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Evasione fiscale, quando è da Codice penale. Le nuove regole per i reati tributari

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fonte: QuiFinanza
 

Ci sono molti modi di combattere l'evasione fiscale. Per fare uscire allo scoperto i furbetti (o i veri e propri ladri) lo Stato mette in campo strategie sempre più differenziate. Sul piano investigativo, e della deterrenza, si va dai blitz delle Finanza alla lente del nuovo redditometro e degli altri strumenti di accertamento induttivo del reddito. Si punta anche sulla tax compliance, pensando a riconoscimenti e premi per i contribuenti onesti. Ma si inasprisce anche la repressione con un importante giro di vite sui reati tributari: abbassamento della "soglia penale" di alcuni illeciti ed esclusione di molti alleggerimenti di pena.

Quando l'evasione è reato

Naturalmente non tutti gli illeciti fiscali hanno la stessa gravità. Delle varie condotte tese a non pagare le tasse dovute – una task force del Governo ha identificato 19 profili di evasore – solo alcune sono considerate reati. La legge stabilisce quando un illecito è punibile con una sanzione amministrativa (ammenda) o penale (multa o carcere). E spesso la soglia è quantitativa: dipende cioè da quanto si evade. Un discorso a parte spetta poi all'elusione fiscale, la "zona grigia" in cui si usano le norme esistenti con il solo scopo di ridurre il carico fiscale.

Restando al campo dell'evasione, vediamo le principali condotte che configurano un reato penale e le relative sanzioni (la norma di riferimento è il Dlgs 74 del 2000, modificato dal Dl 138 del 2011).

Dichiarazione fraudolenta:
Condotta: falsificazione delle dichiarazioni dei redditi o Iva inserendo elementi passivi fittizi (falsa fatturazione) o alterando le scritture contabili (per i soggetti obbligati). Il reato sussiste se:
– l'imposta evasa è superiore a 30mila euro (prima era 77.468,53), e
– i redditi non dichiarati superano il 5% del totale o comunque 1 milione di euro.
Sanzione: reclusione da 1 anno e 6 mesi a 6 anni.

Dichiarazione infedele:
Condotta: dichiarazioni non veritiere al di fuori dei casi precedenti (senza un impianto fraudolento, ma comunque consapevolmente e volontariamente). Il reato sussiste se:
– l'imposta evasa è superiore a 50mila euro (prima era di 103.291,38 euro), e
– i redditi non dichiarati superano il 10% del totale o comunque i 2 milioni di euro.
Sanzioni: reclusione da 1 a 3 anni.

Dichiarazione omessa:
Condotta: mancata presentazione delle dichiarazioni dei redditi o Iva entro 90 giorni dalla scadenza. Il reato sussiste se l'imposta evasa è superiore a 30mila euro (prima era 77.468,53).
Sanzione: reclusione da 1 a 3 anni.

Emissione di fatture false:
• Condotta: emissione di fatture o ricevute per operazioni inesistenti al fine di consentire a terzi l'evasione dell'imposta sui redditi o dell'Iva, a prescindere dall'utilizzazione o meno dei documenti falsi da parte del soggetto ricevente e dall’importo (prima la soglia di punibilità era di 196 mila euro).
Sanzioni: da 1 anno e 6 mesi a 6 anni.

Occultamento o distruzione di documenti contabili:
• Condotta: distruzione o occultamento di scritture contabili o altri documenti di cui è obbligatoria la conservazione per non consentire la ricostruzione dei redditi o del volume d'affari.
Sanzioni: reclusione da 6 mesi a 5 anni.

Si va in galera più facilmente

Per tutti questi reati

non si applica la sospensione condizionale della pena se l’imposta evasa supera:
• il 30% del volume d’affari;
• i 3 milioni di euro.

Anche i tempi di prescrizione aumentano passando da 6 anni passano a 8 anni. (A.D.M.)

N.d.R. …tutto questo l'anno scorso…

  ma il 2 Aprile 2015 colpo di scena, e con la 

  sent. Cass. n. 15449 del 15.04.15,

dalla Suprema Corte giunge la lieta novella (soprattutto per Berlusca) >

Evasione fiscale: niente più condanna per fatto tenue e pena fino a 5 anni

Retroattività della riforma del codice penale: archiviazione per chi commette reati tributari.

 

 

 

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Si applica anche ai procedimenti già aperti e in corso (effetto retroattivo) e agli illeciti di natura fiscale la nuova riforma del codice penale [1] che prevede l’automatica archiviazione per tutti i reati caratterizzati da fatto tenue e pene entro un determinato limite (massimo 5 anni di reclusione o sanzioni pecuniarie).

Così, grazie al nuovo decreto legislativo, si salva dalla sicura condanna l’evasore fiscale che ha un procedimento in corso, che il giudice (sia pure la Cassazione) deve ancora decidere.

Ed ecco che, alla luce di questi principi, arriva una delle primissime sentenze fiscali sulla “depenalizzazione” (o meglio “causa di non punibilità”): ed è proprio la Suprema Corte a firmare, poche ore fa, l’ordinanza [2] che fa il punto sulla riforma concernente i reati minori entrata in vigore il 2 aprile scorso.

Risultato: l’evasore non sconta più la condanna se la pena massima prevista dalla legge non supera i cinque anni e sussistono la non importanza del fatto (cosiddetta “tenuità”) e la non abitualità del comportamento del reo (sebbene lo stesso potrebbe anche essersi macchiato, in passato, di altri reati di natura diversa).

Non solo: la riforma è retroattiva (perché le norme favorevoli al reo si applicano anche ai fatti passati [3]) e l’esenzione dalla pena può essere chiesta per i giudizi già in corso, inclusi quelli che pendono davanti alla Cassazione.

Ma attenzione: basta anche la mancanza di una sola delle condizioni previste dalla nuova norma perché il giudice condanni l’evasore [4].

In poche parole, spiega la Suprema Corte, il giudice deve rilevare se, sulla base dei due unici requisiti della modalità della condotta e dell’esiguità del danno e del pericolo, sussiste un ulteriore indice che è la particolare tenuità dell’offesa e la non abitualità del comportamento. Solo in questo caso l’evasore sfuggirà alla condanna.

[1] Art. 131 bis cod. pen. Introdotta dal D.Lgs. n. 28 del 16 marzo 2015.

[2] Cass. sent. n. 15449 del 15.04.15.

[3] Art. 2, comma 4, cod. pen.

[4] In sentenza si legge che “l’art. 131-bis, comma 1 cod. pen. delinea preliminarmente il suo ambito di applicazione ai soli reati per i quali è prevista una pena detentiva non superiore, nel massimo, a cinque anni, ovvero la pena pecuniaria, sola o congiunta alla predetta pena. I criteri di determinazione della pena sono indicati dal comma 4, il quale precisa che non si tiene conto delle circostanze, a eccezione di quelle per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella ordinaria del reato e di quelle ad effetto speciale. In tale ultimo caso non si tiene conto del giudizio di bilanciamento di cui all’articolo 69. Il comma 5, inoltre, chiarisce che la non punibilità si applica anche quando la legge prevede la particolare tenuità del danno o del pericolo come circostanza attenuante. La rispondenza ai limiti di pena rappresenta, tuttavia, soltanto la prima delle condizioni per l’esclusione della punibilità, che infatti richiede (congiuntamente e non alternativamente) la particolare tenuità dell’offesa e la non abitualità del comportamento”.

fonte:  http://www.laleggepertutti.it/85374_evasione-fiscale-niente-piu-condanna-per-fatto-tenue-e-pena-fino-a-5-anni

< N.d.R.    …ve lo aveva detto Berlusconi, mentre i comunisti festeggiavano la sua disfatta, che: avrebbe vinto le prossime elezioni !!! 

…Nemmeno Napoleone fu capace di tanto !! 

…ci sarà una New Waterloo…

…con esilio finale ad Antigua ??? >

 

NapoleoneBuonPartyOmer2011

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un immobile all’estero: ma quanto mi costi ??

arton9780

IVIE: aliquota, base imponibile e detrazioni.

Ecco la guida dell’Agenzia delle Entrate

Il Governo Monti con il Decreto Salva- Italia, convertito nella legge n. 214/2011, ha introdotto l’IVIE, l’imposta patrimoniale sugli immobili detenuti all’estero da soggetti (persone fisiche) fiscalmente residenti in Italia, dettata da “ragioni di coerenza e uniformità” con l’IMU (per approfondimenti leggi Dichiarazione IMU: è scaduto il termine per la presentazione. Scattano le sanzioni). La decorrenza dell’imposta, fissata dal Decreto a partire dal 2011, è stata modificato dalla Legge di Stabilità 2013 (legge n. 228/2012), che ha stabilito la decorrenza dal 2012, nonché diverse novità.

Cosa dobbiamo sapere?

Nella circolare 28/E/2012 l’Agenzia delle Entrate ha chiarito tutti i presupposti dell’imposta IVIE.

  • Soggetti passivi. L’Agenzia delle Entrate stabilisce che i soggetti passivi dell’IVIE sono: il proprietario dell’immobile o il titolare di diritti reali sullo stesso, il concessionario (aree demaniali) o il locatario (dalla data di stipula e per la durata del contratto);
  • Determinazione dell’imposta. L’IVIE è dovuta in misura proporzionale alla quota di possesso e ai mesi nei quali si è protratto lo stesso (se si è protratto per 15 giorni, il mese si computa per intero). Se l’IVIE non supera i 200 euro (valore complessivo inferiore ai 26.381 circa), l’imposta non va versata;

Base imponibile. Come si calcola?

Base imponibile e aliquota
Le istruzioni dettagliate sul valore degli immobili da prendere come riferimento sono contenute nella circolare n. 28/E del 2 luglio 2012 – pdf. In sintesi, questo valore cambia, a seconda dello Stato in cui è situato l’immobile:
per i Paesi appartenenti alla Unione europea o in Paesi aderenti allo Spazio economico europeo (Norvegia e Islanda) che garantiscono un adeguato scambio di informazioni, il valore da utilizzare è prioritariamente quello catastale, così come è determinato e rivalutato nel Paese in cui l’immobile è situato, per l’assolvimento di imposte di natura reddituale o patrimoniale, oppure di altre imposte determinate sulla base del valore degli immobili, anche se gli immobili sono pervenuti per successione o donazione. In mancanza del valore catastale, si fa riferimento al costo che risulta dall’atto di acquisto e, in assenza, al valore di mercato rilevabile nel luogo in cui è situato l’immobile.
Per gli altri Stati, il valore dell’immobile è costituito dal costo risultante dall'atto di acquisto o dai contratti e, in mancanza, dal valore di mercato rilevabile nel luogo in cui è situato l'immobile.
L’aliquota è pari, ordinariamente, allo 0,76% del valore degli immobili, ed è calcolata in proporzione alla quota di possesso e ai mesi dell’anno nei quali il possesso c’è stato (viene conteggiato per intero il mese nel quale il possesso si è protratto per almeno quindici giorni). Il versamento non è dovuto se l’importo complessivo (calcolato a prescindere da quote e periodo di possesso e senza tenere conto delle detrazioni previste per lo scomputo dei crediti di imposta) non supera i 200 euro. In questo caso, il contribuente non deve neanche indicare i dati relativi all’immobile nel quadro RM della dichiarazione dei redditi, fermo restando l’obbligo di compilazione del modulo RW2.
L’aliquota scende allo 0,4% per gli immobili adibiti ad abitazione principale (e per le relative pertinenze), per i quali è possibile, inoltre, detrarre dall’imposta (fino a concorrenza del suo ammontare):
200 euro, rapportati al periodo dell’anno durante il quale l’immobile è destinato ad abitazione principale
per il 2012 e 2013, 50 euro per ciascun figlio di età non superiore a 26 anni, che dimori abitualmente e risieda anagraficamente nell’immobile. L’importo complessivo di questa detrazione non può essere superiore a 400 euro.
Dall’Ivie è possibile dedurre l’eventuale imposta patrimoniale versata nello Stato in cui è situato l’immobile.
Inoltre, per gli immobili situati in Paesi appartenenti alla UE o aderenti allo Spazio economico europeo che garantiscono un adeguato scambio di informazioni, è possibile sottrarre anche l’eventuale eccedenza di imposta reddituale estera sugli stessi immobili, non utilizzata come credito Irpef (articolo 165 del Tuir).
 http://www.agenziaentrate.gov.it/wps/content/Nsilib/Nsi/Home/CosaDeviFare/Versare/Imposta+sul+valore+degli+immobili+estero+Ivie/SchedaInfo+IVIE/Base+imponibile+e+aliquota+scheda+IVIE/
 in poche parole il 0,76% del valore della casa
 che poi puoi detrarlo dall imu che paghi per la casa in america
esempio pratico: APPARTAMENTO A MIAMI – USA. VALORE 300.000 EURO
IMU ANNUA A MIAMI 2% = 6.000 EURO
TASSA ITALIANA 0,76% = 2.280
TOTALE DA VERSARE ALLO STATO ITALIANO ZERO IN QUANTO GIA’ PAGATO 6.000 EURO CHE POSSONO ESSERE DEDOTTI DAI 2.280 E DIVENTANO DUNQUE ZERO?
IN ALTRE PAROLE SI PAGHERA’ SEMPRE E SOLO LA DIFFERENZA TRA 0,76% ITALIANO – % DI IMU STRANIERA?
IN ALTRI TERMINI PENSO CHE SOLO DOVE NON C’E’ IMU SI PAGHI QUALCOSA.

casa-estero

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Come ti distruggo un gioiello Made in Friuli

logo_DOMENIS

Dal nosto amico Canadese, Luigi Boschin :

Leggo questo articolo sul Messaggero di oggi e per tutelarmi, domani, una persona di mia fiducia farà il pieno di prodotti Domenis  presso la loro sede di Cividale tra cui la miglior grappa al mondo: la Storica Nera.

Ho fatto un calcolo preciso di quanta me ne servirà nelle mie residenze nel mondo per il resto dei miei giorni. Non voglio rinunciare a queste eccellenze che la Repubblica Italiana si impegna a distruggere:

                TRISTE VICENDA DI PERSECUZIONE GIUDIZIARIA! storica-nera-50-scheda

    CIVIDALE.   Niente da fare per la storica e prestigiosa distilleria “Domenis” di Cividale del Friuli. A quasi vent’anni dall’inizio della “via crucis” tributaria nella quale i suoi amministratori erano incappati per presunte violazioni fiscali, la Corte di Cassazione ha chiuso la vertenza respingendo le ragioni difensive dell’azienda e imponendole il pagamento di oltre 10 milioni di euro all’Agenzia delle dogane. La sentenza è stata depositata dagli ermellini romani lo scorso 18 marzo e la portata del debito, come intuibile, rischia di determinare conseguenze pesantissime sul prosieguo dell’attività. Inchiesta penale e maxi “multa” I guai erano cominciati – o meglio, erano raddoppiati – nell’estate del 2010, quando Silvano Domenis, reduce da una condanna di primo grado del tribunale di Udine per le ipotesi di reato di falso e violazione dell’accisa, si era visto notificare dall’Ufficio udinese delle Dogane l’invito al versamento di una “bolletta” da 9 milioni 652.393 euro. Soldi che l’imprenditore avrebbe dovuto saldare, per avere beneficiato – questa la contestazione che gli era stata sollevata prima dalla Procura della Repubblica di Udine e, poi, anche dagli accertatori doganali – dell’esenzione d’imposta per una serie di partite di alcol destinate all’esportazione, pur senza averne alcun titolo. Nel mirino, gli stessi 903 mila litri di alcol etilico a 95,5 gradi per i quali, nel settembre del 2009, gli era stata inflitta una pena di due anni e mezzo di reclusione (estinta per indulto). Nel procedimento penale, Domenis era stato accusato di avere compiuto 37 spedizioni di grappa, con falsi documenti, tra l’agosto del 1994 l’aprile del 1998, a «imprese inesistenti» in Estonia e Lettonia. E di averlo fatto, al fine di fruire del regime sospensivo dell’accisa previsto per l’esportazione in Paesi extracomunitari. La “bolletta” annullata Ebbene, la battaglia legale seguita a quel primo round nefasto aveva portato esiti positivi in sede sia penale, sia tributaria. Nel 2011, la Commissione tributaria di Udine aveva assolto il noto e apprezzato distillatore e annullato l’invito al pagamento delle Dogane. «Se, da un lato, lo scopo unico degli autori degli illeciti era il contrabbando che consentiva lucri enormi – scriveva nelle motivazioni il giudice relatore, Mario Umberto Grillo -, dall’altro è escluso che i comportamenti decisivi che hanno comportato anche l’illecita sottrazione delle merci all’accisa (rimozione dei sigilli e apposizione di timbri falsi sui documenti) siano ricollegabili in qualche maniera al Domenis». E l’assoluzione in Appello I difensori, avvocati Giuseppe Campeis, di Udine, ed Enrico Casamassima, di Roma, avevano “bissato” il successo l’anno successivo, ottenenendo il ribaltamento della sentenza di condanna davanti alla Corte d’appello di Trieste. Domenis era stato così assolto dalle accuse di falso e di violazione dell’accisa, rispettivamente con le formule “per non aver commesso il fatto” e “perchè il fatto non sussiste”. In linea, cioè, con quanto già stabilito dai giudici norvegesi e tedeschi, a loro volta favorevoli alla tesi dell’azienda friulana. «Una vicenda processuale – aveva argomentato l’avvocato Campeis – originata per un verso da errori commessi dai soli funzionari italiani, visto che quelli tedeschi e norvegesi fin dall’inizio avevano considerato il distillatore friulano vittima di contrabbandieri professionali. E, per l’altro, da un’eccessiva valorizzazione operata dagli organi di polizia giudiziaria di indizi equivoci, privi di qualsiasi valenza e annichiliti dalle plurime prove, tutte di segno contrario, offerte nel tempo dalla difesa». Il “ribaltone” in Tributaria.

L’archiviazione delle tribolazioni penali, però, non è bastata ad arrestare l’iter amministrativo. Approdato nel frattempo davanti alla Commissione tributaria regionale di Trieste, infatti, il caso della “Domenis” è stato nuovamente aperto, incombendo sull’azienda con tutto il peso dei 10 e più milioni di euro – considerati anche gli interessi maturati nel tempo – pretesi dalle Dogane quale saldo di anni di accise non versate. Da qui, il ricorso per Cassazione presentato dalla difesa (non più rappresentata anche dall’avvocato Campeis), quale estremo tentativo di scongiurare un colpo altrimenti mortale, o quasi, in termini economici. La “mazzata” romana L’esito è quello pronunciato il mese scorso dai giudici della Corte Suprema, nella sentenza che ha dichiarato il ricorso inammissibile. «Non condividiamo l’interpretazione data dalla Cassazione – ha commentato l’avvocato Casamassima – e riteniamo che della vicenda, molto complessa e protrattasi per 17 anni, sia stata formulata una lettura affrettata». A questo punto, l’azienda potrebbe tentare l’ulteriore e definitiva carta dell’impugnazione, puntando alla revocazione per errore di fatto. Ma il debito tributario in ballo è talmente elevato, da rendere al momento azzardata qualsiasi previsione.