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Franchising Vs Licensing

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Il franchising, o affiliazione commerciale, è una formula di collaborazione tra imprenditori per la produzione o distribuzione di servizi e/o beni, indicata per chi vuole avviare una nuova impresa, ma non vuole partire da zero, e preferisce affiliare la propria impresa ad un marchio già affermato. L'articolo 1 della Legge 129/2004 definisce l'affiliazione commerciale come “il contratto, comunque denominato, fra due soggetti giuridici, economicamente e giuridicamente indipendenti, in base al quale una parte concede la disponibilità all'altra, verso corrispettivo, di un insieme di diritti di proprietà industriale o intellettuale relativi a marchi, denominazioni commerciali, insegne, modelli di utilità, disegni, diritti d'autore, know how, brevetti, assistenza o consulenza tecnica e commerciale, inserendo l'affiliato in un sistema costituito da una pluralità di affiliati distribuiti sul territorio, allo scopo di commercializzare determinati beni o servizi”.

Caratteristiche del franchising

L'azienda madre, che può essere un produttore o un distributore di prodotti o servizi di una determinata marca od insegna, concede all'affiliato, in genere rivenditore indipendente, il diritto di commercializzare i propri prodotti e/o servizi utilizzando l'insegna dell'affiliante oltre ad assistenza tecnica e consulenza sui metodi di lavoro. In cambio l'affiliato si impegna a rispettare standard e modelli di gestione e produzione stabiliti dal franchisor.

In genere, tutto questo viene offerto dall'affiliante all'affiliato in cambio del pagamento di una percentuale sul fatturato (royalty) e/o di una commissione di ingresso (fee) insieme al rispetto delle norme contrattuali che regolano il rapporto.

In Italia il franchising è regolamentato dalla Legge 6 maggio 2004, n. 129.

Cenni storici sul franchising

Il moderno franchising si è diffuso a partire dagli anni trenta con l'affermazione di grandi catene di ristoranti, ed è letteralmente esploso negli anni cinquanta con lo sviluppo di catene di fast food. Attualmente si nota la tendenza alla formazione di grandi catene in franchising nel settore della rivendita al dettaglio e in parallelo la crescente diffusione del cosiddetto franchising solidale, in cui l'azienda affiliante si impegna a destinare l'intero ammontare delle royalty versate dagli affiliati al finanziamento di progetti di solidarietà, spesso in collaborazione con associazioni umanitarie.

Vantaggi del franchising

Il franchising consente all'azienda madre l'indiscutibile vantaggio di avere una crescita più veloce rispetto a uno sviluppo tradizionale.

Infatti parte degli investimenti, l'eventuale scelta delle località, la gestione del personale e soprattutto parte del rischio di impresa si ripartiscono fra le due strutture (azienda madre e azienda figlia).

Il franchising è anche una soluzione che consente di derogare a normative antitrust che impongono limiti alla quota di mercato detenibile da una singola società, una distanza e un bacino di utenza minimo fra due punti vendita dello stesso comparto merceologico (della medesima società oppure di marchi differenti). Infatti, il negozio in franchising è proprietà di un soggetto differente dal marchio distributore, il quale in questo modo ottiene un maggiore numero di sbocchi sul mercato. I costi di struttura della filiale sono poi a carico dell'affiliato, con relativo vantaggio di risparmio per l'affiliante.

Il franchising nel diritto italiano

Il contratto di franchising o affiliazione commerciale è definito dall'art. 1 della legge n. 129/04, come quel contratto tra due soggetti giuridici economicamente indipendenti in base al quale una parte concede la disponibilità all'altra, verso corrispettivo, di un insieme di diritti di proprietà industriale o intellettuale relativi a marchi, denominazioni commerciali, insegne, modelli di utilità, disegni, diritti d'autore, Know-how, brevetti, assistenza o consulenza tecnica e commerciale, inserendo l'affiliato in un sistema costituito da una pluralità di affiliati distribuiti sul territorio, allo scopo di commercializzare determinati beni o servizi.

Definizioni

L'art. 1 della legge n. 129/2004 contiene le definizioni degli elementi essenziali del contratto di franchising. Viene, così, definito:

  • il know-how come patrimonio segreto, sostanziale ed individuato di conoscenze pratiche non brevettate dell'affiliante;
  • il diritto d'ingresso (entrance fee) quale cifra fissa che l'affiliato versa al momento della stipula del contratto di franchising;
  • le royalties come una percentuale commisurata al giro d'affari o in quota fissa, periodicamente dovuta all'affiliante;
  • beni dell'affiliante: i beni prodotti dall'affiliante o secondo le sue istruzioni sono contrassegnati dal nome dell'affiliante.

Forma e contenuto del contratto

L'art. 3 della legge n. 129/2004 prevede che il contratto di franchising debba essere stipulato per iscritto sotto pena di nullità.

Il contratto di franchising, ai sensi del richiamato art. 3 deve espressamente indicare:

  1. l'ammontare degli investimenti iniziali e delle eventuali spese di ingresso;
  2. le modalità di calcolo e di pagamento delle royalties e l'eventuale indicazione di un incasso minimo da realizzare da parte dell'affiliato;
  3. l'ambito dell'eventuale esclusiva territoriale;
  4. la specifica descrizione del know-how;
  5. l'indicazione dei servizi d'assistenza tecnica e commerciale, di progettazione e allestimento e formazione offerti dall'affiliante;
  6. le condizioni di rinnovo, risoluzione o eventuale cessione del contratto;
  7. la durata che, qualora sia convenuta a tempo determinato, non dovrà essere inferiore a tre anni.

Con riferimento al contenuto del contratto di franchising siccome tipizzato dal legislatore, resta da comprendere quale sorte spetti a contratti di franchising stipulati in forma scritta che difettino di alcuno degli elementi indicati dall'art. 3 della legge n. 129/2004 (ad esempio che difetti dell'indicazione dell'ammontare dell'investimento iniziale – peraltro, sovente, dipendente da scelte imprenditoriali direttamente rimesse all'affiliato o dell'indicazione delle condizioni di rinnovo). Resta, cioè, da comprendere se le parti, nella loro autonomia negoziale, possano dar vita a schemi contrattuali atipici che si discostino dalla tipizzazione del contratto di franchising proposta dal legislatore.

Obblighi d'informazione a carico dell'affiliante

Il legislatore ha anche posto, a carico dell'affiliante, specifici obblighi informativi precontrattuali, imponendogli di fornire al potenziale affiliato, almeno trenta giorni prima della stipula, una copia del contratto corredata da una serie di documenti:

  1. i principali dati relativi all'affiliante e, previa richiesta, copia dei suoi bilanci degli ultimi tre anni;
  2. l'indicazione dei marchi utilizzati con il relativo titolo giustificativo (registrazione, deposito, licenza concessa da terzi o documenti comprovanti il concreto utilizzo);
  3. una sintetica descrizione degli elementi caratterizzanti l'attività oggetto del contratto di franchising;
  4. la lista degli affiliati attuali e della variazione degli stessi negli ultimi tre anni;
  5. la descrizione sintetica degli eventuali procedimenti giudiziari a carico dell'affiliante.

Ulteriori obblighi a carico delle parti

Gli artt. 5 e 6 della legge n. 129/2004 pongono a carico di affiliante e affiliato ulteriori obblighi che possono ritenersi espressione del generale principio di rispetto della correttezza e della buona fede nell'ambito delle trattative e nello svolgimento del rapporto. In particolare:

  • è previsto un obbligo di riservatezza a carico dell'affiliato e
  • un obbligo di informazione a carico dell'affiliante;
  • l'affiliato non può trasferire la sede, se essa risulta dal contratto, senza il preventivo consenso dell'affiliante, salvo cause di forza maggiore.

Informazioni false e annullamento del contratto

Il comportamento dell'affiliante che fornisca informazioni false all'affiliato è qualificabile come comportamento doloso e, ai sensi dell'art. 1439 c.c., può determinare l'annullamento del contratto su domanda dell'affiliato.

Tale specifica sanzione prevista per il caso delle false informazioni lascia, peraltro, aperta la questione relativa alle conseguenze, non già di false informazioni ma, ed è il caso certamente più frequente, di omesse informazioni o di reticenza. Si potrebbe, in tal caso, ipotizzare un inadempimento contrattuale e la possibilità di risolvere il contratto qualora l'inadempimento si configuri come di non scarsa importanza, avuto conto dell'interesse dell'affiliato (art. 1455 c.c.).

Alcuni suggerimenti nella stipula del contratto

Nella stipula di contratti di franchising, soprattutto nella materia dei servizi, occorre prestare la dovuta attenzione ad alcuni elementi che si possono rivelare decisivi per il successo dell' "affare".

In primo luogo è bene definire ambiti ed estensioni della clausola di esclusiva eventualmente prevista nel contratto di franchising. Di norma essa è reciproca e, cioè, vincola il franchisee a non vendere beni (o prestare servizi) in concorrenza con quelli del franchisor e lo obbliga a non venderli (o prestarli) al di fuori del territorio assegnato e, dall'altra, vincola il franchisor a non vendere beni (o prestare servizi) nel territorio assegnato al franchisee personalmente o attraverso altri franchisees. Si tratta di una condizione importante in quanto l'esclusiva "non è un effetto naturale del contratto di franchising ma deve, di volta in volta essere prevista dalle parti"(così Tribunale di Lecce, 09/02/1990).

In secondo luogo, è bene regolamentare la durata del contratto. A tale riguardo può essere stipulato un contratto a tempo indeterminato – ed occorrerà allora disciplinare il diritto di recesso – o un contratto a tempo determinato – ed occorrerà allora disciplinare la facoltà di rinnovo. La durata del contratto dovrebbe, in ogni caso, essere tale da consentire al franchisee l'ammortamento degli investimenti effettuati (art. 3, comma 3, legge n. 129/2004).

Nella definizione dell'oggetto del contratto di franchising occorrerà avere particolare cura nella descrizione dell'insieme di formule, conoscenze, segni distintivi che individuano i prodotti e servizi del franchisor (il cosiddetto know-how). Tale minuta descrizione agevolerà il rispetto dell'indirizzo commerciale e dell'obbligo di esclusiva da parte del franchisee.

Sempre nella definizione dell'oggetto del contratto di franchising sarà bene definire analiticamente il tipo di consulenza commerciale, promozionale e di marketing che il franchisor si impegna ad offrire (ad es. prevedendo sessioni formative del personale dei franchisees).

È bene prevedere, nel contratti di franchising, l'obbligo, per il franchisee, di rispettare le direttive del franchisor anche in corso di rapporto, con l'impegno di adeguare l'aspetto del proprio esercizio, i segni distintivi utilizzati e la qualità delle prestazioni offerte al pubblico, alle eventuali variazioni che il franchisor imponesse all'intera rete. È inoltre essenziale definire, nell'ambito del contratto di franchising, con precisione (nell'interesse di entrambe le parti) l'ambito dell'obbligo di riservatezza sul know-how trasferito. È bene concordare l'obbligo del rispetto di determinati standard di qualità e definire le modalità di verifica dei suddetti standard.

Media franchise

Il termine inglese media franchise  si riferisce alla costruzione di un marchio che viene sfruttato per diversi prodotti dell'industria dello spettacolo e dell'intrattenimento. Il franchise è la modalità produttiva più usata dalle grandi aziende hollywoodiane e dalle corporazioni statunitensi.

Caratteristiche del media franchise

Il "media franchise" crea una marca, un marchio collegato ad un prodotto principale o ad un evento, come può essere un film o un fumetto, ed esso viene sfruttato per aumentare gli incassi con lo sviluppo di mercati aggiuntivi e merchandising di ogni tipo: DVD, videogiochi, gadget e prodotto di cartoleria, spin-off televisivi, tie-in, ecc… Nel caso il prodotto iniziale preveda lo svilupparsi di una storia (come nel caso di romanzi, film e fumetti), i prodotti derivati non necessariamente apparterranno allo stesso universo narrativo. Lo sfruttamento del "marchio", una volta affermato, va a volte anche ad intersecarsi con altri prodotti (nel senso più ampio del termine) già affermati, come nel caso delle attrazioni realizzate in parchi a tema già esistenti.

Nel cinema

I franchise film attingono spesso a diverse aree della cultura popolare: generalmente alla narrativa, soprattutto ai best-seller (come nel caso di Harry Potter), ai fumetti (ad esempio Batman e Spider-Man), ai videogiochi (Resident Evil) o a popolari serie televisive (come è accaduto per Star Trek o Scooby Doo) e si rivolgono al più ampio pubblico possibile. Altri esempi di franchise nel cinema sono Harry Potter, Il Signore degli anelli, Pirati dei Caraibi, X-Men, Shrek, Guerre stellari, Jurassic Park, Hunger Games e Mad Max.

Le due formule principali adottate dal franchise film sono i serial e i sequel che mantengono alta l'attenzione degli spettatori fino all'uscita nelle sale dell'episodio successivo.

Sistema distributivo del media franchise

Questa tipologia di film punta alla penetrazione nel mercato globale, usando un sistema di distribuzione su scala mondiale e programmando le uscite nelle sale dei diversi paesi in modo sempre più ravvicinato, poggiando su campagne di marketing planetarie che sfruttano la convergenza mediatica per ampliare i canali di promozione del film e del merchandising ad esso correlato. Il processo di vendita del prodotto film diventa così più importante del processo produttivo che, nonostante i budget milionari, ha costi inferiori rispetto a quelli della fase di distribuzione e marketing, con la conseguenza di una maggiore attenzione agli aspetti legati alla vendita del prodotto che ai contenuti.

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Licensing (Licenza economia)

Con il termine licenza (in inglese licensing), in economia si intende la cessione da parte dell'autore o del detentore di un diritto ad altro soggetto perché la possa utilizzare traendone dei benefici economici come ad esempio la produzione su licenza.

Il licenziante, ovvero colui che cede la licenza, ed il licenziatario, colui che gestisce la licenza, si accordano perché i benefici vengano remunerati attraverso un compenso (fee) che può essere fisso o variabile sulle vendite. Quando la parola licensing è usata nel linguaggio di marketing si parla del diritto di cui sopra legato ad una delle seguenti categorie: arte, spettacolo/personaggi, moda, musica, sport, marchi aziendali, editoria/autori, siti web.

La licenza è quindi quell'attività di marketing attraverso la quale chi detiene un diritto con riferimento alla licenza lo cede ad un altro soggetto dietro pagamento di un compenso unico o percentuale (royalty) nel rispetto di alcune regole definite nel contratto di licensing.

In questo modo il licenziatario (licensee) ha diritto di utilizzare e sfruttare economicamente il marchio o il logo, le tecnologie di processo o prodotto e le stesse conoscenze che il soggetto licenziante (licensor) mette a disposizione con questo contratto.

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Regno Unito – L’impatto fiscale della Brexit sulle Holding Inglesi

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Il risultato del referendum inglese ha costatato la volontà del popolo inglese di uscire dall’Unione Europea (UE), dando luogo al c.d. Brexit.

Vien da chiedersi a questo punto, se tale decisione sia, o meno, in grado di influenzare le strutture societarie internazionali che includono una holding inglese. Attualmente, si può affermare con certezza che per molti gruppi i vantaggi fiscali apportati da una holding inglese sopravvivranno alla Brexit.

È un dato di fatto che molti gruppi, in virtù della legislazione corrente, hanno scelto di istituire una holding, in qualità di capogruppo o di società intermedia, nel Regno Unito. Infatti, l’attrattività di tale operazione è segnata in principal luogo dalle prospettive fiscali, particolarmente favorevoli, tipiche dell’ordinamento tributario UK, che non è direttamente influenzato dall’adesione all’Unione Europea.

Si ricordano, a tal proposito, i principali vantaggi offerti per l’istituzione di una holding in territorio anglofono:

             Vantaggi fiscali sui flussi dei dividendi: il Regno Unito non applica una ritenuta d’acconto sui dividendi in uscita;

             inoltre, vige il regime di partecipation exemption (c.d. pex) per i dividendi in entrata, purché gli stessi rientrino in una

             delle cinque classi esenti;

  • Il regime delle Controlled Foreign Companies (c.d. CFC): per quanto riguarda gli utili non distribuiti delle controllate, il regime delle CFC del Regno Unito si rivolge al trasferimento fittizio di utili al di fuori dello stesso Regno Unito e non ricomprende le controllate, anche con regimi fiscali meno gravosi, che possiedono una effettiva attività commerciale locale;
  • Nessuna imposta sulla vendita delle controllate operative: è presente, inoltre, una totale esenzione sulle plusvalenze realizzate dalla vendita di una filiale operativa, a condizione che le partecipazioni siano state detenute per un periodo di 12 mesi e che le trading conditions siano state rispettate;
  • Nessuna imposta sulla cessione di quote di società inglesi da parte di soci esteri: Solitamente sono esenti da imposta le plusvalenze realizzate da azionisti non residenti in caso di cessione di quote relative ad una società situata nel Regno Unito;
  • Deducibilità del costo degli interessi: esistono delle norme relativamente generose in materia di deducibilità degli interessi, soggetta a capitalizzazione sottile, alle regole del transfer pricing, e, a partire dal mese di Aprile 2017, entrerà in vigore il limite del “Rapporto fisso”, realizzato sulla base delle raccomandazioni contenute nell’ultimo report dell’OCSE sul “Base Erosion and Profit Shifting”, altrimenti noto come “BEPS”.

In aggiunta a quanto descritto sopra esistono, ovviamente, altri fattori che giocano un ruolo fondamentale nella scelta della sede della holding.

Molto presumibilmente, quindi, i vantaggi fiscali sopra riportati sono destinati a rimanere. Sarebbe totalmente inaspettata la scelta, per un futuro governo inglese, di apportare delle modifiche che, di fatto, potrebbero ledere piuttosto che danneggiare significativamente l’attrattività del Regno Unito per investimenti internazionali in entrata ovvero in uscita.

Al contrario, il governo inglese sta prendendo in esame la possibilità di addurre ulteriori miglioramenti al regime della pex sulle plusvalenze, al fine di semplificarla e renderla maggiormente competitiva in campo internazionale. In particolare, si stanno prendendo in considerazione i cambiamenti da adottare per incoraggiare il ricorso a compagnie inglesi, come la Holding platform per il settore dei fondi (includendo i fondi sovrani, i fondi pensione e i fondi d’investimento privato fiscalmente trasparenti).

Un ulteriore aspetto fiscale che può necessitare di analisi aggiuntive, sulla scia del risultato del referendum, è, come anticipato, il tema della ritenuta d’acconto sui flussi di cassa in entrata.

Infatti, se la tassazione sui redditi provenienti dalle controllate extra Ue resterà invariata, dei cambiamenti potrebbero occorrere in ambito UE: la Brexit potrebbe causare delle incongruenze in relazione ai pagamenti ricevuti da società controllate di alcuni paesi dell’UE. Secondo le direttive del Consiglio dell’Unione Europea, dividendi, interessi e royalties possono essere traferiti tra società infragruppo liberamente da uno Stato membro all’altro senza applicazione delle ritenute d’acconto. Dunque, con la Brexit tale operazione non sarà più protetta dalla direttiva comunitaria.

Tuttavia, per quanto riguarda i dividendi, in molti casi, le direttive europee – sui rapporti tra la capogruppo e le c.d. società figlie, si rivelano superflue in quanto gli ordinamenti dello Stato di appartenenza delle società già prevedono l’esenzione dalla ritenuta d’acconto sui dividendi medesimi (come nel caso dell’Ungheria) ovvero delle generose forme di esenzione (come nel caso dell’Irlanda). Inoltre, sebbene, in linea di principio la ritenuta si applichi in base alla normativa tributaria locale, il tasso può esser ridotto, piuttosto che azzerato, in virtù dei trattati inglesi contro la c.d. doppia imposizione. Infatti, è opportuno ricordare che l’Inghilterra ha sottoscritto i trattati contro la doppia imposizione fiscale con tutti gli Stati membri dell’UE.

Pertanto alla luce di quanto affermato, l’impatto della Brexit sui dividendi in entrata risulta esser ridotto alle sole controllate situate in pochi Stati membri. Le controllanti inglesi possono subire una ritenuta d’acconto pari al 5% sui dividendi di controllate situate in Austria, Croazia, Repubblica Ceca, Germania, Italia e Romania e del 10 % in Grecia.

Nel caso in cui una holding inglese effettui dei prestiti o fornisca dei diritti di proprietà intellettuale alle sue controllate, si adotterà, in linea di principio, la medesima procedura sopra descritta. La direttiva Europea sugli interessi e sulle royalties, che solitamente esime dalla ritenuta d’acconto i pagamenti infra-gruppo, in ambito europeo, per interessi e royalties, a tempo debito non potrà più esser adottata. In conseguenza di ciò, la Brexit potrà potenzialmente influenzare i flussi di redditi in entrata generati dagli interessi e dalle royalties provenienti da controllate UE (ma non dagli Stati Extra UE). Anche in questo caso, l’impatto pratico dipende dalla possibilità che la giurisdizione di provenienza imponga la ritenuta d’acconto, o meno, e in tal caso andranno considerati i termini del Trattato in questione con il Regno Unito. Molti Stati offriranno una totale esenzione dalla ritenuta d’acconto per gli interessi e le royalties.

SEDI ALTERNATIVE PER LE HOLDING EUROPEE
Se una società inglese possiede una controllata in uno o più di uno dei sette Paesi UE “rilevanti” ed è una holding intermedia in un gruppo internazionale più ampio, dovranno esser svolte delle indagini più accurate per determinare se l’applicazione di una ritenuta d’acconto sui dividendi della controllata europea rappresenti un costo fiscale incrementale che influenza il gruppo nel suo complesso.
Ad esempio, se la capogruppo ha la sede negli Stati Uniti e può ricorrere al credito d’imposta estero addizionale, sviluppatosi con la ritenuta d’acconto aggiuntiva, per ridurre l’imposta che dovrà fronteggiare per il rimpatrio dei profitti realizzati in Europa verso gli Stati Uniti, l’applicazione della ritenuta d’acconto potrebbe non generare alcun effetto negativo sul gruppo nel suo complesso. Diversamente, se la holding inglese è anche la capogruppo di un gruppo a partecipazione largamente diffusa, la ritenuta d’acconto sui dividendi rappresenterà molto probabilmente un costo fiscale incrementale non indifferente.

Pertanto, lo spostamento della holding in altri Stati varia a seconda del regime fiscale di sua appartenenza e, quindi:
– i Paesi Bassi non possono offrire alcun miglioramento, considerato che una società olandese potrebbe rappresentare una soluzione come un’ulteriore holding intermedia sottostante ad una compagnia inglese, a condizione che i requisiti di “sostanza” siano soddisfatti;
– una holding irlandese potrebbe essere adatta, a seconda dell’identità dell’azionista o degli azionisti finali, data l’ampia esenzione dalla ritenuta d’acconto sui dividendi irlandesi a favore dei destinatari residenti in giurisdizioni con cui vige un accordo (a prescindere dai termini precisi dell’accordo stesso).
Se il costo del post Brexit riguarda unicamente gli interessi e le royalties, vale la pena notare che i prestiti e i diritti sulle proprietà intellettuali non devono seguire necessariamente in parallelo le partecipazioni: in questo contesto, si dovrebbe/potrebbe mantenere le holding inglesi, ma separando la struttura patrimoniale da quella delle proprietà intellettuali.

CONCLUSIONI
A seconda dei casi, un’attenta analisi dei fatti sarà, pertanto, necessaria. Se la Brexit si tradurrà, a tempo debito, in un effetto negativo e se un trasferimento della holding in un’altra giurisdizione UE sarà in grado di fornirle un generale miglioramento, sarà opportuno pianificare delle misure per attuare una riorganizzazione societaria nell’arco dei prossimi anni, prima che la Brexit divenga effettiva, affinché il gruppo possa usufruire delle speciali regole aziendali e fiscali previste per le riorganizzazioni infra UE.

Fonte: http://www.piselliandpartners.com/2016/07/11/3381/

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La Semplice ragione per cui Metalli Preziosi e Criptovalute sono destinate a Salire di Prezzo

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By FunnyKing

Al secolo Paolo Rebuffo (FunnyKing), sono laureato in Economia e Commercio all’Università degli Studi di Genova, ho lavorato come promotore finanziario presso l’agente di cambio Del Carratore-Gambarotta , Gestnord Intermediazione Sim e Bregliano Sim poi come responsabile dell’area trading mobiliare del gruppo Istituto Ligure Mobiliare una merchant bank genovese.  Ho svolto l’incarico di Investor Relator di Le Buone Società Spa (oggi LVenture Group.), azienda quotata in borsa.

Attualmente vivo e risiedo in Svizzera e lavoro come advisor per la società di gestione CamponovoAM.

Incidentalmente dal 2009 ho creato e animo il blog di informazione finanziaria indipendente più letto in Italia (e presto nella Svizzera Italiana) ###############

 

Recentemente una banca tedesca ha cominciato a imporre tassi negativi sui depositi dei correntisti, dal Fatto Quotidiano:

La Raiffeisenbank di Gmund applicherà una commissione di deposito dello 0,4% ai correntisti più abbienti a partire dal prossimo settembre. E’ la prima volta per un istituto privato…

In svizzera le banche che applicano tassi negativi sono oltre le dita di una mano, e entro un anno al massimo tutte le banche svizzere lo faranno oppure chiederanno ai clienti di usufruire di servizi a valore aggiunto e dunque costosi.

Ed è normale, anzi è doveroso per le banche se vogliono rimanere in equilibrio economico.

I vari articoli e post che gridano allo “scandalo” al “furto” sono frutto di una profonda ignoranza e spesso di malafede (perchè sarebbe colpa dell’Euro o dei tedeschi immagino).

In una situazione di deflazione e di tassi negativi indotti dalle politiche delle banche centrali gli istituti di credito devono adeguarsi sia azzerando o quasi i tassi con cui concedono prestiti (in Danimarca ci sono mutui negativi, in Svizzera ci stanno arrivando) sia applicando tassi negativi ai depositi.

In effetti c’è un equivoco: normalmente le persone pensano di fare un favore alle banche lasciando in deposito i propri risparmi, mentre non è affatto così. Le banche NON hanno bisogno di liquidità, di quella ne hanno fin troppa.

Le banche hanno bisogno di vendere prodotti a valore aggiunto, ovvero servizi da prezzare al correntista. Se il correntista si “limita” a lasciare i soldi in banca allora dovrà pagare LUI per avere il privilegio di poterlo fare. In alcuni casi è anche possibile che alcune banche optino per bittare fuori alcuni clienti che sono solo un costo. Mi spiego, siccome applicare tassi negativi è una scelta di marketing con ricadute negative, alcune banche potrebbero optare di mandare una lettera ad alcuni correntisti intimandoli di chiudere il conto e cercarsi un’altra banca. Si lo possono fare, non è un diritto ottenere un conto corrente ne è un dovere per una banca offrirlo a tutti.

Quindi ricapitolando, i tassi negativi sui depositi, esattamente come i tassi negativi sulle obbligazioni sono il nuovo normale, e duqnue bisogna trarne alcune conseguenze:

  1. Che detenere valuta cartacea torna ad avere un senso
  2. Che detenere oro fisico (o altri preziosi)  torna ad avere un senso anche per investitori meno sofisticati
  3. Che esiste una prateria di triliardi di euro/dollari/yen che entreranno nel mondo delle criptovalute.

Non ci credete?

E vabbeh, me ne farò una ragione.

Siate consapevoli, siate preparati… e magari mettevi in portafoglio qualche miliardo di Satoshi

(N.d.R.)  Ringrazio Paolo Rebuffo (FunnyKing)   http://www.rischiocalcolato.it