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eliminare i parassiti ? …si può fare !!

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Residenza fiscale all’estero e famiglia in Italia

Cassazione: la tassazione dei redditi resta fuori dall’Italia.

Secondo la Cassazione si può considerare residente fiscalmente all’estero il contribuente che possa dimostrare di avere il proprio centro di interesse lavorativo principale fuori dal Belpaese, ossia che l’attività principale che egli svolge per mantenere sé e la propria famiglia sia all’estero; e ciò anche se la sua famiglia e gli affetti principali sono rimasti in Italia.

 La sentenza [1] è davvero interessante. Infatti la Cassazione precisa che il criterio da utilizzare per verificare se il contribuente è effettivamente residente all’estero, in termini assoluti, è quello di individuare dove si trova la sede principale della sua attività, cioè il centro vitale dei propri interessi. Questo centro di interesse vitale, sempre secondo la Cassazione, deve essere rinvenuto nel luogo ove egli esercita, in modo riconoscibile dai terzi, la propria attività principale.

La novità introdotta dalla Cassazione nella valutazione della residenza, rispetto a quanto sinora stabilito dai documenti emessi dall’Agenzia delle Entrate [2] e dal contenuto delle disposizioni di legge [3], è si la priorità che viene data al luogo in cui si svolge l’attività lavorativa principale del contribuente, ma soprattutto il legame che si è creato, in riferimento al tempo ed all’impegno profuso, con il territorio nel quale la residenza estera è stata fissata.

La dimostrazione dello svolgimento di un’attività lavorativa, a tempo pieno, collegata col territorio estero e di lunga durata basta a provare il distacco dal territorio, indipendentemente dalla sussistenza in Italia di legami affettivi e familiari, i quali, in presenza del requisito principale di cui sopra, non hanno rilevanza prioritaria ai fini della prova da dare all’aministrazione finanziaria italiana, per dimostrare la residenza fiscale estera.

I legami affettivi, relativi al centro degli interessi famigliari e personali, rileverebbero soltanto in concomitanza della sussistenza di altri elementi che, in modo univoco, provino che in Italia permane quello stretto collegamento col territorio, tale da rendere inefficace la residenza estera.

In sostanza, solo se il contribuente mantiene in Italia qualche altro interesse economico-patrimoniale rilevante o qualche attività lavorativa complementare a quella principale, tali da sollevare dubbi sulla rilevanza del lavoro svolto all’estero, allora il criterio del legame affettivo può essere preso in considerazione per ritenere non dimostrata la residenza estera.

Si ritiene che questa sentenza esponga alcuni elementi importanti che potrebbero servire da guida, in futuro, per i contribuenti che si trovassero nelle condizioni sopra descritte.

 

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Il suggerimento pratico è che tutti i contribuenti italiani, che abbiano preso la cittadinanza in uno Stato estero, sia a fiscalità privilegiata che non, conservino l’opportuna documentazione della propria attività e dell’effettivo legame col territorio estero: solo così potrebbero dimostrare la propria residenza fiscale, pur mantenendo in Italia i propri legami familiari e minimi interessi economici personali.

[1] Cass. sent.. n. 6501 del 31.03.2015.

[2] Agenzia Entrate – Ris. Min. n. 351/E del 7.8.2008.

[3] Art. 2 co. 2 e co. 2-bis DPR 917/86 TUIR

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Mauro Finiguerra

Commercialista e revisore dei conti in Sanremo (IM), esperto in fiscalità internazionale, contenzioso tributario ed protezione del patrimonio (Trust). Es […]

 

Don't Mess With Me Satan

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Spazio dedicato all’ Dott. Esmeralda Trogu, referente del network www.consulentiaziendaliditalia.it per la provincia di Oristano.

PURTROPPO non è l’incipit di un giallo mal riuscito e NEPPURE un b-movie d’azione.

Sfrecciano a tutto gas in centro a Milano e a Roma.


Sono le Porsche, Bentley, Bmw e Aston Martin con targa straniera. Un fenomeno in FORTE aumento. Con un’auto immatricolata fuori dall’Italia non si paga il bollo, le multe e soprattutto non si perdono punti della patente. Peccato che i guidatori e i passeggeri a bordo delle innumerevoli Mercedes, Bmw, Audi, Porsche, Aston Martin e Bentley, con quei paesi non abbiano proprio nulla a che fare. Né per cittadinanza o provenienza, né tantomeno per origini. L’ultima moda sono le immatricolazioni nell’Est. Fino a qualche tempo fa, la Romania era in testa alla classifica delle preferenze, ma da alcuni mesi è stata surclassata dalla Bulgaria. Motivo: le tariffe delle assicurazioni sono più basse.

 

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Un modo per evadere fisco e redditometro?

È un fenomeno in forte aumento, quello della circolazione di autovetture “premium” con targa straniera, che riguarda soprattutto le due città di Milano e Roma, ma che si sta diffondendo in tutte le più grandi aree metropolitane.

Circolare in Italia con un “bolide” targato estero ha, infatti, i suoi benefici. In primo luogo, quello di non pagare, in Italia, l’imposta di possesso sul veicolo (“bollo auto”), che contribuisce a riempire le casse regionali. Con una targa non italiana e non registrata negli elenchi del P.r.a. o della Motorizzazione Civile, si è in grado di sfuggire agli accertamenti fiscali del “redditometro” ed evitare il pagamento delle addizionali sull’imposta di possesso e gli alti premi assicurativi italiani, introdotti dalla legge di stabilità, per le auto di grossa cilindrata. Questi pochi privilegiati, non essendo soggetti alle norme italiane sulla circolazione dei mezzi a motore, non sono obbligati neanche ad effettuare la revisione quadriennale né la certificazione di controllo dei fumi di scarico, detto “bollino blu”.

Inoltre, c’è da aggiungere, che, senza targa italiana, non si è soggetti alla revoca o sospensione della patente o alla sottrazione di punti da essa, a meno che non ci sia una contestazione immediata dell’infrazione, circostanza assai rara, soprattutto lungo le autostrade della penisola. Si è pertanto “invisibili” in quanto praticamente impossibile, per le forze dell’ordine nazionali, risalire con facilità all’intestatario del veicolo alle telecamere di tutor, zone a traffico limitato e autovelox, garantendo agli utilizzatori la certezza di non ricevere la notificazione della contestazione e dell’avviso di pagamento delle multe. La legge italiana, al riguardo, prevede infatti che tali atti decadano dalla loro efficacia sanzionatoria, oltre all’obbligo di pagamento, se non pervenuti alla conoscenza del destinatario «entro un termine ragionevole dall’accertamento dell’infrazione». Limitazione, quest’ultima, all’escussione, che di fatto diventa un ostacolo insormontabile, dati i tempi della burocrazia e i costi necessari per effettuare indagini internazionali.

L’articolo 132 del codice della strada, infatti, autorizza «i possessori di autoveicoli con targa estera a circolare in Italia per la durata massima di un anno dalla data di immatricolazione, attestata sul certificato dello Stato di origine», rendendo obbligatoria per il periodo successivo la registrazione negli elenchi della Motorizzazione Civile. La sanzione prevista per il mancato adempimento va dagli 80 ai 318 euro. Multe irrisorie per chi ha la possibilità di attivarsi e spendere, per allestire questo complessa strategia.

Se i vantaggi per il conducente si declinano in termini di evasione ed elusione fiscale, rendendosi del tutto invisibili all’erario, i danni per lo Stato sono di gran lunga maggiori. Oltre che per le casse dell’Agenzia delle Entrate, anche per quelle delle Regioni e dei Comuni, alle quali non pervengono né i proventi del bollo né delle sanzioni amministrative.

Sottrarsi al fisco è infatti l’obiettivo primario. Nel 2011, le auto di lusso (con un costo superiore agli 80.000 euro e con almeno 2.800 c.c. di cilindrata) immatricolate in Italia sono state 110.855, di cui 53.000 solo al Nord. Tra queste, i controlli incrociati dei Nuclei speciali di polizia valutaria delle Guardia di Finanza hanno scoperto 2.806 casi irregolari, con un importo medio di evasione fiscale alle casse dello Stato di 24.643 euro.

Oltre il danno per la collettività, tutto questo comporta dei seri inconvenienti per tutti gli automobilisti: chi resta coinvolto in un incidente con un veicolo con targa e assicurazione straniera deve rivolgersi all’U.C.I. (Ufficio centrale Italiano), non essendo possibile utilizzare la constatazione amichevole né attivare i canali assicurativi tradizionali.

L’Uci, come si legge dal sito istituzionale, è l’Ufficio nazionale di assicurazione per l’Italia per i veicoli a motore in circolazione internazionale. Si occupa di gestire le problematiche relative al risarcimento dei danni causati sul territorio italiano da veicoli immatricolati o registrati in Stati esteri che circolano temporaneamente in Italia e, con alcune particolarità, anche degli incidenti subiti all’estero da veicoli italiani.

Gestisce quindi, per conto dei cittadini italiani danneggiati, tutte le procedure necessarie per ottenere la liquidazione della somma di denaro, ma ciò comporta un allungamento sensibile dei tempi di ottenimento dell’indennizzo, oltre che un gravoso costo per le casse dello Stato, proprio perché, in caso di irreperibilità dell’assicurazione straniera o impossibilità di rivalersi su di essa da parte di quella italiana o dell’Uci, sarà proprio quest’ultimo a dover liquidare il risarcimento.

 

Car travel

Come fa un cittadino italiano ad entrare in possesso di un’auto con targa straniera?

Da quando alcuni paesi dell’est, come la Polonia o la Romania, sono entrati in Europa, è tutto più facile. Il trucco è sempre lo stesso ed è facile per chi ha alle proprie dipendenze un cittadino di quei paesi. Gli si fa intestare, fittiziamente l’auto, che viene immatricolata e assicurata lì dove non ci sono tasse così alte e i prezzi che ci sono in Italia.

L’auto la utilizzerà sempre il capo, ma sfuggirà così agli accertamenti fiscali, al redditometro, al bollo auto. E al pagamento delle multe. Ci sono dei lavoratori polacchi che sono stati obbligati dal loro capo ad intestarsi i macchinoni minacciandoli, se non l’avessero fatto, il licenziamento. In ogni caso l’evasione fiscale e il danno all’erario sono assolutamente garantiti.

Oltre all’intestazione fittizia a prestanome bulgari, romeni, polacchi, ucraine, slovacchi e anche moldavi, c’è un altro sistema per eludere il fisco e in qualche caso anche avvantaggiarsene: si tratta di un falso contratto di leasing stipulato con concessionarie o agenzie tedesche specializzate, che in più gode del beneficio di poterlo “scaricare” dalla dichiarazione italiana dei redditi per chi sia fornito di partita Iva.

Il gioco è più semplice e la resa maggiore. Per disfarsi di un’auto costosa con targa italiana e sottrarla così ai controlli tributari, la si vende ad una società tedesca di leasing a medio e lungo termine, con la quale l’ex proprietario italiano stipulerà un contratto di noleggio, a tariffe vantaggiose. La stessa automobile scompare dalla disponibilità formale del contribuente italiano per poi ritornargli subito dopo.

Nel Nord Europa, infatti, la tassa di possesso non raggiunge le cifre italiane e il superbollo non esiste. In più, la vendita al di fuori dei confini nazionali scaturisce la cancellazione delle targhe italiane dal P.r.a. (il Pubblico registro automobilistico), sostituite da quelle del paese straniero. L’utilizzatore italiano, titolare del diritto d’uso, potrà pertanto sfrecciare sulle strade del Belpaese senza il timore di alcuna contravvenzione. E con la certezza intangibile di farla franca.

L’obbligo della copertura assicurativa di responsabilità civile verso terzi, per la durata della permanenza in Italia, si considera assolto per le auto immatricolate in:

Andorra, Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Croazia, Danimarca e Isole Faroer, Estonia, Finlandia, Francia e Principato di Monaco, Germania, Grecia, Irlanda, Islanda, Lettonia, Liechtenstein, Lituania, Lussemburgo, Malta, Norvegia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Regno Unito di Gran Bretagna e d’Irlanda del Nord (e le isole de la Manica, Gibilterra, l’Isola di Man), Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Slovenia, Romania, Spagna (Ceuta e Mililla), Svezia, Svizzera e Ungheria.

Pertanto non sono richiesti documenti, né sono previsti particolari controlli specifici relativi alla copertura assicurativa, come riporta il testo dell’articolo 5 del Decreto Ministeriale n.86 del 1° aprile 2008. In poche parole, un poliziotto o un vigile che ferma un’auto a targa austriaca, per esempio, non è autorizzato a verificare la validità del tagliando assicurativo di quel veicolo. Idem se in caso di incidente le forze di polizia intervengono sul posto. Quindi se il conducente austriaco non è in regola con l’assicurazione è comunque libero di tornarsene in Austria o di continuare a circolare sul territorio italiano a bordo della sua auto.

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Spazio dedicato all’ Dott. Esmeralda Trogu, referente del network www.consulentiaziendaliditalia.it per la provincia di Oristano.

PURTROPPO non è l’incipit di un giallo mal riuscito e NEPPURE un b-movie d’azione.

Sfrecciano a tutto gas in centro a Milano e a Roma.

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Sono le Porsche, Bentley, Bmw e Aston Martin con targa straniera. Un fenomeno in FORTE aumento. Con un’auto immatricolata fuori dall’Italia non si paga il bollo, le multe e soprattutto non si perdono punti della patente. Peccato che i guidatori e i passeggeri a bordo delle innumerevoli Mercedes, Bmw, Audi, Porsche, Aston Martin e Bentley, con quei paesi non abbiano proprio nulla a che fare. Né per cittadinanza o provenienza, né tantomeno per origini. L’ultima moda sono le immatricolazioni nell’Est. Fino a qualche tempo fa, la Romania era in testa alla classifica delle preferenze, ma da alcuni mesi è stata surclassata dalla Bulgaria. Motivo: le tariffe delle assicurazioni sono più basse.

Un modo per evadere fisco e redditometro?

È un fenomeno in forte aumento, quello della circolazione di autovetture “premium” con targa straniera, che riguarda soprattutto le due città di Milano e Roma, ma che si sta diffondendo in tutte le più grandi aree metropolitane.

Circolare in Italia con un “bolide” targato estero ha, infatti, i suoi benefici. In primo luogo, quello di non pagare, in Italia, l’imposta di possesso sul veicolo (“bollo auto”), che contribuisce a riempire le casse regionali. Con una targa non italiana e non registrata negli elenchi del P.r.a. o della Motorizzazione Civile, si è in grado di sfuggire agli accertamenti fiscali del “redditometro” ed evitare il pagamento delle addizionali sull’imposta di possesso e gli alti premi assicurativi italiani, introdotti dalla legge di stabilità, per le auto di grossa cilindrata. Questi pochi privilegiati, non essendo soggetti alle norme italiane sulla circolazione dei mezzi a motore, non sono obbligati neanche ad effettuare la revisione quadriennale né la certificazione di controllo dei fumi di scarico, detto “bollino blu”.

Inoltre, c’è da aggiungere, che, senza targa italiana, non si è soggetti alla revoca o sospensione della patente o alla sottrazione di punti da essa, a meno che non ci sia una contestazione immediata dell’infrazione, circostanza assai rara, soprattutto lungo le autostrade della penisola. Si è pertanto “invisibili” in quanto praticamente impossibile, per le forze dell’ordine nazionali, risalire con facilità all’intestatario del veicolo alle telecamere di tutor, zone a traffico limitato e autovelox, garantendo agli utilizzatori la certezza di non ricevere la notificazione della contestazione e dell’avviso di pagamento delle multe. La legge italiana, al riguardo, prevede infatti che tali atti decadano dalla loro efficacia sanzionatoria, oltre all’obbligo di pagamento, se non pervenuti alla conoscenza del destinatario «entro un termine ragionevole dall’accertamento dell’infrazione». Limitazione, quest’ultima, all’escussione, che di fatto diventa un ostacolo insormontabile, dati i tempi della burocrazia e i costi necessari per effettuare indagini internazionali.

L’articolo 132 del codice della strada, infatti, autorizza «i possessori di autoveicoli con targa estera a circolare in Italia per la durata massima di un anno dalla data di immatricolazione, attestata sul certificato dello Stato di origine», rendendo obbligatoria per il periodo successivo la registrazione negli elenchi della Motorizzazione Civile. La sanzione prevista per il mancato adempimento va dagli 80 ai 318 euro. Multe irrisorie per chi ha la possibilità di attivarsi e spendere, per allestire questo complessa strategia.

Se i vantaggi per il conducente si declinano in termini di evasione ed elusione fiscale, rendendosi del tutto invisibili all’erario, i danni per lo Stato sono di gran lunga maggiori. Oltre che per le casse dell’Agenzia delle Entrate, anche per quelle delle Regioni e dei Comuni, alle quali non pervengono né i proventi del bollo né delle sanzioni amministrative.

Sottrarsi al fisco è infatti l’obiettivo primario. Nel 2011, le auto di lusso (con un costo superiore agli 80.000 euro e con almeno 2.800 c.c. di cilindrata) immatricolate in Italia sono state 110.855, di cui 53.000 solo al Nord. Tra queste, i controlli incrociati dei Nuclei speciali di polizia valutaria delle Guardia di Finanza hanno scoperto 2.806 casi irregolari, con un importo medio di evasione fiscale alle casse dello Stato di 24.643 euro.

Oltre il danno per la collettività, tutto questo comporta dei seri inconvenienti per tutti gli automobilisti: chi resta coinvolto in un incidente con un veicolo con targa e assicurazione straniera deve rivolgersi all’U.C.I. (Ufficio centrale Italiano), non essendo possibile utilizzare la constatazione amichevole né attivare i canali assicurativi tradizionali.

L’Uci, come si legge dal sito istituzionale, è l’Ufficio nazionale di assicurazione per l’Italia per i veicoli a motore in circolazione internazionale. Si occupa di gestire le problematiche relative al risarcimento dei danni causati sul territorio italiano da veicoli immatricolati o registrati in Stati esteri che circolano temporaneamente in Italia e, con alcune particolarità, anche degli incidenti subiti all’estero da veicoli italiani.

Gestisce quindi, per conto dei cittadini italiani danneggiati, tutte le procedure necessarie per ottenere la liquidazione della somma di denaro, ma ciò comporta un allungamento sensibile dei tempi di ottenimento dell’indennizzo, oltre che un gravoso costo per le casse dello Stato, proprio perché, in caso di irreperibilità dell’assicurazione straniera o impossibilità di rivalersi su di essa da parte di quella italiana o dell’Uci, sarà proprio quest’ultimo a dover liquidare il risarcimento.

Come fa un cittadino italiano ad entrare in possesso di un’auto con targa straniera?

Da quando alcuni paesi dell’est, come la Polonia o la Romania, sono entrati in Europa, è tutto più facile. Il trucco è sempre lo stesso ed è facile per chi ha alle proprie dipendenze un cittadino di quei paesi. Gli si fa intestare, fittiziamente l’auto, che viene immatricolata e assicurata lì dove non ci sono tasse così alte e i prezzi che ci sono in Italia.

L’auto la utilizzerà sempre il capo, ma sfuggirà così agli accertamenti fiscali, al redditometro, al bollo auto. E al pagamento delle multe. Ci sono dei lavoratori polacchi che sono stati obbligati dal loro capo ad intestarsi i macchinoni minacciandoli, se non l’avessero fatto, il licenziamento. In ogni caso l’evasione fiscale e il danno all’erario sono assolutamente garantiti.

Oltre all’intestazione fittizia a prestanome bulgari, romeni, polacchi, ucraine, slovacchi e anche moldavi, c’è un altro sistema per eludere il fisco e in qualche caso anche avvantaggiarsene: si tratta di un falso contratto di leasing stipulato con concessionarie o agenzie tedesche specializzate, che in più gode del beneficio di poterlo “scaricare” dalla dichiarazione italiana dei redditi per chi sia fornito di partita Iva.

Il gioco è più semplice e la resa maggiore. Per disfarsi di un’auto costosa con targa italiana e sottrarla così ai controlli tributari, la si vende ad una società tedesca di leasing a medio e lungo termine, con la quale l’ex proprietario italiano stipulerà un contratto di noleggio, a tariffe vantaggiose. La stessa automobile scompare dalla disponibilità formale del contribuente italiano per poi ritornargli subito dopo.

Nel Nord Europa, infatti, la tassa di possesso non raggiunge le cifre italiane e il superbollo non esiste. In più, la vendita al di fuori dei confini nazionali scaturisce la cancellazione delle targhe italiane dal P.r.a. (il Pubblico registro automobilistico), sostituite da quelle del paese straniero. L’utilizzatore italiano, titolare del diritto d’uso, potrà pertanto sfrecciare sulle strade del Belpaese senza il timore di alcuna contravvenzione. E con la certezza intangibile di farla franca.

L’obbligo della copertura assicurativa di responsabilità civile verso terzi, per la durata della permanenza in Italia, si considera assolto per le auto immatricolate in:

Andorra, Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Croazia, Danimarca e Isole Faroer, Estonia, Finlandia, Francia e Principato di Monaco, Germania, Grecia, Irlanda, Islanda, Lettonia, Liechtenstein, Lituania, Lussemburgo, Malta, Norvegia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Regno Unito di Gran Bretagna e d’Irlanda del Nord (e le isole de la Manica, Gibilterra, l’Isola di Man), Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Slovenia, Romania, Spagna (Ceuta e Mililla), Svezia, Svizzera e Ungheria.

Pertanto non sono richiesti documenti, né sono previsti particolari controlli specifici relativi alla copertura assicurativa, come riporta il testo dell’articolo 5 del Decreto Ministeriale n.86 del 1° aprile 2008. In poche parole, un poliziotto o un vigile che ferma un’auto a targa austriaca, per esempio, non è autorizzato a verificare la validità del tagliando assicurativo di quel veicolo. Idem se in caso di incidente le forze di polizia intervengono sul posto. Quindi se il conducente austriaco non è in regola con l’assicurazione è comunque libero di tornarsene in Austria o di continuare a circolare sul territorio italiano a bordo della sua auto

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Blockchain Watch: Il bugiardino del Bitcoin

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Dai nostri amici di Bitcoin Fundation Italia:

Il funzionamento degli exchange e il loro potere di utilizzare riserve frazionarie e di creare quindi moltiplicatore monetario.
Scritto da gbianchi – Discussione originale su Bitcointalk.org – Donazioni: 17ykWbCHG6eMfLt42zCJVw5bZE1YxRMihL

Ogni exchange effettua quotidianamente una marea di operazioni, ma quasi tutte NON SONO FATTE SULLA BLOCKCHAIN, bensi’ sono fatte su una contabilita’ privata che gira su database privati dell’exchange, e delle quali non vi e’ traccia nella blockchain.

Per fare un esempio usero’ il nome bitstamp che e’ noto a tutti, ma ovviamente e’ solo
una simulazione  e non ha nessun riferimento alla realta’.

Supponiamo che io versi 10 BTC su bitstamp, e il mio collega pino ne versi altri 10.
entrambi questi versamenti sono operazioni reali registrate in blockchain.

A questo punto, pino ed io possiamo cominciare a scambiarci i notri 20 bitcoin sulla contabilita’
“virtuale” di bitstamp e tutte le operazioni  di compra/vendita che eseguiamo NON SONO REGISTRATE SULLA BLOCKCHAIN.
Bitstamp, a sua volta, possiede i nostri 20 BTC che se vuole puo’ temporaneamente usare come crede
(sulla blockchain REALE), e deve solo garantirsi di possederli quando pino e/o io li preleveremo,
ma nel frattempo sono a sua disposizione.

Per dirla in altri temini sia pino che io, se guardiamo i nostri saldi sulla pagina web di bitstamp, li vediamo aggiornati
alle nostre transazioni, e siamo belli contenti. Peccato che quelli non sono bitcoin, sono una sorta di
promessa di pagamento, di “paghero'” come ha suggerito un utente, che bitstamp onorera’ solo al momento
in cui pino ed io ritireremo i nostri bitcoin. L’unico che ha a disposizione bitcoin veri e’ Bitstamp.

Ora se bitstamp e’ estremamente prudente, non usera’ i 20 bitcoin versati, per essere certo che quando
pino o io li vorremo prelevare, lui li avra’  a disposizione e quindi non avra’ nessun problema
a renderceli.

Se bitstamp invece e’ estremamente spericolato, puo’ anche usare tutti i nostri 20 bitcoin, sulla
blockchain REALE, mentre pino ed io ce li stiamo scambiando sulla contabilita’ virtuale.
In questo esempio, le cose vanno in un modo strano:  stanno circolando 40 bitcoin, 20 reali e 20 virtuali !
i bitcoin sono raddoppiati ? ma come e’ possibile ? Torneremo dopo su questo punto IMPORTANTISSIMO.

Ovviamente, tra queste due posizioni estreme, la realta’ potrebbe essere che  bitstamp  studia un po’ i movimenti dei clienti,
si rende conto che in media una parte di bitcoin restano sempre a sua disposizione, in quanto mediamente mai tutti i
clienti li ritirano assieme, e quindi puo’ dedurre quanti bitcoin utilizzare con la quasi certezza di non
rimanere a corto di liquidita’ per i prelievi dei clienti. Supponiamo che dopo un po’ di tempo di osservazione
bitstamp decida che se tiene sempre a disposizione il 50% dei bitcoin versati, e’ sempre tranquillo
di poter soddisfare le richiste di prelievo dei clienti.

Piccola parentesi per mostrare che nel mondo finanziario tradizionale succede un fenomeno analogo:

le banche per gestire la liquidita’ dei clienti usano esattamente lo stesso criterio.
Le banche NON TENGONO  a disposizione tutto il totale dei conti versati dai clienti, ma solo una parte  (molto piccola).
Tecnicamente questa quota che le banche tengono a disposizione si chiama riserva frazionaria
Attualmente esse sono costrette per legge a tenere una riserva frazionaria, attorno al 2% del totale del versato.

(forse non tutti sanno che se TUTTI i clienti volessero ritirare contemporaneamente,
le banche NON AVREBBERO neppure lontanamente  i soldi per onorare tutti i conti correnti,
ne hanno solo per onorarne circa il 2% !)

Ora, attraverso il metodo della riserva frazionaria, le banche si trovano a “disposizione”
il 98% dei depositi versati, e quindi possono riutilizzare come meglio credono quei soldi,
che come per magia sembrano moltiplicati !

In effetti, la riserva frazionaria genera un moltiplicatore monetario, ed e’ un fenomeno ben
noto e studiato in economia finanziaria; c’e’ anche una formuletta semplicissima per ricavare il
moltiplicatore monetario data la riserva frazionaria.

Con una riserva frazionaria del 2%, come quella usata dalle banche, si ottiene un moltiplicatore monetario
di 50, ossia il denaro “circolante” aumenta di un fattore 50 rispetto a quello veramente versato.

Con una riserva frazionario molto piu’ alta, diciamo del 50% (quindi infinitamente prudenziale
rispetto al mondo bancario) otteniamo comunque un moltiplicatore monetario di 2, ossia il raddoppio
del circolante.

Torniamo ora al mondo dei bitcoin.

succede che a tutti gli effetti gli exchange possono decidere in assoluta liberta’ se e come gestire la
riserva frazionaria.

Se sono prudentissimi, decideranno di avere una riserva frazionaria del 100%, ossia terranno
sempre a disposizione tutti i bitcoin versati.

Ma nessuno vieta loro  (se non il loro stesso rischio imprenditoriale) di scegliere riserve frazionarie piu’ basse,
ad esempio del 50%, che sono enormi rispetto a quelle che avrebbe una banca, ma ugualmente
ottengono un moltiplicatore monetario di 2, ossia hanno l’effetto di RADDOPPIARE I BITCOIN IN CIRCOLAZIONE.

quindi

1) Il fatto che le transazioni dentro l’exchange avvengono su una contabilita’ virtuale e non sulla blockchain,
permettono all’exchange di attivare il meccanismo della riserva frazionaria e quindi del moltiplicatore monetario

2) Allo stato attuale non esiste nessuna regolamentazione per il fenomeno, e non vi e’ nessuna trasparenza;
infatti nessun exchange pubblica questo dato, nessuno dice in che misura e in che modo gestisce la riserva frazionaria.

Per terminare un piccolo esempio pratico per farci un’idea della potenziale importanza del fenomeno:

Supponiamo che il 20% dei bitcoin sia versato sui vari exchange,  ossia dei 13.700.000 bitcoin attualmente
creati in blockchain,  circa 3.000.000 sono depositati su exchange.

E supponiamo che gli exchange (non controllati e assolutamente non trasparenti su questo dato)
adottino una riserva frazionaria del 50%

questi 3.000.000 di bitcoin con una riserva frazionaria del 50%  generano un  moltiplicatore monetario di 2,
ossia diventano a tutti gli effetti un circolante di 6.000.000 di bitcoin (3.000.000 su blockchain
e 3.000.0000 su contabilita’ private degli exchange)

Succede quindi che ci sono in circolazione 3.000.000 di bitcoin in piu’ di quelli creati nella blockchain !

Tutti i numeri che ho usato li ho inventati,(anche se potrebbero essere piu’ o meno plausibili)
ma voglio dimostrare che con riserve frazionare anche estremamente prudenziali, gli exchange
possono creare un effetto inflazionistico notevolissimo nel circuito bitcoin, creando effetto moltiplicatore
senza nessuna normativa, nessun controllo e nessuna trasparenza.

Ritengo che questo fenomeno abbia avuto un ruolo importante  nell’aumento di liquidita’ che bitcoin
ha subito da un anno a questa parte: sono convinto che gli exchange abbiano iniziato ad usare sempre
in maggior misura  il loro potere di creare moltiplicatore monetario.

Domande & Risposte

D: quindi gli exchanger possono fare cio che vogliono  e manipoalre il prezzo a loro piacere  ?

R: beh hanno potenzialmente un grosso potere, quello di creare moltiplicatore monetario.
Poi in che misura lo usino non lo so, pero’ ci sono diversi dati che mi fanno pensare che lo stiano
usando sempre di piu’.

Il bello e’ che ci sarebbe anche una soluzione relativamente semplice:
MAI E POI MAI tenere i propri bitcoin sui conti degli exchange, se non lo
strettissimo tempo necessario per fare le transazioni. In questo modo, si costringono gli exchange a tenere riserve frazionarie
sempre maggiori, e quindi a diminuire l’effetto moltiplicatore monetario che possono effettuare.

Ovvio che i trader, gli speculatori ecc tenderanno a tenere i loro BTC in exchange piu’ a lungo,
ma c’e’ anche una marea di gente normale che li tiene depositati per pura pigrizia o ignoranza del fenomeno.

Uno degli scopi per il quale ho scritto questo lungo articolo e’ proprio cercare di far prendere coscienza
del problema, e darsi tutti una semplice ma importantissima regola:
NON TENERE MAI I PROPRI BITCOIN DEPOSITATI SUI CONTI DEGLI EXCHANGE – BE YOUR OWN BANK

La tecnologia bitcoin ti permette per la prima volta nella storia di “ESSERE LA BANCA DI TE STESSO”; usa
questo potere, prendine coscienza, gestisci i tuoi averi in prima persona, usando solo quando e’  indispensabile degli intermediari.
In questo modo, permetterai a meno gente di creare effetto moltiplicatore, guadagnare sulle tue transazioni,
e in generale di defraudarti dei tuoi diritti.

D: non si potrebbe creare un exchanger open source?

R: piu’ che open source e’ importante che non sia centralizzato, ossia che funzioni come bitcoin in modo p2p
e quindi non faccia gli interessi di nessuno in particolare. Ci stanno lavorando ad esempio

https://bitsquare.io/
https://bitcointalk.org/index.php?topic=330729.0

pero’ ci vorra’ ancora del tempo, nel frattempo siamo costretti a convivere con gli exchange “tradizionali”

per costringerli ad usare riserve frazionarie molto alte e ridurre il loro il potere di generare moltiplicatore monetario.
raccomando a tutti di usare la regola d’oro di:
NON TENERE MAI I PROPRI BITCOIN DEPOSITATI SUI CONTI DEGLI EXCHANGE – BE YOUR OWN BANK

D: quindi gli exchange che offrono interessi sui depositi giocano su questo fatto?

R: Evidentemente si. Stanno comprando a due soldi il potere di creare moltiplicatore monetario.

Ed e’ anche importante che diffondiamo questa consapevolezza… frequento il mondo
bitcoin da ormai 2 anni, ma nessuno mi ha mai messo in guardia da questo potenziale problema,
che puo’ diventare veramente distruttivo per il sistema…

Siamo tutti convinti che esistano questi 13.700.000 di bitcoin in circolazione questo momento,
invece  probabilmente ce ne sono molti di piu’.

gli exchange possono “creare bitcoin” (termine non correttissimo ma che indica bene il problema)
ad un costo estremamente inferiore a quello dei minatori, letteralmente uccidendoli alle spalle.

abbiate la consapevolezza di
NON TENERE MAI I PROPRI BITCOIN DEPOSITATI SUI CONTI DEGLI EXCHANGE – BE YOUR OWN BANK

D: Perche’ dici che sei convinto che il fenomeno sia gia’ in atto ?

R: Non ho prove certe, ma diversi indizi.

1) gli indicatori oggettivi  crescono  ossia numero di indirizzi totali , numero indirizzi attivi, numero transazioni … e crescono con dei ritmi notevoli.
Ad esempio,  ad inizio 2014 c’erano circa 2.400.000 indirizzi attivi, adesso (inizio 2015) sono piu’ di 4.000.000…. incremento del 70% !!!
ci vuole una signora inflazione per controbilanciare e superare in negativo un fenomeno di questo genere.

2)  D’altro canto il mercato  e’ sempre piu’ liquido, con una costanza  continua e impressionante. In merito a questo
si leggono nei forum svariate spiegazioni, ad esempio:

a) che sono i miners che liquidano subito. Pero’ i miners con la loro produzione  possono generare attualmente al massimo un 10% di inflazione annua (ed il dato e’ in diminuzione)
b) gli holdatori storici che mollano (con estrema regolarita’ tutti i giorni… che e’ un complotto autolesionista ? e perche’ non hanno liquidato con il BTC a 1000 ?
e adesso tutti i giorni e con regolarita’ fanno questo esercizio di puro masochismo ?)
c) il fatto che adesso c’e’ piu’ giro di acquisti diretti e i negozi e le imprese (tipo dell e microsoft) liquidano subito… anche liquidando subito, non portano nessuna inflazione…
aumentano la velocita’ di circolazione, e’ vero, ma in una misura che ritengo trascurabile.
ecc…

Nessuna di queste spiegazioni e’ convincente se analizzata  nei numeri.

3) Il  numero degli exchange cresce di giorno in giorno…. e i volumi (totali) aumentano. Piu’ sono, e piu’ volumi maneggiano
piu’ possono generare moltiplicatore in modo esponenziale, con costi bassissimi, rischi bassissimi e bassissimo know-how.

4) Quasi nessun exchange da’ la minima trasparenza a questo aspetto che invece e’ di importanza fondamentale.

Tutti questi indizi mi fanno fortemente sospettare che il fenomeno sia gia’ in atto ed in misura sempre crescente.
Tuttavia, anche se gli indizi non fossero sufficenti, di certo non conviene a nessuno consegnare in mano agli exchange
il “potere” di generare moltiplicatore. Ammesso che non lo stiano usando, possono sempre iniziare a farlo, quando e come vogliono.
NON TENERE MAI I PROPRI BITCOIN DEPOSITATI SUI CONTI DEGLI EXCHANGE – BE YOUR OWN BANK

D: Mi hai convinto che questo e’ un problema reale. Cosa posso fare per dare una mano a risolverlo ?

R: Questo e’ un problema reale, e sono convinto che stia gia’ cominciando a dare i suoi segni inflazionistici.
Purtroppo attualmente non conosco soluzioni tecniche. Quello che puoi fare e’ proporre/inventare
una soluzione tecnica per costringere gli exchange attuali ad essere piu’ trasparenti, e sollecitare lo sviluppo degli exchange p2p.
Nel frattempo cerca di sensibilizzare il maggior numero di persone possibili al problema. parlane a chi conosci e mettiti questo in firma:
NON TENERE MAI I PROPRI BITCOIN DEPOSITATI SUI CONTI DEGLI EXCHANGE – BE YOUR OWN BANK

Se sei un semplice utente, fa bene a te ed alla comunita’ avere consapevolezza del problema
e del suo effetto. Se sei un miner, un exchange onesto, e in generale un operatore economico bitcoin corretto,
allora hai un enorme interesse a fare in modo che questo fenomeno non possa verificarsi o essere ridotto al minimo.

D: Non ci credo, non capisco e non mi interessa quello che scrivi, non e’ che sei il solito complottista ?

R: Non mi ritengo un complottista, in ogni caso, anche se non ritieni valido quello che scrivo,
considera che non tenere i BTC sul conto degli exchange ti mette al sicuro in caso di furti,
e sparizioni misteriose (vedi i casi mtgox, mintpal e i 19.000 BTC spariti recentemente a bitstamp)

quindi anche se pensi  che cio’ che scrivo sia spazzatura, usa per tua salvaguardia questa regola:
NON TENERE MAI I PROPRI BITCOIN DEPOSITATI SUI CONTI DEGLI EXCHANGE – BE YOUR OWN BANK

Scritto da gbianchi – Discussione orignale su bitcointalk.org – Donazioni: 17ykWbCHG6eMfLt42zCJVw5bZE1YxRMihL

Fonte https://www.bitcoin-italia.org

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Pizzeria a Miami / Expo2015 a Milano di Luigi Boschin

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Oggi, DOMENICA due ragazzi di 25 anni in cambio di cento dollari mi hanno aiutato a scaricare un container di mobili e piastrelle provenienti dal Bel Paese per la mia casa di Miami.

Tra un pacco di piastrelle e una poltrona di Divani&Divani mi hanno raccontato che loro, facendo i camerieri in una pizzeria, guadagnano il corrispondente di circa 5000 Euro netti al mese con le sole mance, mentre il minimo garantito orario serve essenzialmente a pagare le tasse.

Altro che “quinto livello commercio”  ” stagista” contributi INPS, INAIL e chi più ne ha più ne metta…

Leggo questo articolo sul “Fatto Quotidiano” a proposito dei lavori rifiutati per EXPO 2015:

Ogni commento è superfluo.

Luigi Boschin

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“Expo 2015, costretti a rifiutare il lavoro perché chiamati a 10 giorni dall’inizio”

Lavoro & Precari
Alcuni candidati spiegano a ilfattoquotidiano.it i motivi per cui non hanno accettato l’impiego, nonostante fossero stati selezionati da Manpower. Dopo il colloquio hanno aspettato mesi. E la risposta è arrivata troppo tardi

“Per un posto di lavoro a 500 euro al mese sarei dovuta partire in 48 ore: ho atteso una risposta per quattro mesi ed è arrivata a dieci giorni da Expo. Mi spiace, ma la mia situazione economica precaria non me lo permette”, è la testimonianza di A.F., candidata che ha rifiutato un posto di lavoro nei padiglioni dell’Esposizione Universale. 310mila gli aspiranti, circa 3200 le posizioni chiuse ad oggi, 80% le offerte rifiutate.

“Trovare 600 persone pronte non è stato uno scherzo”, dicono i selezionatori di Manpower, l’agenzia interinale a cui Expo Spa ha affidato la selezione. “Diverse le cause che hanno portato a questa scelta: la lunghezza e la complessità del processo di selezione e la turnazione che prevede il lavoro anche nelle giornate di sabato e domenica”, si legge sul portale di Manpower. Ma ai candidati costretti a rifiutare la proposta lavorativa essere additati come scansafatiche non va proprio giù: la maggior parte di loro ha sostenuto i colloqui lo scorso inverno, raggiungendo Milano a spese proprie, anche più di una volta, per poi ricevere risposta definitiva a poco più di una settimana dall’Expo.

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Delusi da un’Esposizione Universale che si è a lungo presentata come evento salvifico capace di risolvere il problema del lavoro, scelgono la forma dell’anonimato: “A inizio anno ho passato il colloquio per un 5° livello commercio con uno stipendio di 1460 euro lordi. Il netto attorno ai 1200 euro per un full time di 40 ore settimanali – racconta M. F, 29 anni, laurea triennale – Arrivando dalle Marche con quella retribuzione avrei potuto mantenermi a Milano dove un posto letto costa 550 euro, visto che da subito ci era stato detto che durante i sei mesi vitto e alloggio sarebbero stati a nostre spese, come anche il parcheggio. Dopo mesi di silenzio da parte di Manpower poco fa mi hanno proposto nel padiglione della Thailandia a 28 ore al mese. Sono stata costretta a rinunciare”.

Come tanti coetanei, anche S.G. ha cominciato a guardare le offerte lo scorso autunno: dall’Area team leader e Operatori Grandi Eventi alle tantissime posizioni non retribuite di hostess e addetto alla pulizie. “Sono stata ammessa a due colloqui presso gli uffici milanesi di Manpower: abito in Toscana e ho chiesto se si poteva fare via skype o sostenere entrambi i colloqui lo stesso giorno per accorpare le spese del viaggio, tutte a mio carico. Mi è stato risposto di no e ho accettato solo il colloquio da stagista spendendo 200 euro fra viaggio e albergo. Sono giovane, ho pensato, fa curriculum. E Manpower mi aveva rassicurata: entro febbraio avrai il feedback. Quella telefonata è arrivata solo poche ore fa: ‘Hai superato la selezione di gennaio ma non possiamo ancora darti l’ok definitivo perché Expo Spa non ha ancora dato conferma. Ti faremo sapere presto se inizierai a lavorare a fine settimana’. Mi spiace ma con tre giorni di preavviso, anche volendo, non posso accettare. Fossero stati 1500 euro era un conto, ma 500 con poche ore per trovare un alloggio è infattibile”.

In tre giorni non si ha nemmeno il tempo di sbrigare le cose basilari, non bastano per dare preavviso al proprio datore di lavoro. Il tempo corre, e nei quattro mesi di attesa i candidati non potendo vivere di aria hanno cercato un altro impiego.

dal nostro amico Luigi Boschin….

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