0

La Slovenia tenta di recuperare l’attrattività perduta nei confrontidi di Austria e altri paesi mittel e est europei

Slovenian-physical-map

Entrate in vigore due modifiche fiscali che allevieranno gli imprenditori

Sono entrate in vigore in Slovenia due modifiche della legge sull’imposta sul reddito e della legge sui redditi di persone giuridiche con le quali aumenta il limite del fatturato per la tassazione forfetaria che da 50.000 EUR sale a 100.000 EUR. Contemporaneamente aumenta anche la percentuale delle spese forfetarie ossia da 70% a 80%.
Entrambe le modifiche si useranno nel nuovo anno fiscale, cioè dal 1° gennaio 2015.

Il governo Sloveno inviterà gli investitori esteri con incentivi statali

Lubiana – Il governo in uscita ha approvato un nuovo decreto sugli incentivi statali per investimenti esteri che regola i criteri e le condizioni per gli incentivi regionali sotto forma di sovvenzioni. Il fine degli incentivi statali regionali è attirare investitori esteri ad investire nella Slovenia.

Riceveranno l’aiuto gli investitori stranieri i cui investimenti, secondo l’offerta sul mercato del lavoro in Slovenia, garantiranno nuovi posti di lavoro nei settori con il maggiore valore aggiunto.

Oltre a questo gli investimenti devono contribuire al trasferimento del know how e della tecnologia e alla collaborazione delle aziende o istituti di ricerche scientifiche sul territorio sloveno con investitori esteri, contribuendo anche ad uno sviluppo regionale proporzionale.

Gli investimenti che potranno usufruire dell’aiuto devono anche contribuire al miglioramento della collaborazione tra investitori esteri e aziende slovene, prevalentemente per la fornitura a investitori esteri e per lo scambio di know how e della tecnologia.

I beneficiari degli incentivi per gli investimenti iniziali nelle zone ammissibili “a” secondo il decreto sulla mappa regionale (regione di coesione Slovenia orientale) sono imprese piccole, medie e grandi.

I beneficiari per la zona “c” invece (regione di coesione Slovenia occidentale) sono imprese piccole e medie, le imprese grandi potranno ricevere solo gli incentivi per attività economiche nuove.

Come attività economica nuova si intende la costituzione di una nuova società o la diversificazione dell’attività della società a condizione che la nuova attività non rientra nella stessa classe delle attività che si stanno già svolgendo nella società.

Come investimento iniziale invece si intende l’investimento in immobilizzazioni materiali e immateriali relative alla costituzione di una nuova società, estensione delle capacità della società esistente, diversificazione nella produzione di prodotti e/o servizi che prima non produceva e/o offriva o modifica sostanziale del processo produttivo della società esistente.

Il decreto segue le direttive europee che sono state approvate dalla Commissione europea il 17. giugno.

articolo ripreso da:   http://www.contall.si/it/

http://www.contall.si/it/il-governo-sloveno-inviterà-gli-investitori-esteri-con-incentivi-statali

Fonte: www.findinfo.si

 

 

 

0

2014-2015 Accordo Italia Svizzera… Propaganda, solo Propaganda, Nient’altro che Propaganda

goebbels-truth

Neppure il Dr. J. Goebbels sarebbe riuscito a montare una tale campagna di disinformazione & terrorismo mediatico…

Raccolgo qui alcuni scritti significativi del Avv. Emunctae Naris (pseudonimo) che io apprezzo molto per la chiarezza e la capacità di sintesi, oltre ovviamente, alla precisione e veridicità delle sue affermazioni…

Cerco di fare un po' di chiarezza sulla questione.
La convenzione, che verrà firmata ufficialmente a metà febbraio, tra Italia e Svizzera, come ogni convenzione internazionale non ha di per sé forza di legge e non entra in vigore al momento della firma, ma è necessaria una ratifica da parte del paese aderente. Nel nostro paese è necessario che la convenzione venga ratificata in Parlamento, mentre il sistema cantonale elvetico ha meccanismi diversi, molto più legati alla loro tradizione popolare (non molto tempo fa nei cantoni le leggi si approvavano ancora per alzata di mano da parte dei cittadini, oggi usano i referendum in alcuni casi). Quindi, firmata la convenzione, inizierà un lungo iter parlamentare per la ratifica e il recepimento nel nostro ordinamento che è prevista per il 2017. Ricordo che non sono ancora entrate in vigore ad esempio le convenzioni con alcuni paesi quali Cayman e Gibilterra firmate già da qualche anno.

Dopodiché, ratificata la convenzione ed entrata in vigore nei rispettivi paesi, si scambieranno informazioni sulla base degli standard minimi OCSE. Attenti bene: scambio automatico non significa accertamento automatico.
Ciò significa che se domani la GdF ritiene che l'avv. Pallini non sia congruo, va sul suo data-base CATO e cerca la posizione dell'Avv. Pallini, scoprendo vita morte e miracoli del predetto. Quindi, se l'Avv. Pallini chiude un conto corrente nel periodo coperto da retroattività dalla convenzione, è possibile che ne rimanga traccia sui sistemi e che l'informazione venga scambiata.

Detto questo, consiglio vivamente a chi ha rapporti in CH di attrezzarsi e iniziare a pensare ad una way-out, guardandosi intorno.
Spero di essere stato utile sul tema.

@ ziobello e dubbioso: a breve dovrebbe uscire il provvedimento dell'AdE e tutto sarà più chiaro. Tenete conto che i controlli verranno fatti soprattutto in caso di VD. E' previsto infatti un apposito protocollo che consente collaborazione Ita-CH con intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali onde verificare la correttezza e veridicità dei dati presentati in VD: in sostanza se ti autodenunci con la VD ma dichiari il falso ti facciamo un c..o come una casa.
Se ziobello è uno dei pochi ad essere congruo agli studi di settore tanto di cappello, se terrà una condotta tale che al momento non consente di far attivare controlli, tanto meglio. Ovvio che un minimo sgarro ed ecco che salta fuori un conto non dichiarato. Inoltre, oggi è così, ma domani (provvedimento AdE permettendo) i controlli potrebbero essere a tappeto. Infatti, in L. di stabilità sono stati distratti 120 milioni di euro dai fondi per il sostegno delle imprese per darli alla AdE per nuove assunzioni in vista della disclosure svizzera (mossa geniale, come se non avessimo una disoccupazione giovanile al 50% o fossimo in recessione da 7 anni).

Altro particolare da tenere a mente, che incide sulla retroattività, è il fatto che verranno scambiati dati solo se i sistemi informatici saranno compatibili. Come avevo già evidenziato in un posto qualche tempo fa, questa ipotesi non è affatto scontata, tenuto conto dell'attuale parco software della GdF e dell'AdE.
In sostanza nessuno al momento può garantire cosa avverrà dal 2017.

Lo dico contro i miei interessi personali: non è nemmeno da escludere che dopo facciano una bella patrimoniale…

Confermo che molti istituti elvetici al momento:
a) non consentono prelievi superiori ai 100.000 CHF annui;
b) non consentono movimentazioni di capitale, tipo bonifici o giroconti, oltre determinate soglie se non pienamente giustificati.
Ricordo che in Svizzera non ci sono limiti al prelievo di contanti in banca, ma gli istituti temono di essere coinvolti in favoreggiamento o concorso nel reato di riciclaggio e attuano senza pietà queste limitazioni ormai da qualche tempo. La giurisprudenza elvetica sembra poi aver dato ragione alle banche, contro i correntisti che hanno fatto causa, appoggiando la linea prudenziale degli istituti. Insomma non si può dire che il sottoscritto non ve l'aveva detto che affidarsi ai cioccolatai non era saggio e che, essendo svizzeri, se mettono dei paletti non si spostano di un millimetro.

Ciò posto, gli istituti stanno spingendo per la VD per i loro clienti "problematici", onde evitare di rimanere coinvolti anche loro. A questo punto non me ne vogliate (e non mi insultate troppo), ma sto avendo vari colloqui con Istituti CH per chiudere convenzioni sulle VD per i loro clienti a prezzi calmierati, ho già preso due giovani commercialisti, già acquistato il software gestionale per la VD e stiamo già iniziando ad operare. Ovvio che proporremo anche pacchetti alternativi dopo una valutazione dei rispettivi costi/benefici.         In bocca al lupo a tutti voi

Il Liechtenstein ha aderito alla convenzione OCSE sullo scambio automatico dal 2018:
http://www.compliancenet.it/ocse-com…21-luglio-2014

Ragion per cui è una soluzione di ripiego temporanea.

A beneficio di tutti, riporto un link dove c'è l'elenco degli attuali paesi aderenti agli standard per lo scambio automatico di informazioni a partire dal 2017/2018:
http://www.oecd.org/tax/transparency…agreements.htm

Questo a prescindere dalle convenzioni bilaterali che possono esserci tra i vari stati.
Come vedete, e come già commentato in questo forum, non manca quasi nessuno…

< Originariamente Scritto da dubbioso :  Vista così sembrerebbe che le soluzioni siano solamente due quindi…  o trasferirsi all'estero, sia fisicamente che con la residenza… oppure accettare la VD…  oppure mi sfugge qualche cosa ?? >

Non mi pare che ti sia sfuggito nulla.

< Originariamente Scritto da dubbioso:  e se uno costituisse una società offshore ad esempio.
e con quella società comperasse un immobile già di sua proprietà in Italia?
facendo risultare quindi di averlo venduto ad uno straniero?
che ne so..un appartamento in liguria non sarebbe nemmeno così strano…
poi quando dovrà vendere l'immobile ci penserà… intanto i soldi rientrano.>

Certo così paghi il 10% di imposte indirette sulla cessione e poi paghi le imposte dirette sui soldi incamerati a titolo di prezzo. Direi che, a quel punto, è meglio riportarli in Italia e poi fare la VD come se fossero del "nero" non dichiarato in Italia, in modo da regolarizzarli e rimetterli nel circuito bancario.

Volontary Disclosure domestica

Spinto dai vari messaggi in pvt ricevuti, ho pensato di fare cosa gradita agli utenti preparando una serie di brevi articoli esplicativi, per quanto mi è possibile, sugli esatti confini della VD e sulle modalità/conseguenze dell'adesione alla medesima. Ovviamente se Admin ritiene che lo spirito sia contrario alle logiche del forum farà piazza pulita e non mi offenderò di certo, non trattandosi di affare personale (lui sa bene che continueremo ad avere un buon rapporto).
Inizierei con la vera novità rispetto ai precedenti scudi, ovvero la VD "domestica".
L’art. 1, comma 2, della legge n. 186/2014 stabilisce che possono avvalersi della procedura di VD anche i contribuenti diversi da quelli obbligati al rispetto della normativa sul monitoraggio fiscale ovvero che, pur essendo destinatari tali obblighi, vi hanno correttamente adempiuto. Si tratta della VD domestica, introdotta, come precisato nella stessa norma, per sanare le violazioni degli obblighi di dichiarazione ai fini delle imposte sui redditi – e relative addizionali – e delle imposte sostitutive delle stesse, dell’IRAP e dell’IVA nonché le violazioni relative alla dichiarazione dei sostituti d’imposta, commesse fino al 30 settembre 2014. In tali casi la misura delle sanzioni amministrative è fissata al minimo edittale ridotto di 1/4 (ad esempio in caso di infedeltà della dichiarazione la sanzione è ridotta alla misura del 75% di quella minima prevista). I soggetti interessati sono, in primo luogo, quelli “collegati” ai contribuenti che possono fare emergere, tramite analoga procedura, le attività finanziarie e patrimoniali costituite o detenute fuori del territorio dello Stato. L'ambito soggettivo di applicazione di tale disposizione comprende, ad esempio, anche le società e gli altri enti, esclusi dagli obblighi di compilazione del modello RW, ma dalla cui evasione deriva la provvista finanziaria detenuta fuori del territorio dello Stato dal socio che si avvale della collaborazione volontaria “estera”. Si pensi al caso della sottofatturazione della società che ha consentito al socio di incassare l’importo non fatturato su di un conto estero: in questa ipotesi è possibile sanare, oltre alle violazioni contabili e dichiarative, anche quella relativa alla mancata applicazione della ritenuta sui dividendi percepiti dal socio.
In tali casi gli amministratori della società possono avvalersi dell'esclusione della punibilità per i delitti di dichiarazione fraudolenta (utilizzando fatture false o mediante altri artifici) ovvero infedele od omessa e per quelli di omesso versamento di IVA e/o ritenute, nonchè per i reati di riciclaggio e di autoriciclaggio. Con riguardo, invece, al cosiddetto scudo fiscale la Corte di cassazione ha affermato che lo stesso non escludeva la responsabilità penale dell'amministratore , anche se una “apertura” interpretativa al riguardo è stata operata nelle sentenze dell’8 ottobre 2014, n. 41947, e del 2 dicembre 2014 n. 50308, riguardanti il caso del socio che ha “scudato” che è anche il dominus della società di capitali da cui deriva la provvista oggetto di regolarizzazione.
La VD domestica è applicabile anche alle attività finanziarie e patrimoniali costituite o detenute nel territorio dello Stato, ad esempio in cassette di sicurezza.
La VD in esame può essere attivata fino al 30.09.2015 e deve riguardare tutti i periodi d’imposta per i quali, alla data di presentazione della richiesta, non sono scaduti i termini per l’accertamento (cioè quelli dal 2010 in avanti ovvero dal 2006 in poi se sussistono i presupposti per i raddoppio dei termini).
È, inoltre, stabilita una causa ostativa all'accesso alla detta procedura in caso di inizio dell’attività di controllo, in quanto la stessa non è ammessa se la richiesta è presentata dopo che l'autore della violazione – o uno dei soggetti solidalmente obbligati in via tributaria con lo stesso o concorrenti nel reato – abbia avuto formale conoscenza di accessi, ispezioni, verifiche o dell'inizio di qualunque attività di accertamento amministrativo o di procedimenti penali, per violazione di norme tributarie, relativi all'ambito oggettivo di applicazione della procedura di collaborazione volontaria. La richiesta non può essere presentata più di una volta, anche indirettamente o per interposta persona.
Al riguardo, in attesa dei necessari chiarimenti ufficiali, si pongono le seguenti questioni interpretative:
– se la voluntary “domestica” possa essere attivata anche con riguardo a violazioni non strettamente connesse con quelle “estere”;
– se la stessa debba essere obbligatoriamente estesa a tutte le violazioni “nazionali” commesse.

In merito alla prima questione la risposta dovrebbe essere positiva, in quanto nel comma 2 e seguenti non è contenuta alcuna disposizione che stabilisca esplicitamente una regola contraria. Va, altresì, considerato che nell’art. 5-quater del D.L. n. 167/1990 – introdotto dalla normativa in esame – è stabilito che ai fini della voluntary disclosure “estera” il contribuente deve fornire spontaneamente all’Amministrazione finanziaria i documenti e le informazioni per la determinazione, oltre che dei redditi che servirono per costituire o acquistare gli investimenti e le attività di natura finanziaria, anche degli eventuali maggiori imponibili non connessi con le attività costituite o detenute all'estero.
Quindi, poiché chi si avvale della voluntary “estera” può “sanare” violazioni non connesse con la stessa, si ritiene che tale possibilità vada riconosciuta, a maggior ragione, a coloro che fanno ricorso alla procedura di collaborazione in esame.
Si ritiene, pertanto, che potrebbero rientrare nell’ambito applicativo della disposizione in esame anche le violazioni connesse, ad esempio, alle situazioni in presenza delle quali è configurabile la esterovestizione della società o l’esistenza in Italia di una stabile organizzazione occulta.

Per quanto concerne la seconda problematica, si ritiene che la voluntary “domestica” non debba riguardare necessariamente tutte le violazioni commesse, perché nel comma 4 dell’art. 1 non è richiamata l’applicabilità alla procedura in discorso del comma 1 del detto art. 5-quater, nel quale è stabilito l’obbligo di indicare “tutti gli investimenti e tutte le attività di natura finanziaria”: obbligo che riguarda, quindi, soltanto quelli costituiti o detenuti all’estero.
Inoltre è espressamente stabilito, come già evidenziato, che la causa ostativa opera se l’attività di accertamento o il procedimento penale sono “relativi all'ambito oggettivo di applicazione della procedura di collaborazione volontaria”. Tale precisazione non sarebbe stata, naturalmente, necessaria se tale procedura dovesse necessariamente riguardare tutte le violazioni commesse.

procedura di VD: chi, come e perché

Proseguo con altro post, nella viva speranza di poter chiarire il più possibile le idee agli utenti. Vale lo stesso discorso fatto nel post sulla VD domestica.

CHI?
I soggetti obbligati alla compilazione del quadro RW: persone fisiche, enti non commerciali, società semplici ed equiparati ex art. 5 TUIR residenti in Italia, i titolari effettivi dell’investimento secondo quanto previsto dall’art. 1, comma 2, lettera u), D.Lgs. n. 231/2007, che detengono investimenti all’estero e attività estere di natura finanziarie a titolo di proprietà o di altro diritto reale indipendentemente dalle modalità della loro acquisizione.
Anche gli enti commerciali (società di persone e società di capitali) residenti, seppur chiaramente esclusi dagli obblighi connessi alla disciplina del monitoraggio, avranno la possibilità di accedere alla sanatoria delle violazioni.
Allo stesso tempo tale procedura potrà essere attivata da quegli enti di diritto estero la cui sede di direzione effettiva è in Italia (le c.d. società esterovestite).

COME?

Il primo passo da compiere per poter accedere alla procedura di collaborazione volontaria è rivolgersi a un professionista competente in materia e conferire il mandato ad operare.
Il professionista analizzerà preliminarmente la posizione degli asset detenuti all'estero dal contribuente, verificando l’anno in cui queste attività si sono formate e/o trasferite, nonchè l’eventuale presenza di cause ostative e di aspetti penali.
Successivamente il professionista provvederà a valutare la documentazione dei fondi esteri sotto un profilo finanziario-fiscale, in modo tale da poter ricostruire la storia dei proventi generati all’estero e, sulla base delle molte variabili, definire il costo delle imposte da pagare.
Definito il complesso calcolo, si presenterà un'istanza all'UCIFI (per mezzo di un modello disponibile sul sito dell’Agenzia dell’Entrate) che, valutate le informazioni e i documenti forniti dal contribuente, provvederà ad emettere un invito a comparire e al calcolo delle imposte, delle sanzioni ridotte e degli interessi.
Sulla base dei calcoli operati dall’amministrazione finanziaria, il contribuente avrà due opzioni:
1) prestare “acquiescenza” e pagare quanto richiesto dall’avviso di accertamento;
2) inoltrare una proposta di accertamento con adesione.
Il pagamento delle somme dovrà essere effettuato in una unica soluzione o, su richiesta del contribuente, in tre rate mensili di pari importo entro 15 giorni prima della data di comparizione, ovvero 20 giorni dalla redazione dell’atto di adesione ovvero entro il termine per la proposizione del ricorso contro le sanzioni per il quadro RW.
Con il pagamento (nel caso delle tre rate, con il pagamento dell’ultima rata) si perfeziona e conclude la procedura di regolarizzazione.

PERCHE'?
Esclusione di punibilità per tutti i reati tributari dichiarativi (compresi quelli fraudolenti) e l’omesso versamento di ritenute certificate e di IVA. Nello specifico non sono punibili i reati di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti (art. 2, D.Lgs. n. 74/2000), dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici (art. 3), dichiarazione infedele (art. 4), omessa dichiarazione (art. 5), omesso versamento di ritenute certificate (art. 10-bis) e omesso versamento di IVA (art. 10-ter).

Sempre sul versante penale, è altresì esclusa la punibilità per il reato di riciclaggio (art. 648-bis c.p.), per il reato di impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita (art. 648-ter c.p.) nonché per il reato di autoriciclaggio (art. 648-ter1 c.p.). Tale esclusione opera esclusivamente nel caso siano commessi in relazione alle violazioni tributarie sopra indicate.
Anche dal punto di vista delle sanzioni amministrative, sono evidenti i vantaggi:
– le sanzioni previste per le violazioni del quadro RW vengono ridotte alla metà del minimo edittale (minimo edittale che è pari al 3% nel caso di attività detenute in paesi White List, e del 6% nel caso di attività detenute in paesi Black List) per arrivare ad una percentuale dell’1,5 ovvero del 3.
Ciò si realizza, si badi, in presenza di talune condizioni ovvero se le attività sono o vengono trasferite in Italia o in un paese SEE oppure se il contribuente rilascia all’intermediario estero apposita autorizzazione a trasmettere tutte le informazioni.
Nei casi diversi dalle fattispecie sopracitate, il comma 4 dell’art. 5-quinquies, secondo periodo, D.L. n. 167/1990 prevede che la sanzione sia determinata nella misura del minimo edittale ridotta di 1/4. In tali situazioni la sanzione è pari al 2,25% ovvero al 4,5% a seconda che gli investimenti e le attività non dichiarate siano detenute in Stati White List ovvero in Stati Black List. In caso di definizione agevolata delle sanzioni ex art. 16, comma 3, D.Lgs. n. 472/1997, vi è un ulteriore abbattimento a 1/3 del minimo.
– le sanzioni in caso di omessa o infedele dichiarazione dell’imposta sui redditi e relative addizionali, di imposte sostitutive, Irap e Iva, sono ridotte di 1/4 del minimo della misura prevista ex lege. Anche in tale circostanza è possibile l’abbattimento sino a 1/6 del minimo dovuto all’adesione.

Una domanda . Mi è stato detto che per aderire alla VD ( per chi ha gli asset in CH ) conviene aspettare la firma del trattato e l'effettiva cancellazione della Svizzera da black list italica . è vero ?

Si, più tecnicamente non dalla firma del trattato, ma dell'entrata in vigore del decreto per la sua esclusione dalla lista.

< N.d.R.  …e come ammazza caffe:  vi servo le fonti ufficiali >

Pubblicato da:

La Svizzera aderisce all’accordo OCSE per lo scambio automatico di informazioni in ambito fiscale (admin.ch, 19 novembre 2014)

 

131018-svizzera

< N.d.R.  Premetto che seppur ufficiali, al momento attuale, si tratta ancora e solamente di chiacchiere, non è una legge ma soltanto fogli di carta con i quali i politici svizzeri, come altrettanto  quelli italioti, possono attualmente solamente pulisi il culo…

Grazie a Dio in Svizzera al momento rimane sovrana la volontà popolare, ergo senza un referendum che ne dia forza di legge, tutto rimane a livello di buone intenzioni o peggio, come spesso si verifica: di laida Propaganda )>

Il 19 novembre 2014 il Consiglio federale della Svizzera ha approvato una dichiarazione relativa alla partecipazione della Svizzera all’accordo multilaterale concernente lo scambio automatico di informazioni in ambito fiscale

Berna, 19 novembre 2014
In data odierna il Consiglio federale ha approvato una dichiarazione relativa alla partecipazione della Svizzera all’accordo multilaterale concernente lo scambio automatico di informazioni in ambito fiscale.
Questo accordo internazionale, elaborato nel quadro dell’OCSE, costituisce una delle basi per la futura introduzione dello scambio automatico di informazioni transfrontaliero.
Con quali Stati la Svizzera introdurrà questo scambio di dati non dipenderà dalla firma della convenzione multilaterale; esso sarà sottoposto separatamente in prosieguo di tempo al Parlamento.
Con l’ausilio del nuovo standard internazionale per lo scambio automatico di informazioni si intende impedire la sottrazione d’imposta transfrontaliera.
Il 29 ottobre 2014, a margine dell’assemblea annuale plenaria del «Forum globale sulla trasparenza e sullo scambio di informazioni a fini fiscali» (Forum Globale) a Berlino, 51 Stati e territori hanno firmato l’accordo multilaterale delle autorità competenti sullo scambio automatico di informazioni relative ai conti finanziari (Multilateral Competent Authority Agreement, MCAA).
Come gli altri Stati che hanno firmato il MCAA a Berlino, la Svizzera ha indicato di voler raccogliere dati dal 2017 e di scambiarli per la prima volta nel 2018.
La partecipazione all’accordo è la logica conseguenza del riconoscimento in data 6 maggio 2014 da parte della Svizzera del principio per l’attuazione dello standard globale per uno scambio automatico di informazioni.
L’accordo è in linea con il mandato di negoziazione deciso dal Consiglio federale l’8 ottobre 2014 (UE, Stati Uniti e altri Stati).
Il MCAA costituisce una delle basi per la futura introduzione dello scambio di informazioni transfrontaliero in ambito fiscale; le altre sono la Convenzione multilaterale dell’OCSE e del Consiglio d’Europa sulla reciproca assistenza amministrativa in materia fiscale, che il Consiglio federale ha firmato nel 2013, e una legge di attuazione che crea le premesse nel diritto interno per lo scambio di dati con l’estero.
All’inizio del 2015 il Consiglio federale porrà in consultazione tutti questi avamprogetti, che seguiranno la procedura ordinaria di approvazione (consultazione delle cerchie interessate, messaggio del Consiglio federale al Parlamento, approvazione delle Camere e referendum facoltativo).
Con quali Paesi debba essere applicato lo scambio automatico di informazioni non verrà influenzato dalla firma del MCAA, poiché l’attivazione bilaterale dello standard con determinati Stati dovrà essere sottoposta per approvazione all’Assemblea federale.
Il MCAA disciplina le condizioni secondo lo standard OCSE per lo scambio annuo di informazioni in materia di conti tra le autorità competenti di due Stati. L’elenco degli Stati con cui verrebbero scambiate informazioni su base automatica potrà essere presentato in un secondo tempo.

Indirizzo cui rivolgere domande

Mario Tuor, capo Comunicazione, Segreteria di Stato per le questioni finanziarie internazionali SFI
tel. +41 58 462 46 16, mario.tuor@sif.admin.ch (link sends e-mail)
Pubblicato da:

 

 

 

 

 

 

0

“Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero”. Proverbio Arabo

Parliamo con il dott. Eugenio Orso, analista, commentatore ed autore

del blog  Pauperclass , docente ed esperto di formazione marxiana, di:

Capitalismo finanziario, crisi economica, prospettive per l’Italia.

1)- Cominciamo dalla situazione italiana. Dovrebbe essere ormai evidente a tutti che la tendenza in atto è quella ad un continuo deterioramento delle condizioni dei lavoratori e della classe media: precariato, disoccupazione, fiscalità oppressiva, tra gli altri fattori, stanno impoverendo considerevolmente le fasce meno abbienti della popolazione. Ciò è dovuto a una congiuntura economica sfavorevole, oppure a scelte politiche ben precise? Come mai, dopo decenni che avevano visto un allargamento della classe media, improvvisamente si assiste ora alla sua decimazione? Cos’è cambiato nel rapporto tra capitale e lavoro?

Orso – Molta carne al fuoco, come si suole dire, il che significa che non sarò breve e che non mi limiterò allo specifico italiano, perché voglio fare un discorso un po’ più ampio, centrato sui cambiamenti epocali che l’affermazione del nuovo capitalismo globale e finanziario ha comportato.

 

Nulla accade per caso e in un microcosmo sociale complesso come il nostro è del tutto improbabile che certi esiti, economici e sociali, siano il frutto scontato e obbligato di un’ineluttabile tendenza, alla quale non ci si può sottrarre. Una tendenza nefasta alla de-emancipazione delle classi dominate che investe in pieno il sistema produttivo, la strutturazione sociale e la società nel suo complesso. Non stiamo parlando dell’effetto inevitabile di “leggi naturali”, o di una fumosa “legge di mercato” indipendente dai voleri della classe dominante, né di un finalismo che secondo alcuni pubblicisti mercatisti e neoliberali dovrebbe essere implicito nel corso storico. La rapida de-emancipazione in atto nella nostra società, a partire dal mondo del lavoro, è nient’altro che l’esito di politiche decise a tavolino, con lucida determinazione da chi possiede le chiavi del potere, nella “sabbia calda” della storia e nell’arco di un buon trentennio.
Possiamo fare prudentemente un paragone storico con l’epoca del mercantilismo, in particolare con il diciassettesimo secolo europeo, in cui l’elevazione delle barriere doganali per difendere “a spada tratta” le produzioni nazionali non era ineluttabile, ma semplicemente il risultato di decisioni verticistiche Ci offre un esempio storico, in tal senso, l’Oliver Cromwell del Navigation Act (atto di navigazione) che nell’imminenza della prima guerra anglo-olandese, vietava l’attracco nei porti inglesi e in quelli delle colonie di navi (nella fattispecie olandesi) che non fossero inglesi o del paese di provenienza delle merci trasportate. La decisione politica di Cromwell, in un clima foriero di guerra con le allora Province Unite, ha inciso sull’economia inglese e sul destino della stessa Europa per gli anni a venire.
Il parallelo con il mercantilismo, detto anche cameralismo dai consiglieri di camera del re, o colbertismo in onore del francese Jean-Baptiste Colbert, ministro economico-finanziario e consigliere di camera di Luigi XIV, potrebbe sembrare curioso ai più, visto che stabiliva barriere doganali stringenti e proteggeva con le leggi e con la spada le produzioni, le materie prime e le “professionalità” nazionali. Tuttavia il mercantilismo, esattamente come il neoliberismo oggi imperante, che, all’opposto, distrugge i confini, “sprotegge” le produzioni e l’industria nazionale, fa evaporare know-how e posti di lavoro con le delocalizzazioni, non fu il riflesso dell’ineluttabilità del corso della storia umana, o di una crisi economica epocale che impose un’unica strada da seguire. Fu semplicemente l’esito di un complesso di politiche imposte dall’alto, decise nelle stanze del potere, organiche agli interessi della classe dominante dell’epoca. In epoca mercantilista si anteponevano agli interessi del mondo rurale, allora largamente prevalente e ancora organicisticamente comunitario, il commercio, la ricchezza acquisita con gli scambi e gli attivi delle bilance commerciali in un “ambiente protetto” dalle dogane, si privilegiavano la dimensione nazionale e la potenza della corona anche a dispetto delle economie locali prevalentemente agricole.

Oggi si privilegia la creazione del valore azionaria, finanziaria e borsistica internazionalizzata (come la chiamo io), senza vincoli per la finanza “creativa” e senza considerazione alcuna per le esigenze vitali, ossia produttive, sociali e occupazionali, dei popoli e delle nazioni. E’ chiaro che non si tratta d’inevitabilità e finalismo storico – alla Francis Fukuyama di The End of History and the last man, quale esempio pertinente – ma, semmai, di nuove politiche “cameraliste globali” (mi si passi l’espressione, amaramente ironica) questa volta anti-protezionistiche, liberiste all’estremo, tese a sciogliere da ogni vincolo gli “spiriti animali e finanziari” dell’ultimo capitalismo. Politiche imposte scientemente attraverso gli organi sopranazionali di controllo e dominio, fra i quali le sedicenti istituzioni unioniste “europee”, i centri di potere politico ed economico più o meno occulti e la firma di trattati-capestro, come ad esempio quelli “europei” unionisti. La classe dominante mercantilista era proto-borghese e tardo aristocratica, legata all’insorgente potenza dello stato nazionale, mentre l’attuale classe dominante è post-borghese, globalizzata, autoreferenziale perché totalmente irresponsabile nei confronti dei paesi d’origine, della nazione, delle popolazioni, del territorio. Una classe alta ben più cinica della vecchia borghesia proprietaria, priva di qualsiasi traccia di quella “coscienza infelice” che animò la critica al capitalismo di Marx e Engels. Una classe dominante completamente organica al neocapitalismo, che non metterà mai in discussione il sistema, ma che prenderà decisioni politiche volte a favorirne la riproduzione. Ciò accade puntualmente anche in materia di lavoro e di diritti dei lavoratori.

Se il mercantilismo pose definitivamente in ombra la precedente economia feudale e fu adombrato dal primo capitalismo produttivo, il neocapitalismo attuale supera, come nuovo modo storico di produzione sociale, quello che io chiamo il capitalismo del secondo millennio a vocazione produttiva. Per intenderci, quello indagato da Marx e poi riformato da Keynes, decisamente più inclusivo dell’attuale e, dopo il secondo conflitto mondiale che risolse la crisi del ‘29, moderatamente emancipante a livello di massa. Lo “sviluppismo” implicito fin dalle origini nel capitalismo e la “dismisura” che lo contraddistingue non fanno più diretto riferimento alle produzioni industriali in quanto tali, di semilavorati, merci, attrezzature, macchine, da moltiplicare ed estendere all’infinito particolarmente nei paesi di più antica industrializzazione, come accadeva nello scorso secolo. Oggi si rapportano direttamente alla cruciale creazione del valore di natura finanziaria che si vorrebbe senza confini, illimitata per sua stessa, perversa natura. Raggiungiamo così l’ultima e più avanzata frontiera della crematistica, espressa dalle dinamiche neocapitaliste, che di strada ne ha fatta molta, dai tempi di Aristotele e del piccolo commercio alimentato dalla comparsa della moneta, soppiantando integralmente la buona economia. Gli equilibri sociali e la strutturazione della società in classi non possono non risentirne e così la concezione della ricchezza, che diventa squisitamente finanziaria, di rapina, prediligendo l’orizzonte del breve periodo.
Quella che io chiamo la creazione del valore azionaria, finanziaria e borsistica contiene in se la classica, marxiana estorsione del plusvalore dal lavoro umano, comportando perciò una doppia sussunzione del lavoro al capitale. Un’affermazione di tale portata deve essere precisata meglio. Di conseguenza, mi vedo costretto a riportare di seguito alcuni passaggi tratti da un mio saggio del 2012, dal titolo Rendita, profitto e creazione del valore, in cui evidenzio una differenza di non poco conto fra il capitalismo del secondo millennio e il nuovo capitalismo finanziarizzato.

[ … ] Il risultato della trasformazione storica nei rapporti economici e sociali, così come la osservava Marx in relazione al primo capitalismo, è racchiuso nella semplice espressione D – M – D’ (Denaro-Merce-Denaro) che sintetizza la genesi del plusvalore, che ci parla del profitto capitalistico e del “capitale industriale” nascente, raffinata evoluzione del pluslavoro spersonalizzato universalmente valorizzabile attraverso il denaro, con tutto il conseguente portato di problematizzazioni riguardanti l’uomo, il suo stesso habitat naturale e la sua organizzazione sociale. L’apice sulla seconda D, quella decisiva, simboleggia il plusvalore estorto ai lavoratori, e simboleggia, perciò, la sottomissione del lavoro al capitale industriale indagato da Marx, lo stabilirsi, sul piano della strutturazione sociale, della dicotomia Borghesia/ Proletariato, quale ordine imposto dal capitale alla società e quale principale contraddizione capitalistica. [ … ] La dimensione finanziaria, capace di generare rendite illimitate e di sopravanzare di decine di volte i volumi del PIL mondiale, ha offerto una miriade di strumenti per quella “moltiplicazione dei pani e dei pesci” che è la risultante della Creazione del Valore azionario, finanziario e borsistico nel breve termine. Per assicurare questo risultato non si è limitata ad intercettare il valore prodotto in uscita, ma ha sussunto completamente la produzione, e quindi il capitale industriale. L’espressione che può sintetizzare questo nuovo processo di produzione della ricchezza, partendo dal Marx de Il Capitale, è la seguente: D – [d – m –d’] – D’’. La produzione del capitale finanziario derivato, come si nota nell’espressione generale proposta, contiene la formula del capitale (industriale) marxiana, e l’ultima D, quella cruciale con doppio apice, mostra come l’autovalorizzazione del “capitale anticipato” in tale caso dipende sia dall’effetto finanziario (aumento delle quotazioni di borsa, reenginering e vendita di organismi produttivi attraverso la cessione di pacchetti azionari, incasso di dividendi, operazioni speculative sui titoli attraverso compravendite nel breve o l’uso di prodotti derivati) sia dall’estorsione classica del plusvalore, che però è sussunta, anzi, addirittura immersa nel nuovo processo di Creazione del Valore. Un valore creato che alimenta la rendita finanziaria e si rende disponibile, dopo la realizzazione, per nuove accumulazioni nel breve, con ulteriori incrementi della rendita finanziaria.

Quello che conta non è neppure la ricerca del più basso costo di produzione, se la produzione in sé non è più un fine, ma è il diktat finanziario dei Mercati e degli Investitori, dietro i quali si nascondono i membri del livello strategico della classe globale, che sono i primi beneficiari di questa autovalorizzazione. [ … ]

Oggi il capitale finanziario sussume quello produttivo-industriale che ha sussunto il lavoro fin dalla prima rivoluzione industriale (prima in modo formale e poi reale, attenendoci a Marx). Il lavoro umano doppiamente sussunto subisce, in simili contesti, una svalutazione economica e culturale che lo riduce a mero fattore-produttivo (fattore-lavoro) e il lavoratore diventa prestatore di un servizio come gli altri nel ciclo produttivo, una non-persona che subisce in pieno, ancor più degli altri fattori e servizi, i continui tagli ai costi di produzione. “Buon lavoro” e “buona impresa”, negli attuali rapporti forza capitale-lavoro, sono soltanto espressioni ipocrite, fuorvianti e propagandistiche usate in Italia dai Renzi, o da piccoli faccendieri in mala fede come Oscar Farinetti, amico e consigliere di Matteo Renzi. Poco importa se il lavoratore, nella società aperta di mercato, gode delle astratte libertà democratiche (può votare!) e dei fumosi diritti umani, perché sta perdendo diritti fondamentali come quello al lavoro, alla continuità del rapporto di lavoro e ad una retribuzione minimamente dignitosa.

Ciò provoca squilibri non solo sociali, ma anche individuali, esplosioni improvvise di violenza, dissociazione, nuove forme di alienazione. Del resto, le tappe della flessibilizzazione dei lavoratori e delle masse in Italia, dal 1984 a oggi – cioè dal “decreto di San Valentino” craxiano, per il taglio dei punti di contingenza della scala mobile, all’attuale jobs act renziano, centrato sulla libertà di licenziamento – rappresentano altrettanti interventi normativi calati dall’alto, controriformisti e in perfetta sintonia con gli interessi del grande capitale egemone, sempre più finanziario e sempre meno “produttivo”.
Quanto precede ci fa comprendere le origini storico-strutturali e la non-inevitabilità del “continuo deterioramento delle condizioni dei lavoratori e della classe media”, fenomeno sociale di primo rilievo che non riguarda esclusivamente il nostro paese. La de-emancipazione in atto, che investe come un’onda d’urto sia il vecchio proletariato industriale sia il ceto medio figlio del welfare novecentesco, nasce dall’interesse privato di chi è in grado di imporre ad una politica liberaldemocratica minore e sottomessa l’”agenda” politico-strategica da applicare. In proposito, il caso italiano è da manuale (si pensi alla sequenza di piccoli Quisling Monti-Letta-Renzi) e quello greco è ancor più drammatico e terminale. Ai molti che identificano in modo generico e semplicistico questo “interesse superiore” con quello delle ormai famigerate banche, è bene ricordare che le stesse banche sono strumenti di creazione del valore nelle mani di una classe sociale dominante ben precisa – spregiudicata e apolide fin che si vuole, ma lucida nel perseguire i suoi scopi ­– che a tale proposito se ne serve.

Con altre parole, la de-emancipazione di massa è un effetto tangibile dell’avversione degli agenti strategici neocapitalisti nei confronti dello stato sociale e assistenziale, al quale governi nazionali sovrani potrebbero dedicare risorse crescenti, e di un mercato del lavoro non completamente squilibrato a vantaggio del capitale, che dovrebbe garantire i diritti dei lavoratori in un’ottica compromissoria fra Stato e Mercato. Volendo essere più metaforici ma sempre concreti, i dominanti global-finanziari controllano ormai le sorgenti del fiume della spesa pubblica, riducendone la portata per tutti noi, che stiamo a valle. Disoccupazione endemica o precariato a vita, scuole cadenti, malasanità, fiscalità oppressiva, produzioni a picco e consumi interni in costante calo ne sono gli effetti tangibili. A ciò si aggiunge l’avversione dei dominanti globali nei confronti degli stati nazionali sovrani e la loro smania di “dissolverli”, svuotandoli di competenze in materie strategiche, come si cerca di fare nell’Europa dell’unione, con l’imposizione graduale, per tappe forzate, di un governo sopranazionale da loro stessi nominato, piuttosto opaco e indifferente davanti alle sofferenze sociali. La minaccia di un commissariamento della troika, rivolta ai paesi europei più deboli che scontano il ricatto del debito pubblico, riflette fino in fondo questa volontà, lucidamente espressa negli interventi normativi volti a privatizzare le aziende pubbliche, liberalizzare i servizi e rischiavizzare il lavoro umano.

2) –Che futuro devono aspettarsi i lavoratori, i giovani, i pensionati italiani?

Il futuro è oggi! Così ammonisce un celebre slogan di Matteo Renzi. Si tratta di una minaccia, che comporta accelerazioni improvvise nel processo di cambiamento in senso neocapitalista e neoliberista. Lo jobs act, o licenziamento libero senza reintegro, si avvia a entrare in vigore e la riforma della pubblica amministrazione, sicuramente punitiva per milioni di dipendenti pubblici nonostante le rassicurazioni di Madia, è in preparazione. Gli effetti di queste controriforme sulla popolazione italiana possiamo già immaginarli.
Tuttavia, il futuro è solo l’inizio! Prosegue Renzi, parlando per slogan all’inaugurazione di uno stabilimento Philip Morris in Emilia (ottobre 2014). La tecnica che usano i pericolosi imbroglioni come lui è sotto gli occhi di tutti. Per combattere la disoccupazione giovanile, ormai oltre il 40%, è fatale limitare i diritti di tutti i lavoratori, sdoganando i licenziamenti liberi, individuali e collettivi, con il superamento del vecchio articolo 18 la cui difesa è solo ideologica, come si ammonisce. Per “efficientare” il settore pubblico ci si guarda bene dall’agire sui veri sprechi, ma diventa prioritario colpire nullafacenti, fannulloni e assenteisti. A tale proposito, si monta il caso dei vigili di Roma assenteisti la notte di Capodanno, perché sottoposti al taglio della paga attraverso la riduzione del cosiddetto salario accessorio (300 euro a cranio, mi è parso di capire), riservandogli un ampio respiro mediatico. Poi, in rapida sequenza, i netturbini di Napoli e gli autisti di Bari. Lo scopo evidente è di colpevolizzare tutti quelli che lavorano nel settore pubblico, giustificando così la “mazzata” ai dipendenti pubblici, in arrivo con la riforma della PA. Nel primo caso si ricorre al solito “divide et impera” neocapitalistico, contrapponendo propagandisticamente e artificialmente gli interessi dei giovani, disoccupati o precarizzati, a quelli dei lavoratori stabili più anziani. Nel secondo caso, si criminalizza preventivamente e mediaticamente un’intera categoria di lavoratori (operazione in corso fin dai tempi dei “Nullafacenti” di Pietro Ichino, del lontano 2006), preparando il terreno per colpirla duramente. Per quanto riguarda i pensionati, Matteo Renzi, il “giovanilista” indaffarato nel cambiamento (che sotto sotto li odia, o almeno li considera un peso di cui disfarsi), ha già chiarito che l’elemosina degli ottanta euro non sarà anche per loro, mentre l’età pensionabile cresce di altri quattro mesi, con la scusa dell’allungamento della vita media.

Unendo gli slogan renziani prima richiamati, si ottiene: Il futuro è oggi, ma è solo l’inizio! L’inizio di che cosa? Di una nuova ondata di de-emancipazione di massa, con conseguente impennata della disoccupazione e della povertà effettiva. Gli squilibri sociali si approfondiranno in questo 2015. E’ nel DNA neoliberista ridurre al minimo, se non far scomparire del tutto i meccanismi di redistribuzione del reddito, che alimentano lo stato sociale, attenuano gli squilibri categoriali e territoriali, smorzano le possibili tensioni nella società. Così scriveva Milton Friedman, vero padre ideologico e anima nera del neoliberismo oggi imperante: Il principio etico che giustifica la distribuzione del reddito in una società di libero mercato è questo: “a ciascuno secondo quanto egli stesso e gli strumenti che possiede producono”. (Milton Friedman, Efficienza economica e libertà, Vallecchi Editore, Firenze, 1967) Chi può permettersi di “produrre” e possiede “gli strumenti” è eticamente legittimato, secondo i neoliberisti, ad accrescere illimitatamente la sua ricchezza, senza doverla dividere con il resto della collettività, mentre tutti gli altri si fottano!

Riassunto in poche parole, ecco il vero spirito neoliberista, recepito in pieno da governi nominati e succubi dei poteri sopranazionali, come quello piddino-renziano. Anzi, si valica il limite spremendo fiscalmente soprattutto le cosiddette fasce sociali più deboli, ormai inutili secondo l’agghiacciante logica del capitalismo concorrenziale. I Neocon americani si sono abbondantemente abbeverati a questa fonte, proponendo di trasferire interamente alla carità privata volontaria i costi dello stato sociale, e così i rampolli della classe globale dominante che manovrano Renzi e l’intero Pd. Emergono in modo sempre più chiaro e inquietante i lineamenti di un neocapitalismo “destatalizzato”, totalitario ma nello stesso tempo anarchico, senza redistribuzione della ricchezza.

Perché si deve far presto nel cambiare l’Italia, come sostiene davanti a microfoni e telecamere lo sfuggente “performer” fiorentino? Si potrebbe rispondere, ironicamente, che i padroni esterni al paese non possono più aspettare, scalpitano per “investire” in Italia, fanno pressioni sul governo (da loro nominato) chiedendo a gran voce un mercato del lavoro interamente flessibilizzato, l’avvio massiccio di nuove privatizzazioni, la ferrea applicazione del pareggio di bilancio recepito nella carta costituzionale (art. 81), le modifiche al titolo V della costituzione (regioni, province e comuni), eccetera. I mille giorni chiesti da Renzi per cambiare l’Italia possono essere troppi. Opposizione vera non c’è, il sistema non rischia, la passività sociale è sconcertante, e dunque perché diluire ancora, nel tempo, “le riforme che il paese aspetta”?

Prevedo per il 2015 un’accelerazione del processo in atto, a meno di eventi imponderabili e inattesi. Il neocapitalismo è come uno squalo pelagico (il pinna bianca oceanico, ad esempio) che deve nuotare in continuazione per poter respirare. Si tratta di uno squalo veloce che non può fermarsi, posandosi sul fondo o semplicemente per dormire, perché rischierebbe la morte per asfissia. Così è il nuovo capitalismo finanziario, che impone continue accelerazioni alla creazione del valore, mentre le sue élite sopranazionali intimano ai governi dei paesi sottomessi (come l’Italia) di velocizzare riforme contrarie agli interessi vitali dei popoli, rispettando il “timing” stabilito. Non c’è tempo da perdere, perché se rallenta e si ferma lo squalo neocapitalista muore. Per questo Renzi sembra così indaffarato, davanti alle telecamere. Oltre a gabbare gli italiani, dando l’impressione di affrettarsi per salvare il paese e salvarli, lancia un messaggio ai suoi padroni: “non preoccupatevi, nessuno ci fermerà, le vostre riforme le realizzeremo a spron battuto!” Così la troika si tranquillizza un poco e non scende ancora in campo per governare direttamente il paese. Ecco il futuro che ci aspetta.

3) –C’è speranza in tutto questo? E’ possibile secondo Lei organizzare una reazione efficace?

La speranza, solitamente, è l’ultima a morire, dopo di noi. Spes ultima dea, come si dice con locuzione latina, sempre che non intervenga anche lì Matteo Renzi con qualche “riformina” delle sue … A parte le battute, la situazione politica in Italia è grave, ma anche seria e mi dispiace per Ennio Flaiano che non la giudicava seria, se il noto aforisma è a lui attribuibile. Su una cosa, però, l’acutissimo Flaiano ha avuto ragione da vendere: la stupidità ha fatto progressi enormi, grazie ai mezzi di comunicazione. E’ proprio su questo punto che ora mi voglio concentrare, ossia sulla “stupidità” di massa organizzata socialmente e amplificata dai media.
Il grande Filosofo Costanzo Preve, che purtroppo non è più fra noi se non con i suoi scritti, per primo ha descritto “l’imbecillità socialmente organizzata” nel saggio Finalmente! L’atteso ritorno del nemico principale. L’imbecillità sociale è indotta e organizzata e non deve essere confusa con l’imbecillità, o stupidità naturale e accidentale, sempre esistita dal neolitico a oggi. Come ci ha insegnato Costanzo, l’imbecillità organizzata è una struttura ideologica di dominio funzionale alla riproduzione dell’attuale forma di capitalismo assoluto, interamente individualizzato e quindi non più caratterizzato dalle vecchie forme ideologiche. [ … ] L’imbecillità socialmente organizzata presuppone la società di mercato, la piena incorporazione della democrazia nella struttura del liberalismo politico, e infine lo sbriciolamento di ogni residuo comunitario nell’individualismo nei suoi due complementari aspetti di “destra” e di “sinistra”. Infine, presuppone la trasformazione della vecchia borghesia in oligarchia post-borghese globale, base materiale della sua sottomissione nella maggior parte dei paesi detti “occidentali” (ma non solo) al dominio imperiale unificato degli USA. A questi requisiti di minima, aggiungerei la potenza di un “buon” apparato massmediatico al servizio del neocapitalismo. Secondo la mia interpretazione, osserviamo quotidianamente un idiotismo massivo con annessa perdita della dimensione sociale e politica, corroborato dalla continua sostituzione, da parte dei media tributari delle aristocrazie postborghesi, della “realtà reale” (perdonatemi la ridondanza) con quella virtuale da altri immaginata per compiacere le signorie finanziarie globali e castrare sul nascere le proteste popolari. Ricompare in nuove forme, trasfigurato a distanza di moltissimi secoli, l’idios ellenista che dopo la perdita irrimediabile della Polis e degli spazi di discussione politica che questa garantiva, rifluiva nella propria dimensione privata, piccola piccola, talora soltanto consolatoria. Siamo davanti a un nuovo processo di diminuzione dell’essere umano iniziato, nel nostro paese, con il “riflusso nel privato”, secondo una nota espressione giornalistica, dopo la stagione delle lotte politiche, della “superfetazione ideologica” con moltiplicazione dei gruppi extraparlamentari, della lotta armata (il “disimpegno” fra gli anni settanta e ottanta). Non è che le ideologie sono morte, come si è voluto far credere ai gonzi, ma sono state sostituite dalla struttura ideologica di dominio di questo capitalismo, esattamente come ha scritto Costanzo Preve. Quella stessa struttura che produce imbecilli sociopolitici, adatti a vivere in una società aperta di mercato.

Quanto precede, non lascia molte speranze per organizzare una reazione efficace, antagonista, che riesca a scuotere la massa. Forme peculiari italiane d’imbecillità socialmente organizzata, o idiotismo sociopolitico, sono il berlusconismo, non solo “televisivo”, e anche il suo contrario, cioè l’antiberlusconismo furibondo che ha contribuito a far entrare Monti in Italia (producendo più danni al paese del berlusconismo ruspante). Antiberlusconismo praticato dall’imbecille sociale e politico più pernicioso, da me definito “idiota acculturato di sinistra”. Acculturato perché può avere alle spalle un lungo ciclo di scolarizzazione, con tanto di laurea e specializzazioni. Politicamente idiota perché se le beve tutte, compresa la favoletta che il Pd è “di sinistra”, ossia vicino alle classi subalterne che dovrebbe rappresentare, e, comunque sia, ci salveremo con le indispensabili riforme restando dentro l’Unione europoide e l’occidente neoliberale. Di sinistra perché talora aggrappato a un’identità novecentesca che non esiste più, come Linus del Charlie Brown di Schulz (quello con il dito in bocca) alla sua immancabile coperta. A ciò si aggiungono gli inviolabili tabù della liberaldemocrazia, miglior forma di governo possibile e del “pacifismo strumentale” (secondo una mia espressione) che trasforma in pecorelle belanti, innocue per il sistema, le masse dominate.

Mi premeva trattare, pur di sfuggita, il tema dell’idiotismo massivo alimentato dai media, ma vi sono altri aspetti del problema “organizzare una reazione efficace” che balzano all’occhio. Non vorrei scomodare il grande Lenin con il suo celebre Che fare?, tuttavia, in questo momento storico cruciale, anche noi dovremo chiederci “che fare?” e “da dove cominciare?”, come fece il padre dell’Ottobre Rosso già nel 1901-1902, molto prima della rivoluzione bolscevica. Usando espressioni novecentesche dal vago sapore marxista-leninista, gli ingredienti per organizzare una reazione efficace e potenzialmente vincente sono essenzialmente tre: 1) l’organizzazione, o partito, dei rivoluzionari; 2) il programma politico, rivoluzionario e antagonista; 3) la mobilitazione delle masse dominate. I primi due ingredienti del cambiamento sono i più importanti e vengono prima del terzo anche cronologicamente, perché una vera rivoluzione difficilmente può partire “dal basso”, ossia dal confuso spontaneismo di massa con esplosioni puramente insurrezionali, come molti superficialmente credono.

Per dare una spiegazione alle affermazioni di cui sopra, mi scuso ma devo proprio scomodare Vladimir Lenin, che nel saggio Che fare? ha definito l’organizzazione dei rivoluzionari – distinta da quella operaia di allora e portatrice di una lotta politica più vasta – “organizzazione dei rivoluzionari di professione”. Già agli albori del novecento l’allora proletariato non era una classe rivoluzionaria (come lo fu, invece, la borghesia nei secoli precedenti, per la stessa ammissione del grande Marx) e quindi il partito che diventò dei bolscevichi dovette incaricarsi della rivoluzione in nome e per conto della classe proletaria dominata, operaia e contadina. Nonostante la distanza che ci separa dai tempi di Lenin, si può tentare qualche confronto con la situazione attuale. Per quanto scritto in precedenza sull’”imbecillità socialmente organizzata” di massa e per la passività sociale che pervade la nostra società, la nostra situazione è ancor più grave di quanto lo fosse all’epoca di Lenin e dei suoi rivoluzionari organizzati. Nella Russia d’inizio secolo c’erano i contadini poveri affamati di terre da coltivare, che appoggiarono i bolscevichi e diventarono “massa di manovra” leninista. Oggi c’è una nuova classe povera formatasi con la dissoluzione della classe operaia, salariata e proletaria e il declassamento di una parte significativa del ceto medio. Questa nuova classe, che ho deciso di chiamare Pauperclass, è divisa nelle sue componenti costitutive, non ha ancora coscienza di sé ed anche per questi motivi ci sembra inerte. I due complementari aspetti della povertà, quello materiale e quello culturale che si alimentano a vicenda, sono ben riassunti nell’espressione latina “pauper” (povero che possiede poco o nulla), rendendo immediatamente l’idea dell’importanza e della radicalità della trasformazione sociale in atto.

L’intervento di una forza rivoluzionaria ben strutturata, portatrice di nuove élite contrarie al neocapitalismo finanziario e alla preminenza globalista, sarebbe oggi più che necessario, come lo fu la rivoluzione bolscevica e leninista in una Russia semi-feudale. Sarebbe altrettanto vitale un programma politico applicabile alla realtà che ripristini la sovranità politica e monetaria dello stato, nonché le basi per una vera giustizia sociale e fiscale, rinnovando le alleanze internazionali del paese (fuori gli Usa, la Nato e l’Unione europide, dentro la Russia). Purtroppo, di nuovi “rivoluzionari di professione” bene organizzati oggi non c’è neppure l’ombra. Tali non sono i membri a cinque stelle della “setta” grillina, i cui rappresentanti se ne stanno comodamente e vanamente seduti in parlamento. Così come non c’è traccia di programmi politici integralmente alternativi a quello neocapitalista, applicato senza contrasti da governi “nominati” e addirittura ostili al popolo. Questo vuoto incolmabile, che avverto intorno a noi, non lascia ben sperare per il futuro.

4) -Come vede svilupparsi il rapporto tra capitale e lavoro a livello mondiale? La classe media, che da noi si sta riducendo, si sta forse “trasferendo” in Cina e Russia, lasciando a noi il ruolo di manodopera a buon mercato?

Sul tormentato rapporto capitale-lavoro e sulla natura di questo capitalismo ho detto qualcosa rispondendo alla prima domanda, ma posso integrare quanto già esplicitato con osservazioni un po’ più approfondite. Sono dovuto ricorrere a un paio di semplici espressioni, per segnare la distanza fra il capitalismo industrial-produttivo indagato da Marx (nel Primo Libro del Capitale, del 1867) e l’attuale nuovo capitalismo finanziario a respiro globale. La contraddizione capitale-lavoro, considerati i rapporti di produzione dell’epoca (coerentemente con l’insegnamento di Marx), dipende in sostanza da questo. Pur non amando smodatamente le equazioni e l’algebra, pur non essendo cultori dell’economia matematica, qualche formalizzazione chiarificatrice di tanto in tanto ci vuole.
Se ci chiediamo perché il rapporto fra capitale e lavoro si è trasformato in un modo così sfavorevolmente per il lavoro, com’è accaduto in Italia, e perché sono rapidamente comparsi gli “emergenti” (Cina, India e altri), spietati concorrenti negli spazi globali, non possiamo evitare di fare le considerazioni che seguono, relative al modo di produzione neocapitalistico in affermazione sul pianeta a partire dall’occidente.
Il capitalismo del secondo millennio, adottando l’insuperata teoria dei modi storici di produzione di Karl Marx, in questi ultimi anni ha ceduto il passo al neocapitalismo finanziarizzato di dimensioni globali, che non ha soltanto nell’estorsione del plusvalore la sua ragion d’essere. Secondo Marx, gli elementi strutturali del primo capitalismo industriale, cioè i pilastri che sostenevano l’intero edificio, erano soltanto due: i rapporti di produzione e lo sviluppo delle forze produttive. La struttura del neocapitalismo è ben più complessa. Infatti, basandomi sulle mie analisi, individuo ben cinque elementi strutturali, indispensabili per sostenere l’intera costruzione. Esattamente i seguenti, in un ordine cronologico:
1) Rapporti di produzione e lo Sviluppo delle forze produttive, quale elemento originario qualificante di ogni modo di produzione storicamente esistito, unificati perché lo sviluppo delle forze produttive dipende sostanzialmente dai rapporti di produzione in essere.
2) Ideologia di legittimazione sistemica, che per la sua crucialità è elemento strutturale e non sovrastrutturale, come credeva Marx, tenendo conto di ciò che significano espressioni come Progresso, Libero Mercato, Investitori, e della funzione ideologica, a sfondo religioso-messianico, che rivestono assieme all’economia nella vita sociale e politica.

napolitano_kissinger

 

 

 

 

 

 

 

3) Manipolazione antropologico-culturale dell’uomo su vasta scala, attraverso l’uso di strumenti mediatici, attraverso il lavoro precarizzato, l’alimentazione, la farmacologia e la chimica, la diffusione della droga, l’elettronica e l’informatica, l’imposizione di stili di vita in funzione della riproducibilità sistemica e del dominio elitistico. Ciò ha determinato la comparsa di nuove forme di alienazione umana nei rapporti sociali – oltre lo schiavismo classico precapitalistico e l’alienazione marxiana dell’operaio di fabbrica – che ho definito altrove neoschiavismo precario e meta-alienazione (Eugenio Orso, Alienazioni e uomo precario, Petite Plaisance, Pistoia, 2011).
4) Creazione del Valore azionario, finanziario e borsistico, quale ultima metamorfosi dell’arte di far denaro con il denaro superando, rimuovendo o travolgendo qualsiasi limite alla circolazione dei capitali finanziari.
5) Crisi come assetto strutturale assunto dal neocapitalismo, che rappresenta un efficace e irrinunciabile strumento, con respiro planetario o applicabile a vaste aree geopolitiche, di dominazione e di estrazione/ creazione del valore (la prima crisi globale del 2007/ 2008 è un esempio, la prossima crisi determinata dal debito pubblico ci darà nuova conferma).
L’accelerazione impressa dal nuovo capitalismo ha prodotto quel doppio maligno dell’Europa che è l’Unione, golem quali l’Organizzazione Mondiale del Commercio e mostri come lo sviluppo cinese, alimentato da joint venture fra la Cina e il grande capitale occidentale, delocalizzazioni dall’Europa, aree di libero scambio in cui chi lavora è schiavo e via elencando. Possiamo dire, con qualche approssimazione, che è stata pompata l’economia di alcuni grandi paesi dell’ex terzo mondo e abbandonata al suo destino quella di alcuni paesi europei, di più antica industrializzazione. Se il capitalismo del secondo millennio era per qualche verso reattivo, cioè reagiva alle minacce portate alla sua stabilità e riproducibilità (rivendicazioni proletarie e rivoluzioni, depressioni di fine ottocento e del ‘29, eccetera), innescando fasi di grandi cambiamenti per sopravvivere rigenerandosi (capitalismo manageriale, riforma keynesiana, stato sociale), questo capitalismo prende sempre l’iniziativa, anticipa i possibili attacchi alla sua “instabile stabilità” (perdonate il gioco di parole), gestisce a senso unico la lotta di classe contro i dominati e i lavoratori, sottomette gli stati sovrani facendoli cadere l’uno dopo l’altro come birilli.
Alla luce della sua natura e degli elementi strutturali che lo sorreggono, il futuro che questo capitalismo riserva ai lavoratori non è troppo dissimile dalle antiche schiavitù, con o senza catene visibili. Questo vale non soltanto per noi, ma anche per i cosiddetti paesi emergenti. Esistono indubbiamente formazioni sociali particolari, diverse le une dalle altre, ma queste tendono inevitabilmente a convergere, pur con velocità diverse, verso la formazione sociale in generale determinata dall’affermazione del neocapitalismo.
La classe media infine, xiaokang per i cinesi. Mentre da noi e negli Usa il ceto medio è in netto arretramento, in Cina sembra che le sue file si stiano ingrossando. Ci sono stime quantitative impressionanti che riguardano lo strato di mezzo dell’ex impero di mezzo. Cento, cento e cinquanta milioni, addirittura duecento e quaranta milioni (numero che mi pare esagerato), con l’avvertenza, però, che è difficile stabilire chi faccia effettivamente parte dello xiaokang. In ogni caso, se fossero effettivamente cento e cinquanta milioni, ricordiamoci che la popolazione cinese era stimata in 1,36 miliardi nel 2013 e, di conseguenza, il ceto medio peserebbe per circa il 10% sul totale. I veri ricchi e gli straricchi, parte integrante della classe dominate globale, sono una netta minoranza di questo 10% circa. Se un ingegnere ben piazzato nella parte orientale e costiera del paese, nelle città del “miracolo economico”, può portare a casa qualcosa di più di mille euro mensili, ossia fra novemila e diecimila yuan – questa sarebbe la classe media! – ci sono lavoratori sotto i trecento euro. Non è che i costi della vita a Pechino o in altre grandi città del dragone siano eccezionalmente bassi, perché si parla anche di più di seimila euro al metro quadrato per gli appartamenti nuovi, se va meglio duemila e cinquecento per sistemazioni più popolari. Nel 2013 il salario medio russo, secondo una stima ottimistica, era cresciuto a circa ottocento euro mensili, spinto verso l’alto dal lodevole “modello economico patriottico” di Putin (come l’ha definito la Le Pen intervistata da Le Monde), ma ancora insufficiente. Cosa voglio dire? Semplicemente che il neocapitalismo è invasivo e che, purtroppo, tutte le formazioni sociali, per quanto particolari, sembrano tendere alla formazione sociale in generale.
Mentre qui, in Italia, si assiste a una progressiva “cinesizzazione” di salari e stipendi, portandoli sotto la soglia di decenza, là, in Cina, le retribuzioni salgono di un po’, ma sono ancora ampiamente sotto tale soglia, e accanto al ceto medio figlio del “miracolo economico” (che in buona parte non nuota nell’oro), vi sono innumerevoli lavoratori sottopagati, con immensi serbatoi di mano d’opera, nelle campagne, costituiti dai contadini poveri. La mano d’opera a buon mercato, quindi, riguarderà in futuro sia la Cina sia l’Italia.
5) –Per anni si è scritto che il capitalismo sarebbe imploso; ora in molti prospettano una prossima crisi finanziaria molto peggiore di quella del 2008, che potrebbe far crollare il potere occidentale, ma di fine del capitalismo nessuno parla più. Dall’ideologia del capitale non c’è scampo?

I discorsi crollisti, riguardanti l’imminente crollo del capitalismo, si sono esauriti con la fine del comunismo storico novecentesco realmente esistito, come l’ha definito Costanzo Preve. Le teorie del crollo hanno origine nell’opera di Marx, che fu, in un certo senso, il primo “crollista”. Dopo Marx, furono in molti, e illustri, a predire la fine del capitalismo, più o meno imminente. Ogni crisi di un certo rilievo porgeva il destro per annunciare la prossima fine del dominio del capitale e della sua società classista.
Non voglio qui fare un’analisi retrospettiva delle teorie in parola, ma può essere utile qualche cenno in proposito per comprendere meglio di che cosa si tratta. Riporto di seguito alcuni brevi passaggi tratti da un mio saggio del 2012, L’invincibilità del neocapitalismo, in cui ho analizzato fugacemente la questione.

La sopraggiunta incapacità di suscitare le forze produttive, la caduta tendenziale (e inarrestabile) del saggio medio di profitto, la centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro che diventano incompatibili con l’involucro capitalistico (e lo “sfondano”), lo spettro incombente del sottoconsumo nonostante la crescita demografica, per molti anni hanno alimentato le speranze di coloro che attendevano la fine del capitalismo e la liberazione dell’uomo. [ … ] Le teorie del crollo del capitalismo, da Rosa Luxemburg a Paul Sweezy, da Valdimir Lenin a Henryk Grossman, hanno tenuto banco per decenni ed hanno avuto in qualche modo origine, come molte altre teorie del passato e l’intero corpus teorico marxista-engelsiano, dall’opera originale e dal pensiero di Karl Marx. Per quanto riguarda Grossman, ricordiamo brevemente, in questo accenno al crollismo novecentesco, la notissima opera dal titolo esplicito La legge dell’accumulazione e del crollo del sistema capitalista, la cui pubblicazione ha preceduto di poco il disastroso crollo del ’29 e la successiva, disastrosa depressione conclusasi con il secondo conflitto mondiale, suscitando per questo un grande interesse. [ … ] Ma il sistema capitalista, lungi dal collassare definitivamente e aprire la strada al nuovo, lungi dal preludere alla sequenza finale socialismo – comunismo, quale definitivo approdo dell’umanità, è mutato “geneticamente”, diventando altro da sé e imponendo, dopo il collasso sovietico, la legge neoliberista globalizzante in ogni angolo del mondo. Oggi che il capitalismo è mutato di forma ed è qualitativamente cambiato, rispetto a ciò che era all’epoca di Marx, ed anche ai tempi di Lenin, Luxemburg, Grossman e Sweezy, fino al punto che possiamo considerare il neocapitalismo un nuovo modo storico di produzione sociale, discutere del crollo imminente del capitalismo senza che vi siano scricchiolii decisivi, mentre si susseguono crisi non terminali lambendo aree geopolitiche vaste e interi continenti, ricorda un poco la condizione degli avventisti nordamericani ottocenteschi i quali, aspettando la fine del mondo fissata alla tal data e per la tal ora (ad esempio, per il 22 ottobre 1844), si riunivano in preghiera su una collina. Poi, constatato con sorpresa che l’ora era arrivata e il mondo era ancora lì, e che non vi sarebbe stato (ancora per un po’) un nuovo avvento e l’inizio dell’atteso regno dei giusti, se ne andavano scornati e delusi. [ … ]

Credo che questo possa bastare, come accenno al crollismo del passato, ma ciò che conta, oggi che i contesti sono cambiati e i rapporti sociali sono neocapitalistici, è comprendere che il nuovo capitalismo finanziario è ancora “giovane” e molto resistente, in fase espansiva, e che molto di più del capitalismo del secondo millennio si nutre delle crisi che provoca, diventate suo elemento strutturale. I grandi ideali non muoiono, come la materia si trasformano, ma l’ideologia del capitale, storicamente determinata, nasce e muore come qualsiasi altra ideologia. Solo che oggi non possiamo ragionevolmente prevedere come e quando si spegnerà.
6)-  C’è qualcosa che possiamo fare nella nostra vita quotidiana per cominciare a liberarci dal sistema che ci opprime? Piccole scelte che, se condivise, potrebbero fare la differenza?

Per liberarci da catene così spesse ci vorrebbe una rivoluzione epocale (1789 e 1792 Francia, 1917 Russia, 1949 Cina, 1959 Cuba). Giocoforza i grandi cambiamenti culturali, che scandiscono le tappe fondamentali dell’emancipazione umana nella storia, richiedono tempi lunghi. Nel mentre, si possono mettere in atto piccoli accorgimenti per resistere meglio e non farsi completamente fagocitare dal sistema. Senza però illudersi che possano essere risolutivi, anche se adottati da una parte significativa della popolazione. L’Italia è piccola nell’economia globale (e globalista) complessiva e il suo peso specifico non è più quello di un tempo.
Venendo al dunque, ciò che si può fare senza rischiare l’arresto, o comunque misure repressive del sistema, è non recarsi alle urne, per non avallare questo sistema infame che ci sta stritolando. Gli effetti concreti, come ho ripetuto più volte, nell’immediato sono scarsi, se non nulli, ma se l’astensione è alta o altissima, come si preannuncia in Italia, ciò può generare preoccupazioni e insicurezza particolarmente nel partito unico collaborazionista (delle élite globali), che notoriamente è il Pd. Il messaggio lanciato attraverso l’astensione, ossia la non partecipazione al rito elettorale liberaldemocratico è: “Attenzione! Se si presenterà sulla scena una forza veramente rappresentativa dei nostri interessi, saremo pronti a sostenerla!” Inoltre, chi è preoccupato e insicuro è più facile che commetta errori, che faccia un passo falso, addirittura danneggiando se stesso …

Una contromisura che prendo è quella di non ricorrere al denaro elettronico, sponsorizzato (e imposto) dal sistema. Ho sempre evitato le carte di credito, declinando anche gli inviti a dotarmi di bancomat, bancario o postale. Le carte presentano svantaggi economici (le commissioni gravano su chi paga e su chi riceve il pagamento) e favoriscono il controllo elettronico remoto. Se devo trasferire a terzi dal mio conto somme di denaro superiori al limite imposto, prelevo il contante in più riprese e lo consegno brevi manu al destinatario. Fino ad ora sono sfuggito al controllo elettronico, implicito quando si usano le carte. Il denaro virtuale è un’arma nelle mani del nostro nemico.

In passato, per uscire dal circolo vizioso del valore di scambio della merce, “riattivando” il buon valore d’uso, implicito nei beni e servizi utili alla vita quotidiana, i decrescisti proponevano cose come l’asilo condominiale non a pagamento, gestito a turno dai genitori dei bambini, onde evitare il circuito degli asili a pagamento pubblici e privati. Si arrivava fino alla salsa di pomodoro autoprodotta, comprando i pomodori dal contadino, dalla comunità di condominio. Così non si dovevano acquistare prodotti industriali, i sughi già pronti, alimentando la “circolazione del denaro come capitale fine a se stessa” (come direbbe Marx). Chiaro che si tratta di palliativi che fanno un po’ tenerezza, a rifletterci sopra …
La rivoluzione (non incruenta) sarebbe l’unica, vera soluzione ma oggi è anche la cosa più improbabile.
Ringraziamo Eugenio Orso per la sua analisi articolata e dettagliata.
Intervista condotta da Anacronista per Controinformazione.info

Nella foto alto: Monti, Draghi e Merkel

Nella foto al centro: il pres. Napolitano con Henry Kissinger

Fonte: 

http://www.controinformazione.info/capitalismo-finanziario-crisi-economica-prospettive-per-litalia-intervista-con-eugenio-orso/

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi