmente tanto che sembra un segreto di Pulcinella… «[ Ride] Non posso rispondere a una domanda su qualcosa che non abbiamo annunciato…».

 

 

Ringrazio Il direttore di Dagospia,

il collega Roberto D'Agostino, l'ho brutalmente plaggiato ma solo perche mi è enormemente simpatico e da molti anni  lo aprezzo per la sua opera di informazione alternativa…

questo pezzo è Brutalmente tratto da >> 

http://www.dagospia.com/rubrica-4/business/guida-all-elusione-fiscale-tim-cook-capo-apple-icona-130610.htm

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25 giugno 1991

Come ogni anno in Slovenia si festeggia il 25 giugno festa nazionale dell'indipendenza

La Storia è molto semplice : in Italia i neo cattocomunisti di Renzi (con aereonuovo + tr**a personale Boschi) ed Alfano (con fratello dirigente alle poste a 160K annui + posto da docente universitario dispensato prima che conseguisse la laurea)…
hanno deciso di fare quello che i Turchi fecero con gli Armeni ed i Tedeschi con gli Ebrei….
hanno deciso di compiere il genocidio della classe media Italica… di impedire ai rari sopravvissuti di mettere su famiglia e fare figli per importare al loro posto negri, islamici e tutta la feccia dell'umanità possibile….
una pulizia etnica ben pianificata e messa in pratica talmente efficientemente da fare impallidire Adolf , Milošević e Radovan Karadžić….

gli Sloveni con la "Guerra dei 10 giorni" (in sloveno: Desetdnevna vojna) cacciarono a pedate nei coglioni i comunisti fuori dai loro confini…
Il conflitto, di cui da poco è trascorso il 25ennale, iniziò il 25 giugno 1991 e portò all'indipendenza della repubblica in soli dieci giorni.

Io c'ero: a vedere bruciare i Tanks comunisti di Belgrado a colpi di RPG7 al confine di Trieste e Gorizia "Casa Rossa" e Fernetti….
 

Da allora ho sperato che anche qui accadesse qualcosa di simile…

ma purtroppo sono arrivato alla conclusione che gli italiani non hanno nessun intenzione di opporsi, anzi si sono fatti abbindolare da Prodi e D' Alema e condurre docilmente al macello della Frau Culona Inchiavabile…

quando il nemico è prossimo ad annientarti: l'unica difesa è la fuga… (chiamala pure ritirata strategica il significato non cambia)…

ti hanno già da tempo ridotto in schiavitù… se non ti trasformi in un partigiano fiscale: sarai morto molto presto !

I selvaggi cannibali di Equitalia danzeranno col tuo scalpo !!

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Operazione “Torre d’avorio”

 

  Nell’ambito di un’attività di polizia giudiziaria, convenzionalmente denominata Torre d’Avorio, in materia di riciclaggio, evasione fiscale ed altri reati, la Guardia di Finanza ha acquisito i flussi finanziari da e per la Repubblica di San Marino.

14 aprile 2016  fonte: Commercialista Telematico

http://www.commercialistatelematico.com/articoli/2016/04/operazione-torre-d%E2%80%99avorio-e-avvio-di-controlli-fiscali-sui-movimenti-di-capitali-con-la-repubblica-di-san-marino.html

L’Autorità Giudiziaria inquirente ha autorizzato l’utilizzo ai fini fiscali/amministrativi dei documenti acquisiti e degli elementi emersi nell’ambito del procedimento penale.
Dall’esame della documentazione la GdF ha potuto individuare i movimenti di capitale da e verso la Repubblica di San Marino effettuati da un vastissimo numero di contribuenti, si parla di tante migliaia di soggetti coinvolti, che sono ora chiamati a documentarne le motivazioni rispondendo ad un apposito questionario: ad ogni persona è stato inviato un elenco dettagliato dei movimenti bancari ad essa direttamente riferibili, acquisiti nella suddetta “operazione Torre d’Avorio”, con richiesta di compilazione di un questionario al fine di acquisire elementi utili agli accertamenti in corso. Si tratta di movimenti direttamente riferibili in quanto la persona che viene coinvolta è ad esempio titolare del conto corrente bancario o anche semplicemente soggetto delegato ad operare. Occorrerà fornire giustificazione dei movimenti indicati. Il questionario potrà essere sostituito da una relazione illustrativa.

Come dichiarato dal Comandante Generale della Guardia di Finanza – Dott. Capolupo – in un convegno a Roma sulla fiscalità, l’indagine punta su “persone fisiche, anche titolari di partita Iva, che risultano aver movimentato flussi finanziari da e verso il Titano per importi complessivamente superiori a 10.000 euro in almeno un’annualità, pur non avendo compilato ‘il quadro RW’ della dichiarazione dei redditi; ma soprattutto “ulteriori soggetti iscritti all’AIRE, l’anagrafe degli Italiani residenti all’estero, emigrati verso San Marino, ognuno dei quali risulta aver movimentato, nel periodo 2009-2014, flussi finanziari da e verso la Repubblica del Titano per importi pari o superiori a 100.000 euro”.

L’avvio di questo controllo fiscale che ha come obiettivo le imposte sui redditi e, ricorrendone i presupposti, l’IVA, l’IRAP ed altri tributi è rivolto a cittadini italiani e ad italiani iscritti all’A.I.R.E. per aver trasferito la propria residenza a San Marino, con la precisazione che per gli anni d’imposta fino al 2013 trova applicazione la presunzione di residenza ai sensi dell’art. 2 comma 2-bis del testo Unico imposte sui redditi: tale disposizione considerava fiscalmente residenti, salvo prova contraria, i cittadini italiani cancellati dalle anagrafi ma emigrati in Paesi con regime fiscale privilegiato, Paesi appositamente individuati con decreti del Ministro delle Finanze e tra questi, fino al 2013, era ricompreso San Marino.
Questi ultimi potranno “sistemare” la propria posizione dimostrando che la residenza effettiva è a San Marino e il centro dei propri interessi ed affetti è nella repubblica più antica del mondo… dovranno pertanto consegnare ai verificatori una serie di documenti che lo attestino, a puro titolo di esempio: documenti di identità e residenza, la carta del servizio sanitario, le bollette comprovanti il consumo di energia, gas e telefoni della propria abitazione in San Marino; certificazione del lavoro svolto nella RSM ad esempio con dichiarazione dell’Ufficio tributario, ricevute di spese mediche effettuate nella Repubblica, utilizzo di carte di credito, bancomat e Smac card in San Marino; documentazione comprovante che i figli frequentano scuole/asili sammarinesi… e quant’altro possa essere utile per provare l’effettiva residenza e centro degli affetti ed affari in San Marino. Con tali dimostrazioni questi soggetti non dovrebbero avere problemi fiscali e, se tutto è lineare e dimostrato, la loro posizione verrà rapidamente stralciata.
Una volta acquisita la documentazione richiesta i militari verificatori approfondiranno una serie di elementi rispetto ai contribuenti coinvolti: la corretta compilazione del quadro RW, la dichiarazione in Italia di eventuali redditi esteri, la presenza di stabili organizzazioni, residenze fittizie all’estero, l’esterovestizione, eventuali fatturazioni di operazioni inesistenti.

Tante di queste persone comunque si saranno avvalse in passato dei cosiddetti “scudi fiscali”, regolarizzando così la propria posizione; in tal caso la presentazione della documentazione dovrebbe – fino a concorrenza degli importi “scudati” – risolvere il problema. Altri invece si saranno avvalsi entro lo scorso anno 2015 della cosiddetta “Voluntary Disclosure” sanando così anche loro la propria posizione fiscale (pur se in attesa che arrivino i conseguenti avvisi di accertamento – dopo il contraddittorio – da pagare per chiudere la pratica).
Grazie a tutte le banche dati a disposizione la Guardia di Finanza è già a conoscenza di tanti elementi specifici delle singole persone convocate in caserma, che verranno confrontati con le dichiarazioni rilasciate nel questionario o nella apposita relazione illustrativa.

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In merito agli anni soggetti a controllo si parla generalmente di anni dal 2009 in avanti e ciò potrebbe aprire un lungo discorso sulla caduta in prescrizione degli anni fino al 2010 compreso (se la dichiarazione dei redditi risulta regolarmente presentata). L’amministrazione fiscale italiana ritiene che gli anni fino al 2010 non sono caduti in prescrizione in quanto allora la Repubblica di San Marino era considerata – come sopra detto – un paese a fiscalità privilegiata e quindi con raddoppio dei termini di prescrizione, senza però tenere in considerazione l’applicazione del favor rei.

Ai sensi dell’art. 3, comma 3, del D.Lgs. 472/1997 se la legge in vigore al momento in cui è stata commessa la violazione e le leggi posteriori stabiliscono sanzioni di entità diversa, si applica la legge più favorevole. L’uscita di San Marino dalla blacklist dovrebbe quindi da un lato eliminare il raddoppio dei termini di prescrizione e dall’altro portare all’applicazione di eventuali sanzioni scaturenti dai controlli dell’operazione “Torre d’Avorio” in misura ridotta, tanto quanto applicabile in caso di rapporti con paesi whitelist. L’applicazione del favor rei è contestata dall’Agenzia delle entrate la quale non intende interpretare il favor rei – nel caso in esame – dal punto di vista concreto ma solo astrattamente. Appare invece necessario evidenziare che la norma sanzionatoria non è il risultato dell’interpretazione di una singola disposizione: l’innovazione legislativa (san Marino fuori dalla black-list) non incide direttamente sulla disposizione sanzionatrice principale ma modifica un enunciato normativo richiamato dalla disposizione stessa, il quale contribuisce in tal modo a determinare la vera e propria norma sanzionatoria. Si parla di “integrazione normativa”, nel senso che fra la norma integratrice e la norma integrata si crea un collegamento strutturale tale per cui quest’ultima, per essere completa e per esprimere il proprio significato ha bisogno dell’apporto della prima, la quale si pone rispetto ad essa come complementare. E’ evidente che con il termine “legge” indicato dall’art. 3 comma 3 del D.Lgs. 472/197 non si riferisce solo alla legge sanzionatoria principale ma anche alle norme (di fonte legislativa o meno) da questa direttamente o indirettamente richiamate. La disciplina legislativa deve essere complessivamente considerata.
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Dal punto di vista fiscale i contribuenti possono anche avvalersi della possibilità di regolarizzare spontaneamente eventuali errori e/o omissioni utilizzando l’istituto del ravvedimento operoso, che permette una sostanziosa riduzione delle sanzioni e che dopo gli ultimi aggiornamenti legislativi può essere utilizzato anche se è già stata avviata l’attività di verifica.
La mancata restituzione del questionario o l’indicazione di risposte inesatte, incomplete e/o non veritiere è punita con la sanzione da € 258 a € 2.065; alcuni contribuenti destinatari della richiesta potrebbero ritenere di non rispondere, e rischiare di dover pagare la conseguente sanzione, piuttosto che dichiarare giustificazioni che eventualmente potrebbero far emergere sicure ed elevate sanzioni; non ci sembra però – in linea generale – che possa risultare proficua una simile strategia difensiva in quanto i verificatori potranno comunque procedere e forse chi non ha risposto sarà tenuto maggiormente sotto osservazione.

Non sempre sarà semplice per i contribuenti recuperare giustificazioni di movimenti bancari riferiti ad anni molto vecchi e si auspica quindi che i militari verificatori diano ai contribuenti un congruo tempo necessario per risalire alle motivazioni.

14 aprile 2016

Commercialista Telematico

http://www.commercialistatelematico.com/articoli/2016/04/operazione-torre-d%E2%80%99avorio-e-avvio-di-controlli-fiscali-sui-movimenti-di-capitali-con-la-repubblica-di-san-marino.html

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aziende italiane vendute all’estero

ducati
 
L’Italia è il Paese dello shopping: non ci riferiamo ai turisti che vengono a spendere nei nostri negozi ma alle aziende del ‘Made in Italy‘ che finiscono nelle mani di holding straniere, finendo per perdere la loro identità (e spesso anche i poli produttivi). I saldi all’italiana, che negli ultimi anni hanno portato quasi 500 marchi nostrani in mano straniera, non accennano a fermarsi. Si ripropone così, sempre più urgente, il quesito sulle conseguenze (da un punto di vista economico ma anche sociale) di questa svendita del patrimonio imprenditoriale italiano. Il Made in Italy è davvero sul viale del tramonto? Soltanto dal 2008 al 2012 ben 437 aziende italiane sono passate nelle mani di acquirenti stranieri: questo il dato più clamoroso del Rapporto ‘Outlet Italia. Cronaca di un Paese in (s)vendita’ presentato dall’Eurispes. Certificazione ulteriore, se ce ne fosse bisogno, di un Made in Italy sempre meno italiano. Certo, i gruppi stranieri sopendono miliardi di euro per portare a casa i marchi italiani, ma sono soldi che vanno alle vecchie proprietà, non portano valore aggiunto alla comunità e, in ogni caso, non valgono certo la perdita dei gioielli di famiglia. Vediamo di seguito quali sono i marchi ”scappati” dal Belpaese negli ultimi anni.
 
http://www.nanopress.it/economia/2016/04/19/made-in-italy-addio-tutte-le-aziende-italiane-vendute-all-estero/3549/#refresh_ce

La Peroni, storica birra un tempo italiana prodotta a Roma, Padova e Bari, nel 2003 finì nelle mani del colosso anglo-sudafricano SabMiller che l’aveva poi ceduta ai belgi di InBev, gli stessi che producono Corona, Budweiser e Beck’s. In febbraio 2016 il produttore giapponese di birra Asahi ha offerto ben 400 miliardi di yen (ovvero una cifra che si aggira intorno ai 3 miliardi di euro) per l’acquisto del marchio. Ad aprile 2016 arriva la notizia che AB InBev ha accettato l’offerta vincolante presentata dal gruppo nipponico per un totale di 2,55 miliardi di euro in contanti.

 

Risiko

A gennaio 2016 l’italiana Editrice Giochi passa alla canadese Spin Master e questo vuol dire che anche il Risiko e lo Scarabeo, così come Cluedo, Dungeons and Dragons (e altri gochi come L’eredità, X Factor e Voyager) non saranno più made in Italy. L’azienda era stata fondata nel 1936 dal lombardo Emilio Ceretti e nel 2009 aveva già ceduto il ”Monopoli” ad Hasbro. La multinazionale di Toronto punta ad aumentare la sua presenza nel mercato italiano del giocattolo, un settore valutato intorno ai 740 milioni di euro nel 2015 e in crescita.

Pininfarina

A dicembre 2015 Pininfarina ha annunciato il passaggio alla società indiana Mahindra con un’operazione da circa 50 milioni di euro, cui si sommano garanzie sui debiti per oltre 110 milioni di euro. Nel dettaglio, Mahindra & Mahindra e TechMahindra acquisteranno tutte le azioni ordinarie Pininfarina detenute da Pincar (la holding della famiglia che controlla il 76% di Pininfarina), per un totale di circa 25 milioni di euro; le azioni sono attualmente in pegno alle banche e saranno liberate da tale vincolo alla chiusura dell’accordo. ”Oggi iniziamo a scrivere il prossimo capitolo della storia di Pininfarina. Siamo orgogliosi e felici di entrare a far parte del gruppo Mahindra”, ha commentato l’ad Silvio Pietro Angori. ”Oggi è un giorno splendido, Pininfarina diventa più forte e più globale che mai”. Per il presidente e nipote del fondatore, Paolo Pininfarina, l’accordo con ”un partner industriale solido e globale” permette di rafforzare l’identità della società, che ”è e rimarrà italiana” mentre ”i soldi non hanno passaporto”. E ancora ”L’azienda resta in Italia, restano le maestranze, resta il management. Resta il dna Pininfarina”, ha assicurato il presidente Paolo Pininfarina, presentando in conferenza stampa a Torino l’intesa per il passaggio dell’azienda all’indiana Mahindra. ”Questa operazione – ha aggiunto – ci permette di pensare al futuro. E’ un giorno importante che voglio dedicare alla mia famiglia. Sono sicuro che sia la cosa giusta, che mio nonno, mio padre e mio fratello sono con me e pensano che stia facendo la cosa giusta”.

Grom, il “gelato più buono del mondo” dal 1° ottobre 2015 passa alla multinazionale olandese Unilever, quella di Algida per intenderci. I due fondatori Federico Grom e Guido Martinetti hanno così ceduto la proprietà dell’azienda che, dalla piccola gelateria di Piazza Paleocapa a Torino, dal 2003 si è trasformata in un colosso del gusto, con oltre 67 punti vendita e 600 addetti tra Dubai, Giacarta, Hollywood, Malibu, New York, Osaka, Parigi e molte altre città. Il gruppo sarà comunque gestito in autonomia dai due fondatori, a cui viene garantita la totale libertà: ad arricchirsi ci saranno però anche il colosso olandese e investitori dal Giappone, dal Qatar e dal gruppo Illy, che detiene il 5% del capitale.

Italcementi è stata venduta ai tedeschi per il 45%. Il prezzo è stato fissato e corrisponde a 10,6 euro ad azione, per un valore complessivo di 1,67 miliardi. La famiglia Pesenti esce dopo più di un secolo dall’azienda, accettando l’offerta del gruppo tedesco Heidelberg. La famiglia Pesenti diventa il secondo socio. Il nuovo gruppo potrà contare su una capacità produttiva di circa 200 milioni di tonnellate di cemento, con un fatturato di 16,8 miliardi di euro da realizzare in 60 Paesi presenti in 5 continenti.

 

…e potete continuare  leggendo l'articolo originale a seguire le sorti di  ben altre 17 marche storiche dell'italico bel paese:

http://www.nanopress.it/economia/2016/04/19/made-in-italy-addio-tutte-le-aziende-italiane-vendute-all-estero/3549/

 

 

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Risiko

A gennaio 2016 l’italiana Editrice Giochi passa alla canadese Spin Master e questo vuol dire