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Le porte chiuse in Canada


 

Articolo di Samuele Bariani.

Ciao a tutti italiansinfuga!

Lo scorso settembre ho deciso di lasciare l’Italia anche io in parte coinvolto in quel pessimismo esistenziale che ci caratterizza negli ultimi anni.

Porte chiuse, curriculum buttati nelle email di redazioni di giornali che non leggeranno mai, lavori sottopagati o perfino “gratis” con quella formula meravigliosa del “ti diamo tanta visibilità però!”.

Quindi parto, decido di cambiare. Scelgo il Canada, Toronto!

Con un unico grande vantaggio che gli studi di filosofia mi hanno insegnato: diffidare e mettere in discussione tutto, anche la parola cambiamento.

A cambiare – infatti – siamo sempre noi.

E’ una nostra responsabilità.

Nel senso che si può cambiare paese, clima, cibo ma quelle novità prima o poi diventano abitudine e qualche mese più tardi routine e se non si cambia internamente ci si ritrova sempre soli a fare i conti con ciò che siamo.

E se siamo persone insoddisfatte daremo la colpa al cosmo, cominceremo a criticare e guardare il paese straniero con quella espressione del “chi me lo ha fatto fare, W l’Italia”.

Il problema è che torneremo indietro e ancora insoddisfatti.

Il Canada infatti si è dimostrato proprio così.

Un paese diverso, attraente e amichevole ma anche pieno di difficoltà e di porte chiuse che ti spingono di nuovo a guardarti dentro.

E stavolta sei solo, lontano da famiglie e affetti.

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Anche le porte chiuse in Canada ovviamente sono diverse come tipologia da quelle Italiane.

Da noi il lavoro non c’è, qui si ma il mio visto è stata una spada di Damocle.

Il mio non era il working holiday visa di 6 mesi (molto inutile secondo me nella maggior parte dei casi se non si conosce l’inglese) ma un visto di studio/lavoro tramite una scuola internazionale di inglese.

Ho studiato 4 mesi e i restanti 4 lavorato legalmente.

A fine novembre è cominciato il periodo più brutto della mia avventura.

Ho cercato invano un lavoro nei Media italiani presenti a Toronto (esiste infatti una grande comunità italiana qui che legge giornali, ascolta radio e TV in italiano) ma ho trovato gli stessi problemi economici e comportamentali tipici dell’Italia.

Ho cominciato così a distribuire i miei CV, in vista di gennaio, ovunque… ma incredibilmente non riuscivo a trovare lavoro!

Qui in Canada, la terra delle mille opportunità!

Ho pensato di essere uno sfigato cosmico: ho stampato e distribuito CV a mano in ogni locale, ristorante e pub che vedevo camminando ore a volte con temperature intorno ai -20. Mi stavo scoraggiando.

Avendo un passato da venditore, ho provato anche a candidarmi online e sostenere qualche colloquio in varie ditte.

Ma nonostante avessi un discreto inglese il mio problema era il visto: quale datore di lavoro investe su di te e non su un canadese se ti presenti con un visto valido pochissimi mesi? Pochi forse.

Nella mia esperienza nessuno.

Sono riuscito alla fine a strappare il classico posto da cameriere in un ristorante italiano.

Mance ottime, paga ottima ma possibilità di restare pari a zero e in più nessun arricchimento professionale.

Già perché io, nella mia testa ho sempre voluto scrivere e lavorare per una redazione.

Ma cosa fare se tutto intorno si chiude? se la realtà torna velocemente grigia come quella italiana?

Ed è qui, nel momento più difficile, che è iniziata la parte più bella della mia avventura canadese: mi sono ricordato della mia passione, della mia capacità e dei miei sogni.

E se il lavoro non arriva a volte te lo devi creare.

“Sono un freelance” mi sono detto! benissimo, perché non realizzare qualcosa qui in Canada con la prospettiva di un italiano?

Ecco che i contatti maturati nei mesi in cui cercavo lavoro come un disperato, i rifiuti e le porte chiuse sono diventate un’ottima risorsa per fare un piccolo fundraising che mi permetterà di viaggiare a Fort McMurray in Alberta, 4000km da Toronto in piena foresta boreale e realizzare così un reportage sulle estrazioni petrolifere dalle sabbie bituminose.

Intervisterò veri nativi americani, parlerò con politici ed esperti sul territorio e forse riuscirò ad entrare in una compagnia petrolifera.

Racconterò tutto in italiano e se tutto va bene dovrei pubblicare su un noto magazine in Italia.

Cosa succederà dopo? Non lo so e a pensarci ho anche un po’ paura.

Ma invece che farlo diventare un problema e fossilizzarmi sull’angoscia voglio continuare a pensare e credere che l’ennesimo imprevisto possa diventare l’ennesima opportunità a cambiare.

Ovviamente me stesso.

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