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Se invece di pensare ai Gay, i politici italiani pensassero alla tutela dei bambini disabili: non saremmo tutti più Felici ??


Su richiesta di una madre lombarda, preoccupata per il destino di suo figlio, che mi ha posto l'angosciante quesito:

dopo la nostra morte chi avrà cura di tutelare il nostro unico figlio disabile ??

da Tempo mi sono interessato all' iter Italico della legalizzazione dei Trust.

Per molti Trust è sinonimo di evasione fiscale,  mentre in realtà significa: una necessaria cautela e sinonimo di "Civiltà"; pacificamente riconosciuto e valorizzato nel mondo anglosassone.

Nella patria del diritto (forse sarebbe più appropriato nella "Repubblica dei Marrazzi") i politici non riescono ancora a trovare la quadra ed approvare uno straccio di  legge che tuteli, una volta per tutte, i sacrosanti diritti dei portatori di disabilità, soprattutto con particolare riguardo ai più sfortunati, ovvero chi per i capricci della sorte non raggiungerà mai la maggiore età, e tutte le facoltà connesse in materia di potestà di intendere e di volere, codice civile alla mano….

vi inserisco alcuni articoli ed il testo del disegno di legge in itinere…   perchè possiate farvi un quadro della situazione odierna.

La fiscalità del trust – 1.
L’inquadramento civilistico
È l’istituto con cui un soggetto trasferisce la proprietà dei propri beni a un altro soggetto affinché questi li amministri nell’interesse di un terzo o in vista di uno specifico fine
La fiscalità del trust – 1. |L’inquadramento civilistico
Il trust è un istituto giuridico di origine anglosassone, che è stato formalmente riconosciuto dall’ordinamento italiano per effetto della ratifica ed esecuzione, avvenuta con la legge 364/1989, della Convenzione sulla legge applicabile ai trusts e sul loro riconoscimento, adottata a L’Aja il 1° luglio 1985.
A oggi, tuttavia, ancora manca una specifica normativa interna, che disciplini l’istituto sotto il profilo civilistico. A tal proposito, lo scorso 19 marzo 2015 è stato presentato un disegno di legge (ddl S. 1826) che prevede l’introduzione nel codice civile della disciplina del contratto di fiducia, che dovrebbe rappresentare l’equivalente italiano del trust. Il disegno di legge è stato assegnato alla 2ª Commissione permanente (Giustizia) in sede referente il 16 giugno 2015, ma il relativo esame non ha avuto ancora inizio; pertanto, il riferimento normativo in materia di trust resta ancora la Convenzione de L’Aja, il cui scopo precipuo è proprio quello di armonizzare le regole del diritto internazionale privato in materia di trust, consentendone il riconoscimento negli ordinamenti di civil law privi di una disciplina interna.
 
Ai sensi dell’articolo 2 della Convenzione, “per trust si intendono i rapporti giuridici istituiti da una persona, il costituente – con atto tra vivi o mortis causa – qualora dei beni siano stati posti sotto il controllo di un trustee nell’interesse di un beneficiario o di un fine specifico”.
In altri termini, mediante il trust un soggetto (settlor) trasferisce la proprietà di tutti i propri beni (o di una parte di essi) a un altro soggetto (trustee), affinché quest’ultimo li amministri nell’interesse di un terzo (beneficiary) ovvero in vista del perseguimento di uno specifico fine.
Il beneficiario, pur non essendo formalmente proprietario dei beni oggetto del trust, gode dei vantaggi e delle utilità derivanti dalla loro gestione, disponendo altresì di rimedi a carattere reale e obbligatorio per tutelare i suoi interessi nel caso in cui il trustee non rispetti gli impegni assunti (breach of trust). Il settlor può altresì nominare un guardiano (protector), con il compito di vigilare sull’operato del trustee nell’interesse del beneficiario (o dei beneficiari) o per garantire l’effettiva realizzazione dello scopo del trust.
Il trust, quindi, si sostanzia in un negozio giuridico fondato sul rapporto di fiducia/affidamento tra disponente (settlor) e gestore (trustee): non a caso il termine anglosassone trust significa, appunto, fiducia.
 
Il medesimo articolo 2 della Convenzione stabilisce che il trust presenta le seguenti caratteristiche essenziali:

 

  • i beni del trust costituiscono una massa distinta e non fanno parte del patrimonio del trustee (effetto segregativo)
  • i beni del trust sono intestati a nome del trustee
  • il trustee è investito del potere e onerato dell’obbligo, di cui deve rendere conto, di amministrare, gestire o disporre dei beni secondo i termini del trust e le norme particolari impostegli dalla legge.

 
Secondo la dottrina maggioritaria, la Convenzione, limitandosi a indicare i requisiti minimi affinché si possa affermare di essere in presenza di un trust, delinea un modello di trust “amorfo”, vale a dire uno schema negoziale adattabile tanto agli ordinamenti di common law quanto a quelli di civil law. In seguito alla ratifica, l’Italia ha quindi riconosciuto legittimo il modello di trust tracciato dall’articolo 2 della Convenzione.
 
La caratteristica certamente più significativa del modello di trust convenzionale è rappresentata dalla “segregazione patrimoniale”, per effetto della quale i beni in trust formano un patrimonio separato rispetto al patrimonio residuo del settlor, del trustee e del beneficiario: pertanto, i loro eventuali creditori personali non potranno mai aggredire i beni in trust.
Questi ultimi, infatti, risultano essere “blindati”, in quanto sottoposti a un duplice vincolo: di destinazione (essendo finalizzati al raggiungimento dello scopo indicato dal settlor nell’atto istitutivo) e, appunto, di separazione patrimoniale.
È bene precisare, inoltre, che esclusivo proprietario dei beni in trust è il trustee, che, tuttavia, subisce una compressione dell’esercizio del suo diritto in quanto egli è tenuto ad amministrare i beni in modo tale da garantire il raggiungimento dello scopo indicato nell’atto istitutivo. In altri termini, mentre la titolarità del diritto di proprietà del trustee è piena, l’esercizio di tale diritto è invece limitato e funzionalizzato.
 
Tali caratteristiche hanno indotto parte della dottrina e della giurisprudenza a dubitare della conciliabilità del trust con l’ordinamento giuridico italiano sotto il profilo, in particolare, della disciplina del diritto di proprietà (articolo 832 e seguenti del codice civile), della tipicità dei diritti reali, della responsabilità patrimoniale (articolo 2740 cc) e della tassatività degli atti trascrivibili.
Tuttavia, nonostante l’iniziale diffidenza verso un istituto del tutto estraneo alla tradizione giuridica italiana e in attesa di un intervento disciplinatorio del legislatore, la questione della compatibilità del trust con il nostro ordinamento è stata risolta positivamente dalla dottrina e dalla giurisprudenza maggioritarie. Ciò non solo con riferimento ai trust esteri istituiti secondo il modello convenzionale e in grado di produrre effetti giuridici nell’ordinamento interno proprio in virtù della ratifica della Convenzione, ma anche e soprattutto con riguardo al trust “interno” o “domestico”, vale a dire un trust istituito in Italia, in cui gli elementi essenziali (beni, settlor, trustee, beneficiario) sono in prevalenza residenti o esistenti in Italia.
 
Ad ogni modo, vista la perdurante mancanza nell’ordinamento italiano di una disciplina autonoma dell’istituto, il settlor, nello scegliere, ai sensi dell’articolo 6 della Convenzione, la legge applicabile al trust, deve necessariamente fare riferimento a una normativa estera, anche nelle ipotesi in cui tutte le parti siano italiane e il trust possa quindi definirsi interno. In questa ipotesi, quindi, l’unico elemento di estraneità è rappresentato dalla legge applicabile.
 
In presenza di un trust estero, in cui gli elementi di estraneità riguardino i soggetti coinvolti e i beni in trust, lo Stato italiano, in base all’articolo 11 della Convenzione, procede al riconoscimento e il trust sarà regolato sulla base della Convenzione e delle norme di diritto internazionale privato. Il riconoscimento, in linea di principio, non è però obbligatorio, dato che l’articolo 13, a salvaguardia della sovranità degli Stati, conferisce allo Stato il potere di rifiutarlo qualora gli elementi costitutivi del trust, all’infuori della legge regolatrice richiamata, rinviano a un diverso ordinamento che non conosca l’istituto.
 
Il trust, quindi, si è progressivamente affermato anche in Italia quale strumento flessibile e versatile sotto il profilo operativo, capace di soddisfare la richiesta di strumenti giuridici nuovi in grado di rispondere efficacemente alle esigenze emergenti dal mutato contesto economico-finanziario, ma anche familiare e sociale, nonché aziendale, non in grado di essere soddisfatte mediante i tradizionali modelli giuridici.
Il trust è suscettibile, infatti, di molteplici applicazioni pratiche, ponendosi in particolare come utile strumento di pianificazione patrimoniale, successoria e tributaria.
 
La pratica conosce molteplici tipologie di trust. A titolo esemplificativo, possiamo ricordare le seguenti:

  • trust autodichiarato, in cui è lo stesso disponente a essere designato quale trustee (in tal caso, il vincolo di destinazione sui beni si forma all’interno dello stesso patrimonio del disponente)
  • expressed trust, costituito mediante specifico atto istitutivo e destinato ad avere efficacia quando il disponente è in vita
  • trust testamentario o mortis causa, istituito mediante disposizione testamentaria e destinato ad avere efficacia dopo la morte del disponente
  • trust revocabile, con il quale il disponente si riserva la facoltà di revocare l’attribuzione dei diritti ceduti al trustee
  • trust di famiglia, utilizzato per disciplinare rapporti di convivenza e regolare anticipatamente alcuni casi di successione e, soprattutto, di separazione e divorzi ovvero per proteggere il patrimonio familiare, impedendo il frazionamento della proprietà
  • trust immobiliare, utilizzato allo scopo di creare un patrimonio di immobili separato dal resto dei beni
  • trust commerciale, istituito per disporre la segregazione patrimoniale di asset aziendali per il perseguimento di finalità inerenti l’attività d’impresa
  • trust liquidatorio, istituito allo scopo di segregare una massa di beni destinati al soddisfacimento di creditori
  • trust di scopo, funzionale al perseguimento di un determinato fine (ad esempio, trust di garanzia)
  • fixed trust, in cui il disponente individua i beneficiari con l’atto istitutivo e predetermina la ripartizione tra gli stessi del patrimonio e del reddito del trust
  • trust discrezionale, in cui il disponente si riserva la facoltà di nominare in un momento successivo i beneficiari ovvero rimette al trustee o a un protector (guardiano) l’individuazione degli stessi, delle loro rispettive posizioni, delle modalità e dei tempi di attribuzione dei benefici.

 
Attesa la sempre crescente rilevanza del trust nell’ordinamento italiano, non sorprende che particolare importanza abbia assunto nel corso del tempo anche la relativa disciplina fiscale.
A tal proposito, si ricordi che la Convenzione nulla dispone sul trattamento tributario dei trust; pertanto, l’individuazione del relativo regime impositivo è lasciata alla autonomia dei singoli Stati.
In Italia, il legislatore fiscale ha espressamente dettato disposizioni in materia di trust per la prima volta con l’articolo 1, commi da 74 a 76, della legge 296/2006 (Finanziaria 2007): nel prosieguo del lavoro, quindi, si passeranno in rassegna i profili tributari del trust, tanto ai fini delle imposte dirette quanto ai fini delle imposte indirette.
 
 
1 – continua
 

Gennaro Napolitano

 

 

pubblicato Venerdì 12 Febbraio 2016
 

(N.d.R.)  …per chi intenda approfondire:

Senato della Repubblica XVII LEGISLATURA N. 2232
DISEGNO DI LEGGE  approvato dalla  Camera dei  deputati il 4 febbraio 2016, in un testo risultante dall’unificazione dei disegni di legge…..

http://www.il-trust-in-italia.it/document.php?docx=3060,A3ChvUMzUugnBBGHB6G9aFKS

 

 

 

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Elusione fiscale, Ciancio assolto La depenalizzazione salva l’editore

assolto, ciancio, elusione, Cronaca

transazione da 18milioni di euro 

  Lunedì 25 Gennaio 2016   

CATANIA- Mario Ciancio Sanfilippo, editore etneo, è stato assolto dall'accusa di elusione fiscale nella cessione da 18milioni delle frequenze di Antenna Sicilia al gruppo Telecom "alla luce della modifica legislativa per cui è mutato lo Statuto del contribuente- scrive l'Ansa- che esclude ogni rilevanza penale delle operazioni formalmente prive di valore economico e quindi costituenti un ipotetico "abuso del diritto". Si tratta delle recenti depenalizzazioni fortemente volute dal governo.

Ciancio aveva negato l'esistenza dell'elusione fiscale, sostenendo che avrebbe garantito i posti di lavoro nel trasferimento milionario evitando il sequestro da 18milioni di euro delle frequenze a Telecom ed Mtv. Il triubunale del Riesame parlava del salvataggio del “patrimonio di rapporti economici e lavorativi maturati da Rete Sicilia e di interesse per la Etis 2000, proprietaria della Sige Spa e quindi di Antenna Sicilia e Teletna”. Adesso, a distanza di due anni dal Riesame, è arrivata l'assoluzione di Ciancio, i fondi non sono stati sequestrati e tutti i dipendenti di Antenna Sicilia sono stati licenziati.

La garanzia dei posti di lavoro era stata ritenuta dai giudici determinante per dimostrare che Ciancio, nel trasferimento milionario delle frequenze a Telecom ed Mtv (vedi sotto), aveva agito con "concrete ragioni di natura imprenditoriale", senza porre in essere alcuna elusione fiscale.


LA RICOSTRUZIONE- Il 18 luglio del 2006 Rete Sicilia Srl del Gruppo Ciancio cede alla Etis 2000, sempre di Ciancio, un ramo d'azienda, costituito dall'emittente Rete Sicilia, dalle attrezzature e impianti per l'irradiazione di ben 23 canali e tutte le concessioni burocratiche: prezzo 6,2milioni di euro. Pochi giorni dopo la Etis 2000 Spa stipula con Telecom Italia Media Broadcasting Srl un contratto preliminare per la vendita degli impianti al prezzo di 17,5milioni di euro. Una differenza, tra il primo e il secondo trasferimento, di ben 11milioni di euro. Le società del gruppo Ciancio perfezionano la vendita nel gennaio del 2007 e cedono a Telecom 17 canali (15,9milioni di euro), ad Mtv Italia Srl 6 canali (1,6milioni di euro). La vendita dei canali, si legge nella ricostruzione del Riesame, avrebbe consentito a Ciancio “un consistente risparmio fiscale in relazione alla plusvalenza realizzata da Etis 2000”. Secondo la ricostruzione del Tribunale, la Etis 2000 avrebbe dichiarato nel 2006 una perdita da 5,6milioni di euro e in questo modo “compensato la plusvalenza derivante dalla cessione”. La Etis 2000 aveva registrato perdite pregresse e un credito iva con l'Erario che avrebbe consentito alla stessa di incasare l'Iva dalle società acquirenti.

NESSUNA ELUSIONE- Secondo la Procura di Catania -ricostruisce l'Ansa- il passaggio da Rete Sicilia a Etis 2000 sarebbe stata priva di valida giustificazione economica e, pertanto, anche se formalmente ineccepibile, realizzata solo per ricavare risparmi di imposta e quindi determinando un 'abuso del diritto' costituente evasione – elusione sanzionata penalmente. La Procura aveva anche chiesto il sequestro per equivalente di 3.158.000 euro costituente l'ipotizzato profitto derivante dal reato, ma il Gip Giuliana Sammartino aveva rigettato la richiesta. Nel frattempo, la Commissione Tributaria provinciale di Catania aveva annullato i relativi avvisi di accertamento ritenendo valida l'operazione economica. Anche l'appello all'ordinanza di rigetto presentato dal Pm dinanzi al Tribunale del riesame era stato rigettato. E la Cassazione ha dichiarato inammissibile il successivo ricorso del Pm. La Terza sezione penale, presieduta da Elena Maria Teresa Calamita, nei giorni scorsi, ma la sentenza è stata resa nota oggi, ha chiuso definitivamente la vicenda, alla luce della modifica legislativa per cui è mutato lo Statuto del contribuente, che esclude ogni rilevanza penale delle operazioni formalmente prive di valore economico e quindi costituenti un ipotetico "abuso del diritto". Nell'accogliere le ragioni esposte dal difensore dell'imputato, l'avvocato Carmelo Peluso, il giudice ha anche dichiarato "manifestamente infondata" la eccezione di legittimità costituzionale sollevata dalla Procura che aveva posto la questione sulla norma che ha abrogato il reato fiscale in caso di "abuso del diritto".

<fonte> http://catania.livesicilia.it/2016/01/25/elusione-fiscale-ciancio-assolto-la-depenalizzazione-salva-leditore_366715/