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L’asino e l’alta finanza (una novella trovata nel web…)

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L’alta finanzia spiegata ai bambini

Qualche tempo fa Billy comprò da un contadino un asino per 100 dollari.
Il contadino gli assicurò che gli avrebbe consegnato l’asino il giorno seguente.

 

 

Il giorno dopo il contadino si recò da Billy e gli disse: “Mi dispiace ma ho cattive notizie: l’asino è morto.”
Billy rispose:  “Allora dammi indietro i miei 100 dollari”
E il contadino:  “Non posso, li ho già spesi”.
A quel  punto Billy si fece pensieroso, poi disse al contadino:  “Va bene, allora dammi l’asino morto.”
– “E che te ne fai di un asino morto, Billy?”
– “Organizzo una lotteria e…

 

 

lo metto come premio”
Il contadino gli disse ironico: “Non puoi vendere biglietti con un asino morto in palio”.
Allorché Billy rispose: “Certo che posso, semplicemente non dirò a nessuno che è morto”.

 

 

Un mese dopo il contadino incontrò di nuovo Billy, così gli chiese: “Come è andata a finire con l’asino morto?”
– “L’ho messo come premio ad una lotteria, ho venduto 500 biglietti a due dollari l’uno e così ho guadagnato 998 dollari”
– “E non si è lamentato nessuno?”
– “Solo il tipo che ha vinto la lotteria, e per farlo smettere di lagnarsi gli ho restituito i suoi due dollari”

Billy attualmente lavora per la Goldman Sachs.

 

 

 

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Ma IKEA, è una S.P.A. svedese ? No, è una onlus.

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di Gabriella Meroni

Il gigante del mobile, ritenuto da tutti un' azienda svedese, dal punto di vista societario è una fondazione non profit con sede in Olanda creata "per diffondere l'architettura e il design". E grazie ad altre società con sede in Lussemburgo e nelle Antille, versa solo il 3,5% al fisco (e solo in Olanda). Illegale? No, furbo

 

Pensavate che Ikea fosse un'azienda svedese? Errore, in realtà è un'associazione non profit olandese. La “scoperta” (in realtà non nuova, ma comunque ripresa dai giornali di tutto il mondo) l'ha fatta Al Jazeera, ma non si tratta di un titolo di merito: il gigante del mobile low cost ha assunto questa veste per evitare di pagare le tasse come un'azienda profit.
Veniamo ai fatti, che per la verità sono abbastanza intricati. Che Ikea non sia un'azienda quotata in Borsa, e quindi non abbia l'obbligo di pubblicare i bilanci, è cosa nota. Ora però emergono i dettagli: lungi dall'essere una corporate svedese, Ikea è invece una charity con sede in Olanda, controllata dall'azienda olandese Ingka Holding, a sua volta posseduta da una fondazione non profit, la  Stichting Ingka Foundation, creata nel lontano 1982 dal fondatore del mobilificio Ingvar Kamprad con la nobile motivazione di “diffondere il progresso dell'architettura e dell'interior design”. La fondazione è una delle più grandi non profit al mondo, con un patrimonio che supera i 35 miliardi di dollari. C'entreranno qualcosa i profitti dei 300 store Ikea sparsi in 38 paesi del mondo? Essendo una charity, Ikea versa al fisco quanto previsto dalla legge olandese per le associazioni senza fine di lucro: un misero 3,5% dell'imponibile. Inoltre finanzia con qualche milione l'anno alcune università svedesi, tanto per non perdere la faccia. Ma pare sia tutto, a livello di beneficienza. Il vero scopo della fondazione è creare una “riserva di capitali” per Ikea group, in caso di “aumentata necessità”.
Non è finita. La struttura societaria di Ikea – qui si entra a pieno titolo nel campo delle scatole cinesi – comprende anche un'altra società olandese, questa volta profit, la Inter Ikea Systems, che però è titolare soltanto della proprietà intellettuale del marchio e del “concept” Ikea. A possedere interamente  Inter Ikea Systems è un'altra società ancora, la Inter Ikea Holding, con sede in Lussemburgo (Juncker ne saprà qualcosa?), a sua volta di proprietà di una terza società con sede nelle Antille olandesi (noto paradiso fiscale) gestita a sua volta da un misterioso trust registrato a Curaçao.
Illegale? No. Come nota giustamente Forbes, la pratica di istituire società che detengano la “proprietà intellettuale” di un marchio in paesi con un regime fiscale di favore è lecita. Le pratiche societarie che ne derivano sono tutte legali, e il risultato – sempre secondo Forbes – alla fine accontenta tutti: le società che risparmiano sulle tasse, e i clienti che grazie ai minori costi sostenuti dalle aziende possono pagare prodotti di qualità a piccoli prezzi. Gli unici poco soddisfatti sono i governi, che assistono impotenti alla creazione di profitti stellari senza poterli tassare, restituendo così anche al cliente medio di Ikea ulteriori vantaggi in termini di servizi pubblici. Ma vuoi mettere la soddisfazione di comprare un tavolino a 20 euro?
(N.d.R.  Continuate a baloccarvi con le S.r.l. o peggio ancora le S.n.c. italiche…
quando vi ritroverete a chiedere l'elemosina non lamentatevi, continuate con la stessa fierezza con cui oggi apostrofate quelli che se ne stanno andando in altre giurisdizioni….)
 
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Buoni & Cattivi

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ciao  a tutti,  sono appena rientrato da Lugano…

ho provato blablacar…
viaggio meravigliosamente comodo… all'andata Pordenone Milano in Fremount 20€….
con 25 € sono arrivato a casa in X5 come un bebe (happy)


da Milano sono arrivato in treno a Chiasso…


sul treno oltre a una decina di svizzeri c'ero solo io ed un negro…

alla dogana mi hanno fatto anche le radiografie…


mi hanno fatto svuotare le tasche e controllato valigetta, borsello e portafoglio… foglio per foglio …

 

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avevo un po di fatture e ricevute, scontrini fiscali e qualche appunto…

una decina di biglietti da visita di direttori di banca di mezza Europa…

che ha attratto la loro attenzione…

ed una ricevuta di prelievo di una banca slovena per 6000€ di agosto
(avete presente quelle a ricalco madre/figlia)

e li è partita una raffica di domande idiote che denota la loro principale funzione:

spaventare, anzi terrorizzare la gente per bene e se ti capita uno sprovveduti che ha in tasca 10000 + 1€, rimpinguare la cassa dell'erario con un bel sequestro di valuta ( tipo tutor e autovelox)…

ha contanti ? 300€
assegni ? NO
assegni circolari ? NO
lei ha conti all'estero ? Certamente (hai una ricevuta in mano col mio nome:
Coglione ! ovviamente non capiva una parola di Sloveno
ma cercava di farsi vedere intelligente)

ma lei li ha dichiarati ? Lo stato sloveno vi comunica in automatico
l'apertura di un mio conto in Slovenia…
quindi lo sapete già che io ce l'ho,
perché mi fa questa domanda inutile ?

ma lei li ha dichiarati nel quadro RW ?
Se non supero i 10000€ non devo dichiarare un cazzo !
quanto è il saldo su questo conto ? Non sono tenuto a rispondere ma per farla felice le dirò che oggi ci sono 85€ (effettivamente vero)… adesso si sente soddisfatto… se le dicevo 1milione di euro era uguale…. perché continua a farmi queste domande idiote ?
sono nato e vivo a 2 KM dal confine quello che posso fare o no, lo so meglio di lei !

devo mostrare questo documento al funzionario ?

faccia pure magari il suo superiore ha studiatolo sloveno…

si allontana 5 minuti …. poi torna tutto soddisfatto ,

mi restituisce la distinta e mi lascia andare… ,

 

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nel frattempo il negro passa come fosse invisibile,

fanno finta di non vederlo…

 

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arrivato dagli svizzeri… il doganiere a 3/4 metri di distanza punta il dito e intima : Tu, fermo !

mi sorprende la perentorietà dell'ordine ,
appoggio la valigetta sul bancone e attendo un trattamento simile a quello italico…

mi si avvicina e gentilissimo mi chiede : signore desidera ?
Mi ha detto di fermarmi e mi sono fermato. Vuole che le apro la valigetta ?

Mi scusi ! non mi rivolgevo a lei, passi pure…
(non mi ha guardato neppure il documento)… nel frattempo ripete perentorio l'intimazione e mi rendo conto che è rivolta al negro italoinvisibile alle mie spalle: fermo ! Hai i documenti !??

il negro si aggira allargando e muovendo le braccia, pronunciando fonemi, simile a Cita (quella di Tarzan)…

mentre mi allontano sul elvetico suolo, con la coda dell'occhio, seguo gli eventi…

fase 1) il doganiere insiste un altro paio di volte a chiedere i documenti che il nero ovviamente non ha, ed a cui risponde scimmiottando…
fase 2) il doganiere deciso gli intima: Torna indietro, indicando l'Italia
fase 3) il nero continua a fare lo scemo tentando di impietosire il doganiere…
fase 4) il doganiere, dotato di un pesante paio di "Anfibi" d'ordinanza, non ottenendo risultati con i ripetuti ordini e constatato che il nero continua a fare lo gnorri, prende la rincorsa e tira un poderoso calcio nel culo al nero alzandolo di 10 centimetri da terra…
fase 5) il negro ricaduto a terra in piedi piagnucola e si lamenta sempre simile a Cita, ed il doganiere reitera l'invito ad allontanarsi verso l'Italia…
fase 6) il doganiere constatato che l'invito non è stato recepito (o molto più probabilmente il nero è ancora convinto di farla franca)
prende una rincorsa maggiore e calcia il culo del negro con ancor maggiore energia…

fase 7) questa volta il negro atterra un metro più avanti in direzione Italia, e appena ripreso contatto col terreno prosegue e in una veloce corsa verso il treno che lo riporterà in Italia…

 

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dite e pensate quello che volete io mi vergogno dei finanzieri italici e sono perfettamente in sintonia col doganiere elvetico…

 

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ricordassero, i nostri intellettuali catto-comunisti,

che la croce rossa l'hanno inventata gli svizzeri !!

 

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arrivato all' ufficio postale  di Chiaso dove avevo fissato l'appuntamento, incontro il lettore e contributor del forun Paradisi-Fiscali,   poiuytr .

 
Attendiamo con  uno spuntino che riaprano gli uffici alle 13.45 in punto…   e d'ora innanzi lascio la cronaca al collega  poiuytr :
 

RECENSIONE – PostFinance

è un po' che su questo forum si parla del servizio PostFinance in Svizzera, e dato che oggi sono andato per aprirci il conto posso finalmente dire le cose con certezza con una mini recensione:

il conto ha tutti i dettagli che trovate esplicitati sul documento del sito ufficiale (link https://www.postfinance.ch/binp/post…priv_br_it.pdf) , un gentile impiegato ve lo racconterà comunque all'apertura del conto e ve ne darà una copia cartacea.

Veniamo a quello che non c'è scritto o è meno evidente dal pdf:

1) il conto si può aprire in EUR o in CHF.
2) se viene aperto un conto in CHF è operativo da subito, per cui alla mia domanda di qualche gg fa "posso già portarmi dietro del contante da versare ?" la risposta è SI. Se invece il conto è in EUR perchè diventi appieno operativo ci vogliono circa 10 gg, per cui la risposta è NO.
3) Direct Debit Card (Bancomat) viene inviato anch'esso con una raccomandata a posteriori, se il conto è in EUR la carta preleva denaro su tutti gli ATM del mondo (e se aprite un conto plus, senza commissioni). Come intendiamo noi il Bancomat invece paga solo in esercizi svizzeri e del liechtestain, non funziona fuori.
4) il massimo prelievo di contante all'ATM è di 700 € / gg.
5) il massimo prelievo in contante all'anno è di 45.000,00 € sopra scattano le verifiche interne per antiriciclaggio, ci ha tenuto a sottolinearlo accuratamente… ma ha anche sottolineato che via bonifico si muove qualsiasi importo senza nessun controllo ne verifica… e guardacaso si può essere titolari di N conti in postfinance. fate 1+1 ….
6) non esiste il concetto di blacklist.. con 2 CHF bonificate qualsiasi importo in qualsiasi parte del mondo, ha solo detto che possono esserci ritardi in paesi con dissesti politici, guerre o dittature…
7) contrariamente a quanto si diceva, i contanti si versano sul conto solo da ufficio postamat NON è possibile da un Bancomat italiano, ne da ATM, ne dagli stessi postamat svizzeri.

Il conto si apre semplicemente con la carta di identità e 2 firme (2 di numero). A parte questo viene solo chiesto un numero di telefono (può essere cellulare) per eventuali comunicazioni. NON VI VIENE CHIESTO NULL'ALTRO.

Una nota su dove e come andare: Benchè Chiasso sia il primo paese oltreconfine, e di postfinance ce ne sono ovunque operano compatibilmente alla gente.. stamattina dato che c'era parecchia gente e l'operazione per aprire un conto è lunga (ben 10 minuti) per non far affollare la gente hanno rimbalzato la richiesta.

dato che se parlava anche sul forum, se era il caso di prendere appuntamento o meno io la metto così: se volete fare l'operazione a Chiasso allora si, meglio chiamare e avvisare. Se vi spingete un po' più allinterno (anche solo Lugano) si può andare tranquilli.

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Questa mattina, mi son svegliato e o trovato….

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Questa sera rispondo ad una delle sempre più numerose richieste di aiuto da parte di lettori,  che nella loro terrificante quotidiana  banalità mi ha fatto riflettere, su quanto sia diffusa e ormai irreversibile,  la decadenza di una società che solo pochi decenni fa era presa a modello sociale di riferimento da tutto il mondo.

<     Buonasera,

Vedo che lei è un esperto nel campo offshore e aiuta molti utenti nel forum, le spiego in poche parole la mia situazione:

Lavoro nell’ambito dell’abbigliamento da qualche mese però in nero senza nessuna attività e nessuna partita IVA, vendo in privato per non pagare le tasse in poche parole; vorrei sapere la migliore soluzione per farmi pagare via iban/sepa dai miei clienti e avere tutti i fondi su un conto offshore con una carta per prelevare/spendere dovunque nel mondo io sia con limiti decenti ( almeno X mila di prelievo giornaliero ) e senza nessun problema che la banca blocca il conto o che mi chiedano provenienza dei fondi.
Vendo in grandi stock quindi i bonifici potrebbero andare dai X mila euro fino a XX mila euro, cosa mi suggerisce lei?

mi hanno consigliato un conto societario a Panama, Caraibi, Malta o una struttura con nominee  Delaware llc.

Sono disposto a pagarla per farmi avere un conto offshore con carta con le esigenze richieste che le ho scritto sopra, mi faccia sapere, grazie in anticipo per la risposta.

Saluti.  >

poverta

 

Grazie per la fiducia…

a me non interessa di venderle società o conti o altri ammennicoli…

a me interessa che lei possa vivere dignitosamente senza farsi strangolare da questi cravattari-legalizzati che ci stanno parassitando oltre limite…

se poi ha esigenze particolari e complesse posso aiutarla o consigliarle a chi rivolgersi…

oggi è venuto a trovarmi un amico che non vedevo da un paio d’anni….

lo avevo avvertito:  non sognarti di aprire partita IVA come rappresentante di commercio, specialmente nel settore dentale…

non mi ha dato retta…    morto 6 mesi fa suo padre di Alzheimer i suoi familiari gli hanno voltato le spalle…

le aziende per cui lavora non lo pagano da 4 mesi…  non ha i soldi per l’assicurazione e tanto meno la benzina, quindi non può più raggiungere nemmeno i clienti…  non potendo pagare affitto gli hanno dato lo sfratto e non sa dove andare a finire…  in banca per 250€ di scoperto gli hanno bloccato il conto e segnalato alla centrale rischi…
non ha i soldi per ricaricare il telefono… 

visibilmente dimagrito, non stava in piedi e vacillava: l’ho fatto sedere… 

gli ho chiesto il motivo di questa instabilità ?

non mangiava da tre giorni !!

in 10 minuti mentre rosicchiava dei Crekers gli ho fatto una terrina di spaghetti con un sugo pronto all’amatriciana e parmigiano…
 
credo di non aver mai visto nessuno in vita mia mangiare così…

 

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alla fine l’ho consolato anche se so che non serve a molto, gli ho messo in mano i pochi soldi che avevo in tasca e gli ho riempito una borsa di pasta, riso, un kg di tonno ed un po di scatolette e quello che avevo in dispensa, poiché domani parto che gli basti almeno fino a lunedì.
domani alle otto lo vado a prendere a casa e lo porto in città a cercare un lavoro…

dovrà competere coi negri, nordafricani, rumeni, cinesi, ettc che lavorano anche a 3€ all’ora….

lo sa quanti esseri umani, che fino a ieri avevano una dignità ed un futuro si sono svegliati stamattina in Italia in questa situazione ?? 

    di preciso non lo so nemmeno io ma sono certamente diversi milioni !!

Dobbiamo continuare a subire tutto questo ??

Come hanno fatto nei secoli gli Ebrei a sopravvive alla diaspora ed alle infinite persecuzioni ??

Quando una classe politica pianifica e mette in atto un genocidio contro una minoranza etnica e/o culturale:

….o vi mettete in testa di creare una rete di solidarietà reciproca e di fare funzionare il cervello più e meglio dei vostri Aguzzini….

o farete la fine degli Armeni, dei tanti Ebrei centro-europei del 20° secolo ,  etc….

 

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Ieri sono stato in Austria ed ho aperto un conto, confermo: silenzio tombale, nessuno, ripeto: nessun scambio di informazioni almeno fino al 2018 fra Austria e nessun altro paese.

 

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Un lettore chiede:

”  eh… e dopo il 2018????
con lo scambio info, il fisco verrebbe a sapere che nel 14/15 avevo un conto estero (magari in black list) e chiedermene conto. O sbaglio?
Che soluzioni ci sarebbero? “

rispondo:

ma perché farsi paranoje assurde ed inutili, hai abboccato in pieno al loro gioco…

a forza di creare panico la gente si fotte da sola… senza che loro muovano un dito !!

attrezzati per il 2018 : hai due anni di tempo per far sparire tutto quello che hai !!

dopo di che : “San Genna… fottetenne !! ”

nel 2018 il mondo sarà esattamente come oggi ci saranno due categorie di cittadini:

1° quelli che pagano più tasse di quello che devono, perchè hanno paura…

2° Quelli come noi che hanno visto la luce e hanno raggiunto la pace, e se ne fottono alla grande !!

concludendo: intanto mettili via al sicuro dalla voracità dei parassiti, nel 2018 vedremo
(sempre che tu sia ancora vivo ! )

piuttosto io ho seria intenzione di andare all’evento a Lugano giovedì prossimo…
venerdì mattina pensavo di passare in postfinance ed aprire C/C (bisogna fissare appuntamento) se ci incontriamo Bologna o Milano potremmo fare questo anche giovedì mattina prima della premiazione/inaugurazione che è alle 18.30

http://www.paradisi-fiscali.com/10-a…ll=1#post30557

se ci sarai, conoscerai parecchi dei guru del forum, occasione unica…

chiamami pure su skype per concordare eventuale incontro anche oggi o domenica (sono a casa a parte oggi primo pomeriggio)

name skype >> elusione-fiscale.com

 

Principio di irretroattività

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
Il Principio di irretroattività, uno dei principi cardine del diritto italiano, vieta l’applicazione di una norma penale a quelle condotte messe in atto prima della sua entrata in vigore secondo l’articolo 11 delle preleggi e secondo l’articolo 25, comma 2 della Costituzione. Tuttavia questo principio trova applicazione solo per quanto riguarda le norme penali in malam partem, cioè sfavorevoli al reo: se la legge penale varia in modo favorevole al reo, essa è applicabile anche in via retroattiva (in ossequio al più ampio principio del favor rei).[1]
Più specificatamente secondo l’articolo 2, commi 2 e 3 del codice penale nessuno può essere punito per un fatto che secondo una legge posteriore non è reato e se vi è stata sentenza di condanna ne cessano gli effetti e l’esecuzione; inoltre se vi è stata condanna a pena detentiva e la legge posteriore prevede solo la pena pecuniaria la pena detentiva si converte in pena pecuniaria. Se la legge del tempo in cui fu commesso il reato e le posteriori sono diverse, si applica quella le cui disposizioni sono più favorevoli al reo, salvo che sia stata pronunciata sentenza irrevocabile (art. 2, comma 4 c.p.).
Riferimenti a tale principio si ritrovano nell’art. 2, comma 1, del Codice penale e nell’art. 25, comma 2, della Costituzione oltre che nell’articolo 14 delle preleggi. Si è discusso se applicare o meno il medesimo principio al diritto processuale penale, dato che il legislatore non ha espresso con chiarezza la situazione nella norma; si è deciso in senso negativo, dato che una norma penale procedurale non può dirsi sempre favorevole o sfavorevole, al contrario di una norma penale sostanziale.

Principio di irretroattività in materia penale

Il principio di irretroattività prevede l’impossibilità di punire un comportamento umano per un fatto che, al momento della sua commissione, non era sancito come reato da alcuna legge preesistente. Il principio di irretroattività trova i suoi natali dai pensatori illuministi dell’800, i quali ritenevano fosse altamente lesivo delle libertà personali punire un comportamento che, per quanto contro la morale comune, non era vietato da alcuna norma precedentemente sancita.
L’art. 25 co. 2 Cost. e art. 2 co. 1 c.p. impongono il divieto per il legislatore di applicare retroattivamente una legge penale successiva sfavorevole all’agente: ovvero una legge di diritto penale sostanziale che:

  1. individua una figura di reato integralmente nuova
  2. amplia una figura di reato preesistente
  3. comporta una disciplina meno favorevole per l’agente e una pena principale o accessoria e effetti penali più severi.

per la procedura penale, invece, vale il principio tempus regit actum.
L’art. 2 co. 2-4 c.p. impone l’obbligo di applicare retroattivamente una legge penale successiva favorevole all’agente, in due casi:

  1. abolizione del reato: si applica retroattivamente anche già pronunciata sentenza definitiva di condanna (retroattività illimitata);
  2. successione di leggi modificative della disciplina con effetti favorevoli all’agente: modifica la disciplina del reato, e si applica retroattivamente se la sentenza definitiva non è stata ancora pronunciata.

Disciplina di modifica del reato: reato dapprima punito anche con pena detentiva, diventa punibile con pena pecuniaria. Si applica retroattivamente anche con sentenza definitiva. Non si può applicare tale principio alle leggi eccezionali e temporanee.

Se come prevedo presto ci sarà la guerra civile in Italia è molto probabile che venga abolito definitivamente il reato di “evasione fiscale” , se non altro per un principio di coerenza ed eguaglianza dei cittadini verso la legge…
Essendo incontrovertibile che da Firenze in giù dal 45 ad oggi nessuno ha mai pagato una lira di tasse…
i residenti da Firenze in su hanno il diritto sacrosanto di comportarsi nello stesso modo davanti alla legge…
ergo l’Italia in un attimo passerebbe ad un PIL fra il 12 ed il 15% annuo !!
Utopia ?? NO !! …realtà già verificata: è quello che chiamano:

“miracolo economico degli anni 50/60”, quando le imposte erano in complessivo al 4% (IGE)
SE qualcuno non ha ancora capito :
Bulgaria taxation >> persone fisiche max 10% società estere max 5% PIL

questo quì sotto lo scrive un economista di sinistra !!
risale al 2013 : non tiene conto del disastro del 2013-2014 !!

LA CIFRA DELLA CATASTROFE ITALIANA. Uscita? se ne riparla nel 2040 di Riccardo Terzi*

 

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21 maggio. Uno studio agghiacciante di sulla crisi economica italiana. Essa viene confrontata alla Grande Depressione americana seguita al crack del 1929. Il risultato è che essa è ancor più catastrofica. Dal 2009 il Pil italiano è crollato del 20%, una cifra pari a circa 287 miliardi. Terzi non è certo un’economista “anticapitalista”, al contrario. Ammesso e non concesso che l’economia ritrovi un tasso di crescita media annua del 2,5% il PIL tornerà ai suoi vecchi livelli solo nel 2040. Un’intera generazione di massa ridotta alla fame. Una generazione che sarà obbligata a sollevarsi se non vorrà essere ridotta alla schiavitù. Essa si ribellerà, ne siamo sicuri. Compito delle persone di buon senso è andare incontro alla rivolta. Gli “estremisti” sono loro!

«Il primo trimestre 2013 è il settimo trimestre consecutivo nel quale il Pil del Paese risulta in calo. Una contrazione della ricchezza nazionale così prolungata nel tempo non si era mai verificata prima. Non solo, ma l’attuale fase di contrazione è la seconda fase recessiva di una crisi iniziata sei anni fa.

Nel grafico, ponendo pari a 100 il pil del 2004: variazioni nel 2008 ed infine al 2014
confrontate la tassazione
dei paesi che stanno sulla sinistra rispetto a quelli,
come l’Italia, che stanno sulla destra !!
non servono commenti !!!!

 

grafico-crescita-est-2004-2014

 
http://rassegnaest.com/2013/08/19/cr…rimestre-2013/

http://rassegnaest.com/2014/10/01/pr…ale-e-baltica/

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Equitalia: come avviene il pignoramento del conto, stipendio o pensione < 18 nov 2013 >

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Uno strumento sempre più frequentemente utilizzato dall’Agente della riscossione è il pignoramento presso terzi ossia quello con cui viene pignorato il conto in banca oppure un quinto di stipendio o pensione. Questo per un due ragioni. Innanzitutto si tratta di una procedura molto agevole perché ad Equitalia è consentito di evitare l’udienza di assegnazione delle somme davanti al giudice, prevista invece nel caso di pignoramenti effettuati da privati; in questo modo si riducono notevolmente i tempi. Dall’altro lato, tutti i limiti e i vincoli introdotti negli ultimi anni al pignoramento mobiliare e immobiliare hanno reso tali esecuzioni particolarmente difficoltose. Pertanto il pignoramento presso terzi resta ancora quello più facile e sicuro, se si eccettua la previsione di un limite di un quinto alla pignorabilità dello stipendio e della pensione, che comporta semplicemente un allungamento dei tempi di recupero.

Il pignoramento presso terzi comporta l’apposizione di un vincolo di indisponibilità sui beni o sui crediti di cui è titolare il debitore, ma che sono nella sfera giuridica di un terzo soggetto (cosiddetta “debitor debitoris”): così, per esempio, nel caso del datore di lavoro quando ancora non ha versato lo stipendio al dipendente; o nel caso della banca presso cui sono depositate le somme.

Prima di esaminare le disposizioni speciali previste nel caso di pignoramento da parte di Equitalia, è utile illustrare sinteticamente la disciplina ordinaria (quella prevista dal Codice di procedura civile nel caso di creditori diversi dall’Agente esattore delle tasse).

La disciplina generale del codice di procedura civile

In generale [1], il pignoramento presso terzi si attua mediante la notifica al terzo e al debitore di una ingiunzione che contenga:

– l’indicazione del credito per il quale si procede nonché gli estremi identificativi del titolo di legittimazione dello stesso (ad esempio, una sentenza o un assegno);

– l’indicazione anche generica del credito o del bene in possesso del terzo ma dovuti al debitore iscritto a ruolo;

– l’intimazione al terzo di non disporre dei beni o dei crediti nella titolarità del debitore, senza ordine del giudice;

– la citazione del debitore o del terzo a comparire davanti al giudice ordinario per rendere la dichiarazione in ordine all’effettiva natura ed entità dei diritti vantati. Il terzo può rendere la dichiarazione anche per iscritto, facendola pervenire al creditore procedente, tranne che per i crediti derivanti da rapporti di lavoro privati, per i quali è invece necessaria la comparizione del terzo davanti al giudice.

Notificato l’atto di pignoramento, si va davanti al giudice all’udienza indicata dal creditore (si chiama “udienza di assegnazione delle somme”). Il magistrato, verificata la documentazione e le notifiche, assegna la somma pignorata (se disponibile) in favore del creditore. Ovviamente, perché ciò avvenga, è necessario che il terzo – presso cui è avvenuto il pignoramento delle somme – effettui una dichiarazione “positiva”: ossia ammetta di essere debitore di beni o di denaro nei confronti del debitore.

Se invece il terzo non rende alcuna dichiarazione oppure dichiara di non possedere alcun bene o diritto di spettanza del debitore, si apre un processo di cognizione piena volto ad accertare l’esistenza del bene o del credito pignorato, su istanza normalmente del creditore.

I poteri dell’agente della riscossione

Se il privato che voglia fare pignoramento presso terzi deve procedere un po’ a “mosca cieca”, sperando di indovinare dove il debitore ha il conto in banca o dove lavora, l’agente della riscossione (Equitalia) è assai più agevolato. Esso infatti ha la possibilità di utilizzare i dati che affluiscono nell’anagrafe tributaria da parte di tutti gli intermediari e, in generale, gli operatori finanziari, compresa Poste Italiane s.p.a.  In pratica, Equitalia già sa dove i contribuenti hanno i risparmi o dove sono impiegati. Sfuggire a un pignoramento presso terzi da parte dell’Esattore è quindi assai difficile, mentre invece è molto più facile se il creditore è un soggetto privato.

Il sistema delineato nella legge, dunque, consente anche all’agente della riscossione di ottenere, attraverso una rapida interrogazione telematica, le informazioni relative alla tipologia di rapporti finanziari intrattenuti dai contribuenti con l’universo degli operatori finanziari.

Equitalia ha inoltre la facoltà di accesso alle altre banche dati pubbliche e private. È il caso, ad esempio, degli altri archivi generati dall’anagrafe attraverso i dati comunicati, tra l’altro, dalle Camere di Commercio e dagli ordini professionali [2].

 In presenza di importi iscritti a ruolo superiori a 25.000 euro, la legge [3] conferisce agli agenti della riscossione molteplici  poteri, tra i quali vi è quello di acquisire dettagli in ordine alle movimentazioni bancarie del contribuente o in ordine ai beni e alle attività detenute da società fiduciarie, oppure di accedere ai luoghi di esercizio dell’attività del debitore, oppure ancora di inviare questionari ai soggetti comunque in rapporti con il debitore. Tanto, ai fini dell’acquisizione di notizie utili a individuare i beni aggredibili.

La dichiarazione stragiudiziale del terzo

L’agente della riscossione che non conosca esattamente la natura o l’entità dei beni o dei crediti vantati dal debitore nei confronti del terzo ha il potere di chiedere a quest’ultimo una specifica dichiarazione [4]. In particolare, una volta decorso inutilmente il termine di 60 giorni dalla notifica della cartella, l’agente della riscossione, prima di procedere al pignoramento presso terzi, ha la facoltà di notificare al terzo una richiesta di informazioni in ordine alle cose e alle somme da questi dovute al contribuente iscritto al ruolo.

Per espressa previsione di legge, la richiesta di notizie non interrompe né preclude l’attivazione delle procedure cautelari ed esecutive, quali ad esempio l’iscrizione del fermo amministrativo o dell’ipoteca sui beni immobili.

Nella lettera notificata all’agente della riscossione va indicato un termine per la risposta, che non può essere inferiore a 30 giorni dalla notifica. In caso di risposta tardiva, infedele o incompleta, l’Agenzia delle entrate, su segnalazione documentata dell’agente della riscossione, provvede all’irrogazione di una sanzione da 2.065 a 20.658 euro, riducibile alla metà se il ritardo non supera 15 giorni [9].

Il pignoramento presso terzi

Quando avvia il pignoramento presso terzi, Equitalia può ordinare al terzo debitore del contribuente il pagamento delle somme dovute direttamente nelle mani dell’agente stesso, saltando la fase della citazione davanti al giudice dell’esecuzione (che, nel caso di pignoramenti promossi da privati, è invece obbligatoria). Il pagamento deve poi avvenire entro 60 giorni dalla notifica dell’atto di pignoramento, per le somme già scadute a tale data, ed entro ciascuna scadenza prestabilita, per le altre somme.

Insomma: il contribuente si vedrà il conto in banca prosciugato senza neanche arrivare davanti a un giudice. È però vero che il debitore deve prima ricevere la notifica di un atto di avvertimento, detto “atto di pignoramento”.

L’atto di pignoramento va notificato sia al terzo che al debitore in tale modo [5]:

a) si mette il contribuente in condizioni di venire a conoscenza del pignoramento in atto e, se del caso, di segnalare all’agente della riscossione la sopravvenuta inesistenza del titolo della pretesa (per esempio, se ha pagato la cartella, se quest’ultima si è prescritta o è stata annullata dal giudice);

b) si consente altresì al contribuente di esercitare il proprio diritto alla difesa, in sede di opposizione agli atti esecutivi, impugnando davanti al giudice dell’esecuzione l’atto di pignoramento.

L’atto di pignoramento può essere redatto anche da dipendenti dell’agente della riscossione diversi dagli ufficiali di riscossione e in tal caso è sufficiente che sia riportata l’indicazione a stampa delle generalità dell’ufficiale di riscossione [6].

Pignoramento di stipendio e indennità retributive

La disciplina sul pignoramento presso terzi [7] prevede alcuni limiti nella quota massima di stipendio o pensione pignorabile, che derogano ai vincoli, stabiliti nel codice di rito. In particolare, mentre nel pignoramento ordinario il limite di legge è il quinto dello stipendio, l’espropriazione esattoriale prevede limiti variabili in funzione dell’ammontare del credito stipendiabile o retributivo su cui si intende effettuare l’esecuzione. Così, per importi non superiori a 2.500 euro, il limite di pignorabilità è ridotto a un decimo, per importi compresi tra 2.500 euro 5.000 euro, la quota massima diventa un settimo, mentre per importi superiori a 5.000 euro si applica il vincolo ordinario del quinto.

Dopo le modifiche apportate alla normativa in commento, si è disposto che l’importo dell’ultimo emolumento affluito sul conto corrente del debitore non è pignorabile in capo al terzo, datore di lavoro, che risulta così liberato da qualsiasi vincolo al riguardo.

Il blocco dei pagamenti da parte delle pubbliche amministrazioni

La normativa in materia [8] dispone che tutte le amministrazione che devono pagare somme superiori a 10.000 euro, a qualunque titolo, ai contribuenti, prima di versare devono interpellare Equitalia Servizi Spa per verificare se risultano carichi iscritti a ruolo scaduti, per importi almeno pari a 10.000 euro.

La procedura di interrogazione avviene per via telematica ed è quindi piuttosto agevole. In linea di principio, qualunque pagamento che superi il limite di legge è interessato dalla verifica.

La procedura

Equitalia risponde entro cinque giorni. In caso di mancata riposta entro tale termine, il pagamento può essere effettuato. Qualora invece la società di riscossione riscontri tempestivamente (cioè entro 5 giorni) carichi a ruolo almeno pari a 10.000 euro, l’ente pubblico deve sospendere il pagamento, fino a concorrenza del debito a ruolo, comprensivo delle spese di esecuzione e degli interessi di mora. In assenza di dichiarazione, il pagamento deve essere sospeso, mentre una volta conosciuta l’entità della pendenza, la sospensione non potrà eccedere l’importo a ruolo. Tale sospensione non è tuttavia indefinita, ma si protrae al più per 30 giorni. Entro questo termine, il competente agente della riscossione deve notificare un atto di pignoramento presso terzi, sia all’ente pubblico che al debitore moroso. Per effetto del pignoramento, l’ente pubblico versa direttamente nelle casse dell’agente della riscossione l’ammontare a ruolo. Qualora entro il medesimo termine di 30 giorni non dovesse pervenire alcun pignoramento, l’amministrazione è libera di pagare quanto dovuto al contribuente moroso.

Contenziosi in corso

a) Se è stato impugnato un avviso di accertamento e non è stata ancora notificata l’iscrizione a ruolo provvisoria ovvero non è ancora decorso il termine per il versamento delle somme dovute per gli accertamenti esecutivi, non vi è morosità e il pagamento del credito deve essere effettuato;

b) Se è stata notificata la cartella, decorsi 60 giorni dalla notifica, ovvero decorso il termine di pagamento per gli avvisi esecutivi, e non vi è provvedimento di sospensione del giudice, il contribuente è in difetto e quindi può subire il blocco del pagamento del credito;

c) Se vi è sospensione giudiziale, non sussiste morosità e dunque il credito è svincolato;

d) Se vi è stata sentenza di annullamento del giudice tributario, anche se non definitiva, non sussiste ugualmente morosità.

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[1] Artt. 543 e ss. cod. proc. civ.

[2] Art. 7 del Dpr 605/1973.

[3] Art. 32 del Dpr 600/1973 e art. 52 del Dpr 633/1972.

[4] Art. 75-bis del Dpr 602/1973.

[5] Art. 543, 1 comma, cod. proc. civ.

[6] Art. 72-bis del Dpr 602/1973.

[7] Dl 69/2013.

[8] Art. 48-bis del Dpr 602/1973 attuato con il decreto dell’Economia e delle Finanze 40/2008.

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L’autore

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Limiti al pignoramento di stipendi, salari e pensioni relative a un rapporto di lavoro

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Una volta che il creditore ha individuato l’esistenza di crediti spettanti al debitore che siano presso terzi è necessario che questo verifichi la loro effettiva pignorabilità. Vi sono infatti crediti impignorabili ed altri pignorabili solo entro certi limiti. L’impignorabilità del credito dà luogo alla nullità rilevabile d’ufficio senza necessità di un’eccezione o di un’opposizione da parte del debitore esecutato [1].

Come noto, gli stipendi, i salari, le pensioni o altre indennità relative a rapporto di lavoro o di impiego, compreso quanto dovuto per il licenziamento:

– in generale, possono essere pignorati solo nella misura massima di 1/5;

– quando un creditore ha un credito alimentare può procedere con il pignoramento delle suddette somme nella misura autorizzata dal presidente del tribunale o dal giudice da questi delegato.

Ma, oltre agli stipendi e le pensioni, vi sono numerose altre categorie di crediti che necessitano di chiarimento. Li tratteremo quindi individualmente qui di seguito.

STIPENDI, COMPENSI, INDENNITA’

1. Stipendi, salari o altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego comprese quelle dovute a causa di licenziamento rapporti di agenzia, rappresentanza commerciale e rapporti di collaborazione coordinata e continuativa.

Pignorabili nella misura massima di 1/5.

2. Stipendi, paghe, compensi dovuti ai pubblici dipendenti.

Pignorabili nella misura massima di 1/5.

PENSIONI

 1. Pensioni relativa a rapporto di lavoro o di impiego

Pignorabili nella misura massima di 1/5.

2. Pensione di invalidità

Parzialmente impignorabile [2]: solo per l’importo superiore a Euro 525,89.

3. Pensione e assegno rinnovabile dei dipendenti civili e militari dello Stato

Pignorabili in misura non superiore a 1/5 [3].

ALTRI CREDITI, IN GENERALE

 1. Crediti alimentari

Esclusi, tranne che per cause di alimenti e con l’autorizzazione del presidente del tribunale o di un giudice da lui delegato e per la parte dal medesimo determinata mediante decreto.

Se il creditore ha un credito alimentare può procedere con il pignoramento sia dello stipendio che del credito alimentare spettanti al debitore nella misura autorizzata dal presidente del tribunale o dal giudice da questi delegato.

2. Crediti aventi per oggetto sussidi di grazia o di sostentamento a persone comprese nell’elenco dei poveri.

Esclusi

3. Crediti dovuti per maternità, malattie o funerali da casse di assicurazione, enti di assistenza o istituti di beneficenza.

Esclusi

4. Somme dovute dall’assicuratore al contraente o al beneficiario nell’assicurazione sulla vita.

Escluse

RENDITE

Rendita vitalizia costituita a titolo gratuito, se si è convenuto che non sia soggetta a pignoramento.

Pignorabile solo per la parte che eccede i limiti del bisogno alimentare del creditore [4].

FONDI ACCANTONATI O SPECIALI

1. Fondi speciali per la previdenza e l’assistenza costituiti dall’imprenditore per i dipendenti.

Esclusi [5].

2. Fondi accantonati da un ente pubblico per il trattamento di fine rapporto dei propri dipendenti.

Pignorabili [6].

3. Fondi di contabilità speciale delle prefetture e delle direzioni amministrative delle Forze armate e della Guardia di finanza.

Esclusi [7].

QUOTA DI SOCIETA’, FONDO CONSORTILE

1. Quota del socio di società di persone finché dura la società

Esclusa [8].

2. Quota del socio di cooperativa, finché dura la società.

Esclusa [9].

3. Fondo consortile, finché dura il consorzio.

Escluso [10].

ALTRI CREDITI CONTENUTI IN LEGGI SPECIALI

1. Somme di competenza degli enti locali destinate a pagare le attribuzioni del personale dipendente e dei relativi oneri previdenziali, a pagare le rate di mutui e prestiti obbligazionari che scadono nel semestre in corso, all’espletamento dei servizi locali indispensabili

Esclusi [11].

2. Contributo integrativo per il pagamento dei canoni di locazione erogato dal fondo nazionale a favore di chi ha diritto ad un alloggio di residenza pubblica (ai sensi dell’art. 11 L. 431/98).

Pignorabile [12].

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[1] Cass. sent. n.6548 del 22.03.2011.

[2] Cass. sent. n. 6548 del 22.03.2011.

[3] Art. 143 DPR 1092/73.

[4] Art. 1881 cod. civ.

[5] Art. 2117 cod. civ.

[6] Cass. sent. n. 15601 del 26.07.2005.

[7] Art. 1 DL 313/94 conv. con L. 460/94.

[8] Art. 2305 cod. civ.

[9] Art. 2537 cod. civ.

[10] Art. 2614 cod. civ.

[11] Art. 159 D. Lgs. 267/2000.

[12] Trib. Monza sent. del 4.02.2004.

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Gli abusi della Magistratura e l’arroganza del potere (http://etleboro.blogspot.it 05 nov 2012)

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05 nov 2012

Quando i potenti si sentono fortissimi devono temere gli irriducibili, quelli che riescono a vivere con poco e che non possono zittire con denunce e farse giudiziarie. Come in altri casi la Etleboro si è sempre distinta, portando fatti, prove, non elucubrazioni di falsi commentaristi e quella parte dei giornalisti al soldo della cocaina. Il nostro monito, oggi, va oltre e si rivolge a quelle strutture di potere che si illudono di rimanere impunite, nascoste dietro l’autorevolezza delle istituzioni, di cui sporcano il nome ogni volta lo utilizzano per coprire la prepotenza dei suoi funzionari, per giustificarne gli abusi o accreditarne le carriere. Noi non temiamo la mafia, né le patrie galere, i questurini e i togati, perché la conoscenza ci rende inattaccabili. Vogliamo oggi denunciare il marcio di un sistema basato sullo sfruttamento delle fonti e degli informatori, che invece di essere un patrimonio dello Stato, diventano merce di scambio per gli avanzamenti di carriera, per intascare consulenze, per incassare vitalizi e cariche politiche. Sono sempre eccelsi gli sforzi dei nostri Magistrati, acclamati dalla politica e dai giornali, premiati per i loro servigi dalle massonerie e dai gruppi di interesse, glorificati dalla storia e dalla memoria. Ma quando un informatore muore, non avrà neanche una riga sul giornale, mentre la sua famiglia verrà abbandonata a se stessa, nonostante abbia reso un servizio alla nazione.  D’altro canto, in quest’era di crisi e di tagli, l’Italia è piena di corvi, pronti a tradire per trenta denari, e così a riferire i segreti e le bassezze delle istituzioni in cui hanno lavorato per anni. Vengono pilotati e accreditati come fonti autorevoli: diventano un’arma nelle mani di chi vuole atterrire lo Stato. Ebbene, tutti siamo corvi ed esiste anche una giustizia per chi li crea i corvi e li manipola.
Nel nostro cammino abbiamo incontrato numerosi casi di ‘emarginati della giustizia’, ognuno con una storia più o meno controversa, che però indica il ruolo che viene loro riservato. Infatti, lo status dei collaboratori, nella maggior parte dei casi, non viene mai definito con grande precisione, mantenendo sempre un alone di ambiguità, per dare così modo ai funzionari pubblici di giocare sul filo del rasoio e di coprire da ogni responsabilità gli alti dirigenti, che autorizzano operazioni o consulenze non pianificate nel dettaglio, vagliate in via sperimentale e prive di qualsiasi coordinamento. Informatore, consulente, confidente, collaboratore: sono tutte espressioni che ormai non implicano uno status giuridicamente garantito. La legge tutela il loro diritto a percepire delle remunerazioni – più o meno dignitose, ma anche inesistenti – ma non protegge i cittadini che “lavorano con lo Stato” da rischi e rivalse. Nella convinzione di aiutare la collettività e di fare qualcosa per il proprio Paese (sempre ché non si è oggetto di ricatti), si accettano condizioni “non scritte” di una collaborazione che, nella totalità dei casi, sarà rinnegata, smentita e cancellata, con la produzione di documenti e prove ad hoc, che mettono al sicuro il magistrato o l’ispettore di turno. Dall’altra parte, infatti, sono in gioco carriere e promozioni, ma anche bonus o ricche consulenze, pagate con casse senza fondo. Tutto questo non contribuisce certo a creare il giusto clima di cooperazione e di fiducia tra lo Stato e cittadini, che vedranno piuttosto in esso un vespaio di ‘dipendenti pubblici’ concentrati sulle loro megalomanie. Quello dei collaboratori esterni va così a costituire un sottobosco che Procura e Magistratura usano, per poi metterlo da parte e cancellarlo, abusando indiscriminatamente del loro potere, coscienti che il muro del silenzio istituzionale li proteggerà e che i media non si esporranno in casi di scarsa audience.
Questi sono spesso elementi ricorrenti e comuni e chiunque si imbatta in una cooperazione con indagini ufficiali o meno, passando da “persona a informata sui fatti” a inconsapevole confidente o ad informatore ufficioso, senza alcuna tutela o remunerazione.
Operazione Exchange: tra dilettanti e abusi di potere 
E’ la storia di un imprenditore di Taranto, Sergio, che porta avanti la propria attività in maniera onesta e professionale, ma per una strana coincidenza e a sua insaputa diventa prima un ‘confidente‘ della Procura, per poi essere coinvolto in una vera e propria simulazione di un’operazione di acquisto di titoli per cambio valuta, sotto copertura. Vogliamo premettere che le transazioni con collaterali e garanzie bancarie, rivolte al riciclaggio di denaro e alla produzione fittizia di denaro, sono state senz’altro un cancro economico che istituzioni e magistratura non sono riusciti ad arginare. Questo fenomeno è stato per molto tempo sottovalutato, nonché favorito dalla patologica pratica delle banche di accettare titoli non solvibili o non autentici, nonché dalle omissioni degli organi di sorveglianza. Seguendo la scia delle indagini in questo settore così critico, abbiamo avuto modo di apprendere come spesso le modalità e gli strumenti utilizzati dagli inquirenti per individuare ed infiltrare queste reti sono stati dozzinali e superficiali. Senza dubbio, mancano all’interno delle strutture della Magistratura e della Finanza degli esperti di specifici settori, tanto che vengono spesso utilizzati “soggetti esterni” che prestano la loro consulenza e mettono al servizio dello Stato la loro professionalità. 
Sergio infatti, nel corso della sua normale attività d’affari, viene avvicinato da un controverso personaggio, Filiberto, che si presenta come un esperto finanziario e intermediatore di operazioni di scambio di titoli per conto di grandi società. Questi lo introduce in un circuito di mediazione finanziaria e gli propone di condurre insieme degli affari, sfruttando la sua professione di mediatore creditizio onde avere accesso ad un canale attraverso il quale bypassare delle transazioni. Con il passare delle settimane tali proposte d’affari diventano tuttavia un mezzo per poter consolidare la loro amicizia, che si rivelerà un elemento critico della vicenda di cui Sergio diventa inconsapevole protagonista. Un giorno Filiberto gli presenta un sedicente broker; questi nella realtà altro non è che un semplice dipendente di una multinazionale, che afferma di avere a Londra collaboratori che organizzano operazioni di ‘cambio valuta’ attraverso titoli obbligazionari. Nel dettaglio, si tratta di reperire una obbligazione dell’importo espresso che sarà ceduta a fronte di un controvalore in euro ma decurtato; decurtazione questa che costituisce anche il guadagno dell’operazione, da dividersi fra il soggetto che ha comperato l’obbligazione e gli intermediari. In queste transazioni si maneggiano somme pari a centinaia di milioni di dollari, per cui si prestano ad essere utilizzate per ricapitalizzazioni fittizie e riciclaggio di denaro contante. 
Intuita l’illiceità del business e la mala fede dei suoi interlocutori, Sergio si sente in dovere di denunciare alle autorità quanto appreso, avendone anche l’obbligo in base ai termini di legge in quanto intermediario finanziario. In tale proposito viene assecondato da Filiberto, che tuttavia gli propone di parlare della faccenda a due suoi amici, che chiama gli “Amici della Procura”, ossia due ispettori della Polizia di Stato in servizio presso la sezione di Polizia Giudiziaria presso il Tribunale di Taranto. Mentre il primo è vicino alla pensione, il secondo è più giovane con una carriera davanti a sé. Nonostante l’iniziale diffidenza su quanto rivelato, ritenendo che dietro le operazioni di cambio valuta si celino dei banali truffatori, si dicono interessati ad indagare, ma chiedono a Sergio e Filiberto di raccogliere più elementi. A questo punto sembra cominciare un rapporto di collaborazione in cui Sergio figura come “confidente” della Procura, per intraprendere così un’indagine sotto copertura per conto e con il coordinamento degli ispettori, senza alcuna ufficializzazione dell’inchiesta o formalizzazione del suo ruolo. Verbalmente, tuttavia, promettono a Sergio una tutela della sua posizione ed un compenso in danaro per l’attività svolta in favore dello Stato. D’altro canto Filiberto sembra essere invece a conoscenza della prassi utilizzata, come anche dei funzionari della Polizia di Stato con cui ha una certa confidenza, rivelando così di aver già collaborato in passato ad altre operazioni. Racconta così di essere un ex ufficiale della Marina, di aver lasciato la vita militare senza darne spiegazione, per essere poi assunto come vicedirettore in una filiale di Taranto della BNL. Tuttavia la ricostruzione di alcuni dettagli fa emergere delle contraddizioni, ma che contribuiscono a far capire quali siano i più assidui collaboratori e confidenti delle autorità giudiziarie, e quindi solo raramente dei veri professionisti del settore che millantano di conoscere. 
Gli Amici della Procura in azione
Foto 1. E-mail con cui Sergio e Filiberto si
scambiano il documento da loro costruito
ed attestante una falsa posizione bancaria.

I presupposti, quindi, non sono ideali per intraprendere questo tipo di avventura, ma Sergio decide comunque di continuare, prendendo le dovute “precauzioni”, ossia registrando ogni incontro e conversazione con i suoi tre compagni. Così, come suggerito, Sergio comincia a trattare con il contatto londinese o comunque con l’organizzazione che rappresenta, chiedendo una copia delle obbligazioni in dollari. Tutte le conversazioni vengono gestite attraverso un indirizzo di posta elettronica creato ad hoc, ma Sergio comunica utilizzando il proprio nome, il proprio numero di cellulare, mettendo anche a disposizione i locali dei propri uffici per gli incontri, esponendo quindi in prima persona la sua attività di intermediario finanziario. In altre parole, Sergio svolge un’attività professionale continuativa per circa un anno e mezzo, ricevendo sulla sua e-mail diversi documenti, come copie di obbligazioni, di certificati di deposito garantiti da oro, estratti di conti correnti, copie di documenti personali.

A questo punto per gli Amici della Procura, la cosa si fa interessante, ma perché il tutto coincida chiedono che siano soddisfatte delle condizioni ‘tecnico-giuridiche’, in modo da ricondurre un’operazione di riciclaggio internazionale nella competenza della Procura di Taranto, e quindi farla passare come propria indagine. Dunque, nel rispetto del codice di procedura penale, per poter condurre e continuare l’indagine è necessario: a) che i fatti delittuosi si svolgano a Taranto per incardinare la competenza presso la Procura locale; b) che il reato sia commesso o, quanto meno, che vi sia un tentativo di commissione sempre nella città di Taranto. Così nel 2008 viene iscritta la notizia reato, ma Sergio dovrà ‘infiltrarsi’ nell’organizzazione criminale e simulare a Taranto una operazione di cambio valute. Viene così posta in essere una serie di tentativi, che tuttavia falliscono, tutti preceduti da contatti telefonici o con posta elettronica, nonché di incontri registrati con supporti video e audio, accumulando un vero e proprio dossier che ha ad oggetto un’indagine per “riciclaggio di valuta USA di dubbia provenienza”.

Foto 2. Le parti indicano le percentuali di guadagno
nell’operazione di cambio valute
Foto 3. Le parti concordano un appuntamento
davanti alla banca in cui effettuare la transazione


Una storia di riciclaggio internazionale 

I primi tre tentativi falliscono perché non rispondono alle esigenze dell’iscrizione dell’inchiesta. Infatti, il primo coinvolge un intermediario creditizio ed un avvocato entrambi di Taranto, che tuttavia utilizzano un istituto di credito con sedi legali in paesi inclusi nelle “black-list”. Il secondo dopo aver presentato al contatto di Londra una documentazione bancaria falsa, relativa ad importanti giacenze appartenenti ad un imprenditore non esistente. Infine la terza, che è anche la più clamorosa fra le tre, vede l’architettura di una finta operazione presso un conto corrente fittizio di una filiale di una Banca di Taranto, dietro l’autorizzazione scritta della Procura di Taranto, con allegato un passaporto diplomatico di un deputato straniero. Quest’ultima fallisce perché il soggetto in questione si ritira, avendo capito di essere parte di un’operazione simulata. Significativo, tuttavia, è il quarto tentativo, che porta Sergio a rintracciare due mediatori provenienti dalla Spagna che cercando titoli per cambiare valuta contante, pari a circa 500 milioni di dollari, somma di cui allegano una foto. E’ qui che termina la cooperazione con la Procura, lasciando in sospeso il contatto spagnolo, che tuttavia comincia a temere di essere finito in una trappola, avendo ricevuto una documentazione evidentemente falsa. Si chiede così a Sergio di allontanarsi dal caso, senza un perché o una ragione, affermando semplicemente che è “opportuno che si interrompa la collaborazione tra Sergio, la Procura e la Polizia di Taranto”. Ci si aspettava, tuttavia, il mantenimento della promessa a suo tempo fatta di tutelare la sua posizione, oltre che far fronte al compenso economico. La brusca interruzione dei rapporti, infatti, non mette Sergio a riparo da sgradite sorprese: la sua abitazione viene violata da qualcuno che entra alla ricerca di qualcosa. In quei concitati attimi, avviene anche una sparatoria con una volante della Polizia lì intervenuta, e gli individui sospetti scappano.
L’interruzione dei rapporti: il silenzio delle istituzioni 
Foto 4. Il Ministero Dipartimento contenzioso
nega il risarcimento del danni
Per oltre un anno Sergio attende una risposta, ma non riceve nessun segnale, se non un’espressione di fastidio per quella presenza ingombrante. Sergio dirada progressivamente i rapporti con Filiberto che, tuttavia, continua a seguire l’indagine perché a conoscenza di particolari, che Sergio apprenderà solo dopo attraverso la missiva che il magistrato invia all’Ispettorato del Ministero di Giustizia. La Magistratura, quindi, dopo aver usato la sua persona e la sua professionalità, per soddisfare la megalomania e il desiderio di carriera di due mediocri ispettori, lo lascia solo in balia di una organizzazione internazionale dedita al riciclaggio, organizzazione che conosce gli uffici di Sergio, i suoi contatti, ogni cosa. La paura e lo smarrimento, tuttavia, non fermano Sergio, che così si attiva perché la sua storia non resti inascoltata.
Foto 5. La Presidenza della Repubblica
demanda  la questione al CSM

Il caso viene così portato all’attenzione della Presidenza della Repubblica, del Ministero della Giustizia, del Ministero dell’Interno, della Procura della Repubblica di Potenza, a cui viene chiesto di consultare la documentazione in grado di dimostrare gli abusi della polizia e della Magistratura di Taranto, e così di tutelare la sua posizione. Il tenore ed il contenuto delle risposte è a dir poco scandaloso, lasciando cadere nell’indifferenza le richieste di intervento, mentre nessuna delle istituzioni interpellate prende la propria decisione dopo aver approfondito la questione, acquisendo la documentazione che la parte lesa ha offerto.

La Presidenza della Repubblica ringrazia e riferisce di aver disposto il passaggio della vicenda al Consiglio Superiore della Magistratura. La Procura Generale presso la Corte di Cassazione ritiene che le richieste non riguardino l’Ordine Giudiziario ma solo la Polizia di Stato. Il Ministero dell’Interno non ha mai risposto, mentre il Ministero della Giustizia si dichiara incompetente ad entrare nel merito della vicenda; in altre parole, dinanzi ad una richiesta di pagamento del compenso e di risarcimento dei danni causati da magistrati, dichiara di poter intervenire solo nel caso in cui sia instaurato un contenzioso.
Un abuso per coprire le violazioni nelle indagini 
Foto 6. L’Ispettorato definisce Sergio
confidente e testimone

All’ispettorato Generale del Ministero della Giustizia scrive la Procura di Taranto, in particolare lo stesso procuratore aggiunto che ha curato le indagini del caso, aprendo un’indagine ispettiva (cosiddetto modello 45), anch’essa abusiva perché il foro in questione non costituisce un organo territorialmente competente a seguire un’indagine interna per l’accertamento dell’esistenza di un reato, che tra l’altro si tratterebbe proprio di un abuso di ufficio commesso dai magistrati della stessa Procura. Viene perpetrato, in altre parole, “un abuso nell’abuso” che è direttamente strumentale ad esercitare delle pressioni e delle intimidazioni nei confronti di Sergio e del suo avvocato, e che lascia perfettamente trasparire il patologico modus operandi della magistratura, destinato nei fatti a pilotare e a manipolare le inchieste. Di fatti, lo scopo del magistrato in questione sembra quello di aprire un’indagine esplorativa per accertarsi della portata della documentazione in possesso di Sergio, per controllarne l’esito e indurre all’archiviazione un eventuale secondo tribunale che avrebbe indagato sullo stesso caso, nonché per coprire gli abusi fatti dagli ispettori di polizia.

Foto 7. L’ispettorato nega aver delegato la Procura di Taranto alla identificazione.
Dalla documentazione raccolta da Sergio, emerge infatti che il Magistrato conferma l’esistenza dell’indagine per “riciclaggio internazionale di valuta USA di dubbia provenienza”, e che sono state fatte delle rogatorie verso Paesi esteri, avvalorando la tesi che sono state consultate e acquisite dagli ispettori le copie dei collaterali e delle garanzie bancarie reperite per conto della polizia e presenti sulla casella di posta elettronica. In secondo luogo, viene precisato che Sergio è stato assunto a “sommarie informazioni” nel dicembre del 2009 “in relazione ai fatti descritti in una memoria a firma dell’informatore” (ndr. Filiberto), il quale per la Procura rappresenta colui che ha fornito delle informazioni valide ai fini dell’apertura di un’inchiesta e ha presentato Sergio agli ufficiali della Polizia Giudiziaria (gennaio 2008). La contraddizione nei termini è evidente, considerando che il Magistrato prima afferma che Sergio era a conoscenza dei fatti (avendo partecipato a dei colloqui tra un informatore e degli ispettori) e poi dice che è stato assunto a sommarie informazioni dopo oltre due anni. E’ interessante notare che nel dicembre del 2009 Sergio viene convocato dalla Procura per effettuare una “correzione” del nome di un soggetto indagato: un banale espediente per giustificare la sua acquisizione a sommaria informazione, e così la sua eventuale partecipazione ad una parte delle indagini, testimoniata da una corrispondenza con i contatti londinesi per circa 1 anno e mezzo. Ma allora se Sergio era informato dei fatti, perché non è stato indagato?E se non è tra i sospetti, allora era “parte attiva delle indagini” come organico alla Procura. 
Inoltre, sempre nella famosa indagine esplorativa il vice Procuratore dispone di sua iniziativa – e non dietro la richiesta dell’Ispettorato – l’identificazione di Sergio e del suo avvocato (nov-dic 2011) nonostante sapesse benissimo chi lui fosse, ponendo domande generiche se “avesse qualcosa da raccontare” e non “sulle modalità di partecipazione alla vicenda”. Una evidente messa in scena volta ad intimidire le parti, una prassi molto diffusa ormai nella magistratura, che tenta di pilotare le indagini degli avvocati e di ostruire quelli che escono “al di fuori dagli schemi posti loro dai procuratori”, spingendosi sino all’iscrizione per i reati di cui sono accusati i loro clienti. 
Foto 8. La Procura di Potenza
archivia l’indagine

Successivamente, in una comunicazione dell’Ispettorato Generale del Ministero della Giustizia, Sergio viene individuato come “confidente e testimone”, ma non è mai stato né l’uno, né l’altro. Vi è quindi una difficoltà, anche da parte degli Uffici del Ministero, nell’inquadrare la sua posizione considerando non può essere definito in documenti ufficiali infiltrato, per non compromettere così l’esito dell’indagine ispettiva. Eppure nella prima lettera invitata al Ministero, il caso viene descritto come “una vera e propria attività di simulazione”, parole queste che non vengono recepite dal dicastero, ma vengono anzi cambiate. Nel frattempo, l’avvocato di Sergio decide di adire la Procura di Potenza – organo territorialmente competente ad effettuare indagini sui magistrati di Taranto – che tuttavia archivia l’indagine basando la propria decisione solamente su due delle cinque denunce e integrazioni depositate da Sergio, senza spiegarne le ragioni. Ci si chiede allora se siano mai arrivate a Potenza queste integrazioni o se non siano state prese proprio in considerazione. La complessità della macchina giudiziaria e la machiavellica opera dei suoi funzionari rendono praticamente inespugnabile la fortezza della Magistratura da parte di chi tenta di condannarne gli abusi. Tutto questo lascia ben trasparire quanto sia corrotta la casta delle doghe, nelle cui mani si racchiude la paralisi dell’intero sistema giudiziario e così le sorti di cittadini e imprese. 

Tiriamo le somme e l’amara morale 
E’ quindi evidente il perché si è cercato in tutti i modi di mettere a tacere questo caso, e così di mantenere nascosto al grande pubblico il modo con cui vengono portate avanti delicate inchieste. Sono state violate le normative che regolano le cooperazione con civili in attività di indagine o simulazioni, con un duplice abuso di ufficio nel tentativo di coprire le violazioni commesse nella gestione dell’intero caso. Vi è stata inoltre una malversazione del denaro pubblico per intraprendere un’inchiesta destinata a soddisfare le manie di protagonismo di alcuni funzionari. Ci chiediamo, quindi, se questa indagine sia stata conclusa e abbia portato a qualche risultato, ma soprattutto se e da chi è stata intascata la provvigione della consulenza per la gestione dei contatti e la simulazione. Non vorremmo, infatti, che sia stata messa in piedi una tale farsa per creare un’inchiesta, e successivamente assoldare i soliti consulenti, con cui magari spartire la parcella. A questo punto, si pone un altro problema, ben più grave, ossia perché la Magistratura di Taranto non ha pubblicato i resoconti delle spese per le consulenze esterne sostenute tra il 2008-2010, come prevede la legge sulla trasparenza.
Sarebbe quindi interessante cominciare a condurre una sorta di censimento “a campione” dei casi di inchieste pilotate, di reperimento di informatori e fonti. Si potrebbero così capire quali sono i legami che uniscono i magistrati alle consulenze esterne, agli avvocati di ufficio, alle lobbies di affari e ai gruppi di interesse. In tal senso, potrebbe così emergere la vera natura di tante promozioni, il motivo delle carriere politiche di alcuni magistrati, quali sono le forze che impediscono il regolare funzionamento della macchina dello Stato. Il nostro è quindi un messaggio che lanciamo a chi ‘ha orecchie per intendere’, a quei magistrati che mettono le loro firme a matita per poi poterle cancellare. La Etleboro quindi diffida chi si vende alle Corporation, alla massoneria e ai centri di potere occulti, alle ONG finanziate dalle lobbies.

 
 Chi siamo…
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– Assoluzione Weil positiva, ma non la panacea. – **articolo originale di Sonia Fenazzi

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05.15.2014    Buone prospettive per le banche svizzere che stanno ancora negoziando con il fisco degli Stati Uniti: è quanto prevede parte della stampa elvetica all’indomani dell’assoluzione in Florida dell’ex top manager dell’ UBS Raoul Weil. Ma c’è chi è meno fiducioso. Severe critiche sono mosse alle autorità svizzere, tacciate di essersi “inginocchiate” davanti al gigante americano.

“La vittoria di Weil, la disfatta di Berna”, titola in prima pagina il Giornale del popolo (GdP), sottolineando che la vittoria in tribunale dell’ex numero tre dell’ UBS interviene quando ormai le banche elvetiche e la Confederazione hanno calpestato “non solo il segreto bancario svizzero, ma anche le disposizioni a tutela dei diritti dei lavoratori e della protezione dei dati”, trasmettendo tutte le informazioni richieste dagli Stati Uniti.

Per il commentatore del quotidiano di Lugano, “le istituzioni svizzere, anche al di là del sistema bancario, ne sono uscite con le ossa rotte”. Egli rammenta che “non solo le banche nel loro complesso, ma anche tutto un paese, la Svizzera, si è inginocchiato di fronte alla requisitoria del Dipartimento di giustizia. E questa requisitoria non ha retto nemmeno all’esame indipendente di una giuria popolare”.

Indipendenza della giustizia americana

Il GdP invita dunque le autorità elvetiche a imparare la lezione da Weil, che” non ha implorato patteggiamenti o condoni”, ma “ha affrontato a testa alta” estradizione e processo. D’altra parte, osserva che “la giustizia americana ha così dimostrato la sua indipendenza rispetto ai potentissimi servizi dell’Amministrazione che, dal 2007, stanno letteralmente perseguitando il sistema bancario svizzero”.

Sulla stessa lunghezza Le Temps di Ginevra, secondo il quale, “di per sé, questa sentenza è importante e costituisce una vittoria per tutti i banchieri il cui nome potrebbe essere associato con i dossier di contribuenti con pochi scrupoli. Essa dimostra che il sistema giudiziario americano funziona sia a carico che a discarico degli imputati, indipendentemente dalle apparenze e dal clima politico”.

Il quotidiano economico L’Agefi ritiene persino che Raoul Weil sia “una sorta di eroe nazionale in Svizzera”, lui che ha avuto l’incredibile coraggio di dichiararsi non colpevole, rischiando di subire cinque anni di carcere. Questo episodio ricorda qualcosa di molto semplice agli occhi dell’Agefi: “Dei frodatori hanno depositato clandestinamente soldi in Svizzera. Ciò sono affari loro. I fatti risalgono a un tempo in cui le visite di inviati bancari in territorio francese o statunitense non sembravano affatto un problema (…) È troppo facile cambiare improvvisamente e retroattivamente il livello di repressione”.

Anche la Basler Zeitung guardando retrospettivamente si chiede se la minaccia di una denuncia penale contro l’UBS nel 2009 avrebbe veramente retto. Sotto pressione, la Svizzera aveva allora consegnato 250 nomi di contribuenti americani sospettati di evadere le tasse nel loro paese, incurante del segreto bancario. È stato il primo grande colpo dato il sacrosanto segreto bancario svizzero, che è ormai sepolto per i clienti esteri con l’introduzione dello scambio automatico di informazioni.

Anche per i pesci piccoli?

La RegioneTicino mette l’accento sulle possibili “conseguenze positive anche per gli altri dirigenti di istituti finanziari svizzeri ancora alle prese con le more della macchina giudiziaria statunitense”, che potrebbe avere il verdetto di Fort Lauderdale.

Il commentatore del quotidiano di Bellinzona rammenta che una dozzina di banche svizzere rischiano ancora di finire sotto processo negli Stati Uniti per pratiche analoghe a quelle imputate a Weil e che è inoltre in corso il programma “volontario” per regolare il passato, destinato a quelle banche che non possono escludere di aver avuto clientela americana non in regola con il fisco.

“L’assoluzione dell’ex dirigente di UBS potrebbe avere delle conseguenze positive su quest’ultima vertenza. Fermo restando che le responsabilità penali sono personali e che il caso di Raoul Weil non può essere esteso per analogia a tutti i suoi omologhi di altre banche, è certo che chi ha degli argomenti giuridicamente validi e soprattutto i mezzi finanziari per farlo, può difendersi in modo dignitoso. Non tutti gli ex impiegati ed ex dirigenti di UBS sono però nelle condizioni di poterlo fare. La via del patteggiamento per evitare un lungo e oneroso iter giudiziario sarà quella più utilizzata”.

Queste considerazioni sono condivise dalla Tribune de Genève, la quale ritiene che l’assoluzione dell’ex “big boss” della gestione patrimoniale dell’UBS sia di poco aiuto ai “piccoli” gestori e consulenti ancora minacciati di finire in carcere negli Stati Uniti. “Questi ultimi non hanno i milioni di dollari necessari per assicurarsi i migliori avvocati e i loro nomi sono menzionati in troppi documenti presentati dai loro clienti americani pentiti”, scrive il quotidiano di Ginevra.

Pure La Liberté si pone la domanda: le maglie della rete della giustizia americana lasceranno sfuggire anche i pesci piccoli? “Si dice che siano rassicurati da questo verdetto. Costretti a trascorrere le proprie vacanze nei Grigioni dopo le rivelazioni di Bradley Birkenfeld, sperano di fare di nuovo i turisti negli Stati Uniti. Senza fermate in carcere”.

Guardando al futuro

Positivo il bilancio della Neue Zürcher Zeitung (NZZ), secondo cui il processo Weil è servito a chiarire delle questioni importanti per la piazza finanziaria elvetica. “In primo luogo, è stato confermato che gli Stati Uniti hanno esplicitamente autorizzato le banche svizzere nel 2001 a consigliare i clienti americani, senza doverlo riferire automaticamente all’erario. In secondo luogo, ha dimostrato che il segreto bancario svizzero è molto più di una legge volta a proteggere gli evasori fiscali”, ricordando che esso servì a proteggere la sfera privata in casi di fondi provenienti dall’Olocausto. “Questi argomenti potrebbero avere un ruolo significativo nei negoziati ancora in corso con le autorità fiscali”, prevede il quotidiano.

Per il Tages-Anzeiger, pur essendo corretta dal profilo giuridico, l’assoluzione di Raoul Weil lascia senza risposta molti interrogativi sulle responsabilità dei dirigenti delle banche svizzere. “Le rimunerazioni elevate dei top manager sono spesso motivate con le responsabilità che hanno, ma è raro che siano disposti ad assumere gli errori commessi in seno alla loro banca”, commenta il quotidiano di Zurigo.

L’Agefi conclude nel suo editoriale: “Il caso Raoul Weil non è forse un punto di svolta nel doloroso e interminabile regolamento del passato di clienti stranieri e irregolari delle banche svizzere, ma dovrebbe restituire un po’ della fiducia persa”.

Non è finita qui

Anche se il caso è stato chiaramente una battuta d’arresto per i procuratori, difficilmente li dissuaderà dal riprovarci, afferma l’avvocato Nathan J. Hochman, ex giurista del Dipartimento di giustizia (DoJ) americano. “Il DoJ vince il 90% dei suoi casi, ma è sempre arduo perseguire alti dirigenti che possono dare la colpa ai loro dipendenti o clienti”, ha dichiarato a swissinfo.ch.

Una cosa è certa: “il DoJ è molto bravo a imparare la lezione e non commetterà lo stesso errore. La prossima volta che si lancerà in un processo, procederà sicuramente in base a una posizione più solida”. “Non vogliono perdere in un altro caso. Quindi, probabilmente, in futuro il DoJ attaccherà meno, ma più duramente”.

Un ringraziamento all’autrice: Sonia Fenazzi,   Di   swissinfo.ch

Con i contributi di Samuel Jaberg e Peter Siegenthaler

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No omesso versamento IVA per l’ex-legale rappresentante

UpkP

Nel caso che il nuovo legale rappresentante, subentrato al precedente che abbia solo sottoscritto la dichiarazione fiscale, ometta il pagamento dell’IVA, è inammissibile una responsabilità per il reato di omesso versamento di IVA causa il fatto del terzo in capo all’originario legale rappresentante.
La Cassazione penale, con sentenza del 9.10.2014 n. 42002, p
ronunciandosi su una vicenda che vedeva imputato l’ex legale rappresentante di una s.r.l. il quale era stato condannato per il reato di omesso versamento di IVA il quale aveva tentato di difendersi sostenendo che, non essendo egli il legale rappresentante della predetta società al momento della scadenza dell’obbligo tributario, non poteva essergli addebitato il fatto costituente reato, ha affermato l’importante principio secondo cui nel caso che il nuovo legale rappresentante, subentrato al precedente che abbia solo sottoscritto la dichiarazione fiscale, ometta il pagamento della risultante imposta, è inammissibile una responsabilità per il fatto del terzo in capo all’originario legale rappresentante.
La vicenda processuale che ha fornito l’occasione alla Corte per occuparsi della questione trae origine, come anticipato, dalla sentenza di condanna nei confronti di un imprenditore , già legale rappresentante di una Srl, che lo aveva riconosciuto responsabile, nella detta qualità, del reato di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 10 ter, per avere omesso il versamento della somma di oltre 185.000 euro risultata come dovuta dalla prescritta dichiarazione annuale a sua firma a titolo di imposta sul valore aggiunto relativamente all’anno di imposta 2006. La Corte di merito, osservato che la difesa del ricorrente aveva ad oggetto il fatto che, non essendo egli il legale rappresentante della predetta società al momento della scadenza dell’obbligo tributario, non poteva essergli addebitato il fatto costituente reato, ha rilevato che, pacifica essendo la perdurante qualità di socio della predetta società in capo al medesimo, egli, a termini di statuto, aveva ampi poteri di amministrazione, sicchè aveva la facoltà ed il potere di procedere all’adempimento della obbligazione fiscale; d’altra parte, osservava ancora la Corte di merito, essendo egli il firmatario della dichiarazione, su di lui gravava, secondo quanto testualmente risultante dalla sentenza impugnata, un”ulteriore e più pregnante dovere di attenzione e di sorveglianza in ordine all’esatto adempimento degli obblighi che derivavano dalla sua dichiarazione”.
Contro la sentenza presentava ricorso per cassazione l’imputato, il quale sosteneva che sarebbe stata violata sia la legge sostanziale – in quanto, diversamente da quanto ritenuto dalla Corte di merito,la responsabilità del reato doveva essere attribuita solo a chi, rivestendola qualifica rappresentativa della Società soggetta all’obbligazione tributaria, aveva il dovere di eseguire il pagamento al momento della scadenza della obbligazione stessa – sia quella processuale – essendo stato egli condannato per un fatto diverso da quello a lui attribuito in sede di contestazione.
La tesi della difesa è stata accolta dalla Cassazione che ha infatti annullato la sentenza.
Al fine di meglio comprendere l’approdo cui sono pervenuti i Supremi Giudici, è utile il consueto, seppur sintetico, inquadramento giuridico della questione. E’ opportuno ricordare, per quanto qui di interesse, che l’art.10-ter del d. lgs. n. 74/2000, sotto la rubrica “Omesso versamento di IVA”,prevede l’applicazione della sanzione penale contemplata per il reato di omesso versamento di ritenute certificate (art. 10 bis) – reclusione da sei mesi a due anni – anche a chiunque non versa l’imposta sul valore aggiunto, dovuta in base alla dichiarazione annuale, entro il termine per il versamento dell’acconto relativo al periodo di imposta successivo.
E’ pacifico che il reato di cui all’art. 10-ter d. lgs. n.74/00 ha natura istantanea, consumandosi nel momento in cui scade il termine previsto dalla legge per il versamento dell’acconto relativo al periodo di imposta successivo, sicché è necessario che l’omissione del versamento dell’IVA dovuta in base alla dichiarazione si protragga fino al 27 dicembre dell’anno successivo al periodo di imposta di riferimento, giusta quanto disposto dall’art. 6, comma secondo, della legge 29 dicembre 1990, n. 405.
E’, poi, logicamente, prima ancora che giuridicamente,chiaro che si tratti di un reato proprio.
Vero è che la norma, nell’individuare il soggetto attivo, si riferisce a «…“chiunque” non versa l’imposta sul valore aggiunto, dovuta in base alla dichiarazione annuale, entro il termine per il versamento dell’acconto relativo al periodo di imposta successivo», ma la condotta illecita è integrabile unicamente dai soggetti Iva, imprenditori e lavoratori autonomi, che effettuano le cessioni di beni e le prestazioni di servizi per le quali è dovuta l’imposta (in particolare, si vedano gli artt. 1 “Operazioni imponibili” e 17 “Soggetti passivi”, del d.P.R. n. 633/1972); ovviamente per le società o enti risponde il legale rappresentante.
Ma cosa succede se, come nel caso esaminato dalla Cassazione, chi ha presentato la dichiarazione non è più legale rappresentante nel momento in cui matura l’obbligo del versamento (ossia alla data del 27dicembre dell’anno successivo alla presentazione della dichiarazione) ?
La questione è di grande interesse ed è stata anche recentemente affrontata dalla Cassazione.
In particolare, i Supremi Giudici hanno precisato che non risponde del reato di omesso versamento di IVA, chi, pur avendo presentato la dichiarazione annuale, non è poi tenuto, anche per fatti sopravvenuti, al pagamento dell’imposta nel termine previsto dall’art. 10 ter D.Lgs. n. 74 del2000, salvo che il pubblico ministero non dimostri che il soggetto abbia inequivocabilmente preordinato la condotta rispetto all’omissione del versamento (ad esempio, dismettendo artatamente la carica di amministratore della persona giuridica soggetto IVA) ovvero abbia fornito un contributo  causale, materiale o morale, da valutarsi a norma dell’art. 110 cod. pen.,all’omissione della persona obbligata, al momento della scadenza, al versamento dell’imposta dichiarata (Cass. Pen., Sez. 3, n. 12248 del 22/01/2014).
Trattasi di conclusione condivisibile, atteso che il delitto di cui all’art. 10-ter, d. lgs. n. 74/00, non può essere considerato come un reato con condotta di natura esclusivamente omissiva, bensì di reato a condotta “mista”, in parte attiva ed in parte omissiva. La componente attiva è invero riconducibile alla presentazione della dichiarazione annuale Iva da parte di chi è obbligato a tale adempimento, da cui emerga un debito di imposta superiore alla soglia di euro cinquantamila; la componente omissiva, invece, è rappresentata dall’omesso versamento dell’Iva,liquidata dal contribuente nella relativa dichiarazione. E’, però, evidente come il momento omissivo incentri su di sé l’intero disvalore della fattispecie(benché questo aspetto non sia da ritenersi sufficiente a qualificare il reato con condotta esclusivamente omissiva), volta, in buona sostanza, a tutelare l’interesse dell’Erario alla riscossione delle somme dovute a titolo di Iva in base alla relativa dichiarazione. Ed infatti, il reato si configura solo se non è versata l’imposta sul valore aggiunto dovuta in base alla dichiarazione annuale, sempre se di ammontare superiore a euro cinquantamila, non anche in caso di omesso versamento periodico (mensile o trimestrale) dell’imposta,ancorché di importo superiore a euro cinquantamila. Il momento penalmente rilevante, tuttavia, non è il 16 marzo dell’anno successivo a quello d’imposta di riferimento (l’inosservanza del termine de qua, entro il quale effettuare il versamento dell’imposta annuale a debito conguagliata, rileva solo ai fini amministrativi), bensì “il termine per il versamento dell’acconto relativo al periodo di imposta successivo”, ossia – come detto – il 27 dicembre dell’annodi imposta successivo a quello di riferimento. Il delitto ha, poi, natura di reato istantaneo, come detto, consumandosi con la scadenza del termine annuale per il versamento dell’Iva, termine che – come visto – il legislatore penale individua autonomamente (27 dicembre), discostandosi dal termine individuato dal legislatore fiscale (16 marzo). II delitto per la sua integrazione richiede, peraltro, la presenza nel soggetto attivo del dolo che, tuttavia, non è necessario sia specifico, essendo sufficiente il dolo generico (v., in particolare, quanto da ultimo autorevolmente affermato da Cass. Pen., Sez. U,n. 37424 del 28/03/2013 – dep. 12/09/2013, Romano, in motivazione). La norma,quindi, non richiede altri fini, come è invece previsto per molte altre fattispecie del D.Lgs. n. 74/2000, dove è richiesto lo scopo di evasione per sé o per altri. È dunque necessario – e, nel contempo, sufficiente – che il soggetto attivo con “coscienza e volontà” presenti una dichiarazione Iva e ometta il versamento entro il termine stabilito, ovverosia entro il 27 dicembre del successivo periodo d’imposta, delle somme in essa indicate a favore dell’Erario. L’agente, inoltre, deve avere anche la consapevolezza che dette somme superino la soglia di euro cinquantamila, superamento che è stato inteso dalle richiamate Sezioni Unite quale elemento costitutivo del reato, ciò che impone la dimostrazione del dolo anche su questo elemento. Infine, deve  precisarsi che trattandosi, come detto, di reato a condotta “mista”, in parte attiva ed in parte omissiva, non sia configurabile il tentativo, in quanto, avuto riguardo alla parte di condotta penalmente rilevante(l’omissione), in relazione al predetto illecito, o il termine entro il quale si deve adempiere è scaduto, ed allora il reato è già consumato, oppure il termine non è ancora scaduto, ed allora il soggetto obbligato può ancora adempiere.
Ed allora ne discende che, ciò che rileva, ai fini della perseguibilità penale della condotta è che, nel momento in cui il reato giunge a consumazione (27 dicembre dell’anno d’imposta successivo a quello di riferimento), il soggetto tenutovi non effettui “dolosamente” il versamento dell’IVA dichiarata, dovendo il giudice accertare l’esistenza del dolo generico omissivo, attesa la non configurabilità del tentativo, nel momento in cui il reato de quo si perfeziona, ossia alla data di scadenza ultima entro cui effettuare il versamento.
Tanto premesso, nel caso in esame l’imputato aveva reagito evidenziando il fatto che, non essendo egli il legale rappresentante della predetta società al momento della scadenza dell’obbligo tributario, non poteva essergli addebitato il fatto costituente reato.
Tale tesi è stata accolta dalla Cassazione che, sul punto,ha ben osservato come gli argomenti della Corte d’appello non erano convincenti, poiché, nel caso in cui il nuovo legale rappresentante della società, subentrato a quello che abbia sottoscritta la dichiarazione fiscale,ometta il pagamento della risultante imposta, si verrebbe a determinare un’ inammissibile responsabilità per il fatto del terzo in capo all’ originario legale rappresentante, il quale, laddove in ipotesi fosse del tutto uscito dalla compagine sociale, si troverebbe di fatto persino nella materiale impossibilità di adempiere a quel dovere di attenzione che, invece, la Corte di  merito gli assegnava.

Avv. Emunctae Naris

(pseudonimo)   [A medico, confessore e avvocato / niente bisogna tenere celato].

 

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